Le insorgenze antifrancesi furono rivolte popolari scoppiate in Italia negli anni tra il 1796 e il 1814, ovvero l'arco di tempo del predominio francese sulla penisola italiana. La Francia rivoluzionaria, dopo aver invaso l'Italia, aveva abbattuto i principati italiani ed aveva fondato le cosiddette repubbliche sorelle, con la partecipazione di simpatizzanti filo-francesi e giacobini locali. Iniziarono durante la prima campagna d'Italia del generale Napoleone Bonaparte ed ebbero termine nel 1814 con l'abdicazione di Napoleone in seguito alla definitiva sconfitta degli eserciti francesi da parte della Sesta coalizione.
Le insorgenze antigiacobine e antinapoleoniche furono spontanee ed isolate le une dalle altre: gruppi di oppositori al nuovo regime si sollevarono in diversi luoghi, senza collegamento tra loro, senza un capo che le dirigesse, senza un piano tattico militare, senza armamento adeguato. La maggiore azione bellica vittoriosa si ottenne grazie all'Esercito della Santa Fede nel Regno di Napoli, dove il ristabilimento dell'antico regime fu più duraturo.
Contesto storico
Il periodo 1796-1799, conosciuto in Italia come "triennio giacobino", vide la penisola invasa e conquistata dall'Armata d'Italia del generale Napoleone Bonaparte. Il 10 aprile 1796 le truppe francesi occuparono i territori sotto il dominio austriaco (il Ducato di Milano e quello di Mantova); poi i territori del Ducato di Modena e Reggio e infine le province settentrionali dello Stato Pontificio (Ferrara, Bologna e Romagna). L'anno seguente cessarono di esistere le millenarie Repubblica di Venezia (12 maggio 1797) e la Repubblica di Genova (14 giugno 1797). Roma fu occupata il 10 febbraio 1798; il potere temporale del Papa fu dichiarato decaduto e fu instaurata la Repubblica. In tutta Italia rimasero formalmente indipendenti soltanto il Regno di Sardegna, il Principato di Benevento ed il Regno di Sicilia. Napoleone sconvolse l'assetto politico della penisola: le vecchie monarchie furono per la maggior parte deposte e sostituite dalle cosiddette Repubbliche sorelle, entità modellate sulle istituzioni della Francia rivoluzionaria; alcuni territori furono annessi direttamente alla Francia.
Sin dal 1789 in Italia si era sviluppata, non solo per effetto della propaganda francese, una corrente di pensiero che guardava con simpatia alla Rivoluzione, che permise al giacobinismo di trovare nella penisola terreno più fertile che in ogni altro paese europeo. Tra il 1791 e il 1793, si verificarono varie rivolte e manifestazioni filo-rivoluzionarie, come ad esempio a Dronero nel Piemonte, a Orsogna in Abruzzo e a Rionero in Basilicata. I principali centri di organizzazione erano le logge massoniche di Torino e Napoli, legate a quella di Marsiglia, che formarono società dedite ad attività sovversiva. Perseguitati dalla polizia, molti giacobini ripararono in Francia riunendosi intorno a Filippo Buonarroti.. Malgrado ciò, sul movimento giacobino italiano i giudizi dei francesi oscillavano tra lo scetticismo e la diffidenza. Nel luglio 1796 Charles-François Delacroix chiese al riguardo un parere agli agenti diplomatici in Italia, ottenendo dal console Pascal-Thomas Fourcade la risposta: «Gli italiani in generale appartengono alla specie umana solo per la forma che la distingue e per i vizi che la disonorano». Inoltre, il Direttorio guardava con sospetto i nuclei di giacobini italiani legati a Babeouf e ai neoterroristi e molti credevano, come Carnot, che una repubblica italiana unificata avrebbe potuto rappresentare una rivale per la Francia.. Sulla spinta degli eventi e sull'entusiasmo nato dal sopraggiungere dell'Armata d'Italia, il giacobinismo italiano aumentò notevolmente le proprie dimensioni e si diffuse in tutta la penisola. I suoi esponenti parteciparono attivamente alla vita politica ed amministrativa delle nuove repubbliche, che furono perciò anche dette "Repubbliche giacobine".
In seguito al principio stabilito dalla Convenzione francese il 15 dicembre 1792, i popoli "liberati" dalle truppe rivoluzionarie dovevano contribuire al mantenimento delle stesse, aumentando le imposte e tasse; si trattava di un'applicazione dell'antica consuetudine romana bellum seipsum alet ("la guerra nutre sé stessa") risalente a Catone il CensoreVedi p. 41 in V. Ilari, P. Crociani e C. Paoletti, Storia Militare del Regno Italico, USSME, Roma, 2004. Catone pronunciò la celebre frase durante un suo intervento al Senato romano sul mantenimento delle legioni in Spagna dopo la conclusione della seconda guerra punica., ciò provocò il malcontento degli italiani, che si trovarono obbligati a pagare il costo della permanenza dell'esercito francese sulla penisola. Inoltre i nuovi governi intaccarono i beni della manomorta ecclesiastica e molte proprietà ecclesiastiche vennero incamerate nel patrimonio dei demani pubbliciVedi pag. 172 in Carla Nardi, Napoleone e Roma: dalla consulta romana al ritorno di Pio VII (1811-1814), Gangemi, 2005. Le insorgenze scoppiarono un po' ovunque durante la marcia di conquista degli eserciti francesi dal nord al sud della penisola.
Gli anni dal 1796 al 1798 Lombardia
1796 Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso a Milano il 15 maggio 1796. Una volta preso possesso della piazzaforte milanese, i francesi comunicarono alla popolazione la quantità di generi alimentari di cui avevano bisogno per il proprio sostentamento. I milanesi dovettero raccogliere razioni di cibo (quando invece i militari sul territorio erano ).. Iniziò poi il saccheggio delle risorse economiche e finanziarie. Fu pretesa una fortissima contribuzione di guerra, pari a 25 milioni di lire milanesiL'imposta era pari a sei annate del carico preteso dall'Austria... Procedettero all'espropriazione: delle casse dello Stato; dei fondi comunali; degli istituti di beneficenza e religiosi.; per finire, requisirono i pegni depositati nel Monte di Pietà. L'azzeramento delle sostanze causò la rovina dell'istituto, che dovette rimanere chiuso fino al 1804.. Il saccheggio dei tesori italiani comportò anche l'asportazione di tesori dell'arte: i francesi compilarono la lista delle opere di valore da requisire. Dalla Pinacoteca Ambrosiana vennero sottratti: il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, un disegno di Leonardo da Vinci, quadri di Bernardino Luini, di Rubens del Giorgione e di Mattia Preti, nonché tre preziosissimi manoscritti. Dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie vennero prelevati l'Incoronazione di spine di Tiziano e il San Paolo di Gaudenzio Ferrari. Se a Milano la collera dei cittadini fu fatta rientrare in tempi brevi, l'insurrezione si propagò velocemente negli altri centri e nelle campagne: il 23 maggio 1796 si sollevarono Pavia (che fu l'epicentro della rivolta), Como, Varese e i paesi limitrofi. Tutte le province della Lombardia, ad eccezione di Cremona, si sollevarono in rivolta contro gli occupanti francesi.. Il 24 e 25 maggio l'agitazione proseguì nelle campagne pavesi e si propagò verso il lodigiano.
A Binasco i contadini occuparono il paese e cacciarono la guarnigione francese.. Binasco fu anche il paese più colpito dalla repressione. Il 24 e 25 maggio, il generale Jean Lannes, al comando di uno squadrone di dragoni a cavallo (circa 160 uomini) e 3 compagnie di granatieri (circa 420 fanti), mise a ferro e fuoco le cascine del contado, fece razzia totale degli animali e dei viveri (compreso il foraggio per cavalli e muli), diede alle fiamme un terzo del paese, saccheggiò i valori delle chiese, consentì alla truppa lo stupro delle donne e l'assassinio di cerca cento persone, in prevalenza uomini, che si erano opposti con poche armi all'invasione francese, che ebbe solo la morte di un dragone.. Dopo la caduta del principale baluardo degli insorgenti, i francesi occuparono la vicina Pavia. Le mura furono prese a cannonate; la città fu saccheggiata il 25 e 26 maggio.
1797 In marzo fu proclamata la Repubblica a Bergamo e a Brescia. I rivoluzionari, dopo aver dichiarato decaduta la dominazione veneziana (che a Bergamo durava dal lontano 1428), iniziarono una “guerra” contro le vestigia del passato, con la distruzione di simboli, statue e colonne. Numerosi villaggi insorsero. Nel Bresciano si distinsero i paesi di Lonato, Castenedolo a sud della città di Brescia e, a nord, tutta la Val Trompia. I 34 comuni della Riviera di Salò si ribellarono apertamente contro i governi rivoluzionari. Le truppe giacobine bresciane e bergamasche furono respinte e arrestate. Si rese necessario l'intervento dei francesi. Il 20 maggio la città di Salò fu costretta ad arrendersi. Successivamente i francesi dichiararono sciolta la Riviera.
In giugno si registrarono rivolte in Brianza (Seregno, Busto Arsizio)Paolo Martinucci, Premesse storiche e culturali dell'insorgenza nel bergamasco e nel bresciano.
1798 Alla fine del XVIII secolo la Valtellina era sotto il dominio dei Grigioni protestanti, sotto i quali era aumentato il potere della famiglia Salis. Sin 1794 serpeggiavano moti di protesta a sostegno di rivendicazioni comunitarie contro le famiglie patrizie al grido di "Viva la libertà e vivano i francesi"Vedi pag. 552, G.B. Crollalanza (1867). Con l'ingresso di Napoleone in Italia venne costituito un circolo giacobino repubblicano a Sondrio, in collegamento con quello bresciano. Il circolo si diffuse al punto che i Grigioni inviarono nella valle uomini armati. I valtellinesi li respinsero senza ricorrere alle armi; successivamente il Consiglio di Valle decise di inviare a Napoleone una richiesta di protezione e d'intervento per sistemare la contesa coi Grigioni. Inizialmente Napoleone suggerì che la valle si riscattasse con un compenso dato ai Grigioni e quindi ne entrasse a far parte a pieno titolo come , tuttavia la contrarietà di alcune componenti dei Grigioni fece fallire il progetto. Il 4 luglio 1797 i giacobini locali tentarono il colpo di mano innalzando l'albero della libertà a Chiavenna ed organizzando un governo provvisorio. La reazione degli abitanti fu immediata: con moti di piazza destituirono le autorità grigionesi e le sostituirono con rappresentanti locali, anche col sostegno del clero localeVedi pag. 553-573, G.B. Crollalanza (1867). Venne abbattuta la statua del governatore Pietro Salis, furono cancellati gli stemmi delle famiglie patrizie e del dominio protestante. Infine, il 10 ottobre 1797 la Valtellina venne sottratta ai Grigioni ed annessa alla Repubblica Cisalpina con un decreto napoleonico. Opposizione all'annessione si ebbe in val San Giacomo ed a Villa di Chiavenna, entrambe collocate sul confine grigionese e aventi con questi forti vincoli commerciali. Nel 1798 la Valtellina fu coinvolta in un ampio moto controrivoluzionario. Nella valle scoppiarono disordini e tumulti a Teglio e a Grosio. A Cepina gli insorti arrestarono e fucilarono il nobile bresciano Galeano Lechi, esponente giacobino. L'anno seguente si sollevò la bassa Valle e, per la seconda volta, Teglio; a Delebio fu fucilato dai controrivoluzionari il sacerdote filo-giacobino don Andrea Parravicini.
Tra il 1797 e il 1798 scoppiarono rivolte nel Mantovano. Un'estesa insorgenza scoppiò anche nel Canton Ticino, parte della Repubblica Elvetica, che aveva sostituito la Confederazione svizzera.
Veneto
Dopo che nella primavera del 1796, era stata conquistata la Lombardia, la Repubblica di Venezia costituì il successivo obiettivo di Napoleone nella sua avanzata verso l'Austria.. Gli avvenimenti si svolsero tra il 1796 e il 1797, culminando nella settimana del 17-25 aprile 1797.