La Madonna d'Appari è un santuario di Paganica (L'Aquila), sito appena fuori dall'abitato e dichiarato monumento nazionale nel 1902.

Storia

La costruzione si fa risalire al XIII secolo ad opera dagli abitanti di Paganica a seguito della presunta visione da parte di una donna del luogo — la pastorella Maddalena Chiaravalle, che si recava quotidianamente in questo luogo a pascolare le greggi — della Madonna Addolorata con in grembo il Cristo morto. In poco tempo, la popolazione del borgo costruì dapprima un'edicola votiva dedicata alla Madonna, quindi un tempietto ricavato addossato al massiccio roccioso.

Tra il XIV ed il XV secolo si edificò la facciata e, successivamente, la struttura venne ampliata con la realizzazione delle aperture verso il torrente Raiale (1519), l'ingrandimento del corpo centrale (1559) e l'installazione, all'interno dell'edificio, del quadro realizzato da Pompeo Mausonio ed intitolato Madonna del Santissimo Rosario con i quindici misteri (1596).

Nel 1944 la chiesa è stata risparmiata da due bombe inesplose durante un attacco dell'aviazione alleata. Nel 1999 è stata sottoposta ad un restauro ad opera della soprintendenza che ha interessato soprattutto gli affreschi dell'interno. Successivamente, anche grazie al lavoro di volontari ed appassionati, è stata recuperata l'area antistante con la creazione di un percorso naturalistico adiacente all'edificio.

Danneggiata dal terremoto dell'Aquila del 2009, è stata nuovamente sottoposta a interventi restaurativi che hanno riguardato sia la parte strutturale che gli affreschi ed è stata riaperta al pubblico nell'ottobre del 2011.

Descrizione

L'esterno L'eremo è situato sul percorso che congiunge le due frazioni aquilane di Paganica e Camarda e, dunque, sulla strada che dall'Aquila sale verso il Gran Sasso, in una posizione suggestiva all'interno di una gola. Ricade inoltre nel territorio del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Il santuario è stretto tra una parete rocciosa ed il corso del torrente Raiale, affluente dell'Aterno, che costituiscono un sagrato naturale. La roccia si presenta bucata in corrispondenza del passaggio della S.S.17 del Gran Sasso che si trova sopraelevata rispetto alla chiesa. Un percorso ciclopedonale, adiacente al corso del fiume, lo collega all'abitato di Paganica, da cui è raggiungibile in circa un chilometro.

La facciata, rettangolare e di notevoli dimensioni in altezza, si presenta semplice e caratterizzata da un portale con arco a tutto sesto, una finestra circolare ed un campanile a vela con tre fornici. Un altro ingresso è presente lungo la parete meridionale.

«Su tutto domina il simbolico Calvario con le tre croci, fornite d’impianto d’illuminazione elettrica. Dal campanile, su cui fa spicco un bassorilievo con stemma e figure di probabili benefattori, nel 1944 fu rubata una campana, i cui pezzi vennero poi rintracciati presso le fonderie di Terni. Il sacro bronzo tornò al suo posto nel 1965, donato dal sig. Erasmo Cocciolone di Paganica».

I dintorni del santuario, che oggi si presentano molto curati, sono tali grazie al lavoro volontario della Commissione pro-Santuario, istituita nel 1997. Quest’ultima ha continuato il lavoro del Comitato pro-Santuario, che dall’inizio degli anni ‘80 ha provveduto, con pazienza e caparbietà, a trasformare un viottolo brullo ed incolto in una stradina di ciottoli costeggiata da ordinati arbusti e siepi, con faretti che illuminano la via perché il Santuario sia visitabile anche nottetempo. L’opera della commissione però non si ferma qui: in questi anni si è provveduto a illuminare meglio il santuario, realizzare una seconda fontanella più vicina alla costruzione, rendere il posto più comodo con l’installazione di tavolini e panchine, restaurare l’altare e gli affreschi, mantenere la pulizia e l’ordine costantemente dentro e fuori dal santuario.

Da alcuni anni, inoltre, durante le festività natalizie si allestisce sul costone della montagna che costeggia il torrente Rajale, un presepe, visibile anche dalla Strada Statale, formato da statue a grandezza naturale. Durante la settimana santa, invece, nello stesso posto viene innalzata un’effigie del Cristo crocifisso.

A seguito del terremoto dell’aprile 2009 il santuario ha riportato lievi danni presso la stanza dell’eremita e negli affreschi, per i quali è stato già disposto il lavoro di restauro.

L'area è caratterizzata da formazioni rocciose calcaree solcate dal torrente Raiale che formano le omonime gole. Nei dintorni è presente un piccolo sentiero naturalistico che, partendo dal santuario, ad un'altitudine di 670 metri sul livello del mare, sale sull'altopiano di Paganica sino alla quota di 900 metri, attraversando una foresta di pino nero. La zona è molto apprezzata dagli appassionati di free climbing.

L'interno L'interno, a navata unica con volte a crociera, è tagliato trasversalmente da due archi strutturali ed è interamente affrescato con la tecnica della rappresentazione a fumetti e riporta scene del vecchio e nuovo Testamento. Il presbiterio, probabilmente l'area più antica dell'edificio, si presenta ruotato rispetto all'asse della chiesa e di forma irregolare dovuta all'adiacenza con la parete rocciosa.

La chiesina ha un’unica aula rettangolare, la quale, dalla metà a tutto il presbiterio, è popolata di Angeli, Santi patriarchi, Profeti, Apostoli attorno alla Vergine e al Cristo, ossia di dipinti di magnifici e ottimi affreschi colmi di misticismo. [...]

Nella parete di destra del santuario si apre il grande dipinto ad olio su tela, raffigurante S. Carlo Borromeo, oggi pendente dalla stessa parete, ma che dal 1631 al 1948 era collocato al centro dell’altare di S. Antonio, assumendone la dedicazione. Con i lavori di restauro eseguiti dalla Soprintendenza, l’altare fu ridonato al primo titolare ovvero Sant’Antonio da Padova. Il dipinto di buona fattura è di ignoto autore. Segue il grande ed artistico dipinto a olio su tela raffigurante la Madonna del SS.mo Rosario con i quindici misteri. Seguono sulla parete frontale del pilastro destro dell’arco presbiterale il bellissimo affresco raffigurante S. Rocco e S. Sebastiano. [...]

L’altare maggiore e il presbiterio con i meravigliosi affreschi della “vita della Madonna” e della “Passione di Cristo” conquistano lo sguardo e l’ammirazione per la loro finezza e morbidezza. Nell'angolo dell’altare maggiore abbiamo la nicchia-lunetta sulla cui parete di fondo è dipinta la “sacra immagine della Madonna della Pietà”, così come sarebbe apparsa a Maddalena di Chiaravalle e che poi il popolo ha chiamato “Madonna d’Appari”. È questo il punto focale della devozione mariana del santuario dove tutti si inginocchiano e pregano con grande fede e devozione. [...]

Dalle porticine laterali si accede alla sacrestia, dove si ammiravano con profonda commozione i “doni votivi” che i miracolati o graziati hanno lasciato per riconoscenza alla Vergine SS.ma. Molti dei doni votivi più antichi consistenti in “cuori d’argento” e dipinti vari raffiguranti le vicende dei miracoli e delle grazie ricevute non esistono più; si sarebbe dovuto pensare a conservarli nelle stanze superiori della “Casa della Madonna”, come testimonianza autentica della fede del popolo alla sua Madre SS.ma attraverso i secoli ma non è stato così. [...]

Da qui si può accedere alla cosiddetta “Stanza dell’eremita”, nome dato dalla presenza di un anacoreta, molto probabilmente un consacrato, che viveva, con il beneplacito dell’Ordinario del luogo, l’intero anno negli angusti locali aggiunti all’edificio sacro. Le sue mansioni erano quelle di custodire il tempio, accogliere i pellegrini ed i viandanti che in cambio offrivano viveri e denaro, perché sentisse il calore di quanti passavano penitenti, lasciandovi anche un pochino di cuore. Non conosciamo quando questa figura sia nata; sappiamo per certo, grazie alle testimonianze orali, che è stata presente nel santuario fino al 1915. [...]

Tornati sul presbiterio è bene dare uno sguardo di insieme alla volta dell’aula della chiesa per ammirare tutta la corte celeste, esaltante con scritte e gesti le glorie della Vergine Santa. Lasciato il presbiterio, figura sulla parete sinistra della chiesa l’altare di Sant’Antonio da Padova, ormai tornato titolare del suo altare. [...]

Non conosciamo gli autori dei due dipinti laterali del 1631, né di quello centrale. L’altare “Coena Domini”, già esistente nell’anno 1594, raffigura nel grande affresco centrale “Gesù che comunica S. Pietro e gli altri Apostoli”. In realtà, nella lunetta si osserva un altro affresco che ritrae “Gesù nell’orto del Getsemani”. Non sappiamo se l’autore dei due dipinti sia lo stesso Pompeo Masonio; gli affreschi sono riferibili, però, agli ultimi decenni del secolo XVI, salvo i ritocchi posteriori che li hanno deturpati in parte. Segue sulla parete l’affresco “Madonna con il Bambino” che con la sua manina sostiene il globo, mentre alcuni santi le fanno corona. Il deterioramento dell’affresco non dà possibilità di identificarli. Al di sotto è scritto: «HOC OPUS FECIT FIERI…». Sembra opera riferibile al secolo XVI, del cui autore non si conosce il nome. [...]

La cantoria, realizzata in legno appena sopra il portone principale, ospita il prezioso organo del 1857, che è stato riportato all’antico splendore dopo i lavori di restauro eseguiti alle soglie del 2000.

La statua: un approfondimento «Nella “Pietà d’Appari” [...] la Madre, che presenta il figlio calato dalla croce, è più piccola e minuta, e Cristo è quasi gigantesco. “Ad Jesum per mariam”, la piena di grazia è enormemente distanziata dalla Grazia impersonata senza possibili limiti nel Figlio di Dio diventato Uomo e Salvatore del Mondo. L’affrescatore e l’artista ignoto della “Pietà d’Appari” sono stati quindi sapienti: non solamente artisti, ma veramente teologo e divulgatori di teologia ispirata a San Paolo […] Del resto, il Medioevo era illuminato dalla rivelazione cattolica e la “Pietà d’Appari” rivela il possesso della centralità della vita di tutti i credenti in Cristo»

Quando ancora gli ultimi bagliori della seconda guerra mondiale incendiavano l’Europa coperta di macerie, il popolo di Paganica e della vallata volle incoronare la sua Regina. Da tanti, senza distinzione di classe sociale, vennero donati oggetti d’oro: fusi, l’orafo Giuseppe Cardilli di L’Aquila ne fece una splendida corona tempestata di pietre preziose e una corona di spine, di cui cingere il capo delle due figure della statua. Il martedì di Pasqua del 1951, il nuovo arcivescovo di L’Aquila, Mons. Costantino Stella, alla presenza di autorità e fedeli, sul palco innalzato dinanzi al tempio celebrò la Santa Messa, ponendo, al termine del rito religioso, sul capo della Vergine e del Cristo morto i preziosi diademi.

Note

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