L'architettura megalitica del Lazio è un insieme archeologico di costruzioni protostoriche, terrazzamenti e realizzazioni difensive presenti nel territorio corrispondente grosso modo alla regione romana del Latium vetus realizzati a secco, con enormi blocchi di roccia calcarea. Per la loro grandiosità, tali realizzazioni furono attribuite in epoca storica ai mitici ciclopi - e furono perciò dette “ciclopiche” - o ad uno dei popoli pre-indoeuropei collettivamente chiamati Pelasgi - definendole anche “pelasgiche” - ma il nome più appropriato è quello di “megalitiche”, dal greco: “grandi pietre”. La loro edificazione viene fatta risalire ad un'epoca incerta della Cultura laziale (X - VI secolo a.C.).
Storicità e datazione La databilità delle costruzioni megalitiche è stata oggetto in passato a dibattiti e scontri senza che si sia riuscito a raggiungere un parere unanime. Nel 1801 si interessò del caso l'erudito francese Petit-Radel, proponendo per la prima volta la natura pelasgica delle mura. Tale supposizione, oltre a connotare le costruzioni in termini strettamente militare, ne collocava la fondazione nel X secolo a.C. Le indicazioni di Radel, da alcuni considerate approssimative e fantasiose, accesero negli animi il desiderio di determinare la genesi delle opere poligonali sia in Italia che in Francia e in Europa.
Negli anni 1856–1877 escono i cinque volumi delle Passeggiate in Italia di Ferdinand Gregorovius che, nel corso del suo Grand Tour per la penisola italiana, visitò il Lazio. Benché Gregorovius non azzardi una datazioneFerdinand Gregorovius si limitò unicamente ad affermare la fondazione di Cori addirittura al 1470 a.C., senza però citare le fonti delle sue informazioni. Cfr. Ferdinand Gregorovius, Itinerari laziali, Edizioni dell'Obelisco, Roma, 1980, pag. 73 e si limiti alla descrizione estetica delle mura, la sua opera è significativa come indice del grande interesse che in Europa stavano ricevendo le opere megalitiche.
Ai primi del '900 risale l'azione del Governo Italiano che, tramite il Ministero della pubblica istruzione organizza una campagna di scavi presso Norma. La stratigrafia della città, studiata sotto la guida di Luigi Pigorini sembrò datare quelle mura intorno al IV secolo a.C. e autorizzò gli archeologi dell'epoca ad attribuirle alla colonia latina, fondata nel 492 a.C.Tito Livio, Storia di Roma, II, 34, 6. Alcuni decenni più tardi Filippo Coarelli, però, affermò che “per quanto riguarda il Lazio, l'opera poligonale è utilizzata indifferentemente tanto dalle popolazioni italiche prima della romanizzazione, quanto dagli stessi Romani nelle loro fondazioni coloniali e successivamente non solo nelle grandi cinte murarie e nei basamenti dei santuari, ma anche in sostruzioni di ville, in viadotti, in ponti”.Filippo Coarelli, Lazio, Laterza, Bari, 1982, pp. 388-389. In epoca preromana, le popolazioni italiche del Lazio erano i Volsci, gli Ernici e gli Aurunci e di cui non è stata ancora esattamente individuata la differenziazione etnica.
Verso la metà del XX secolo, Giuseppe Lugli definì “opera poligonale” la tecnica di realizzazione delle costruzioni megalitiche e propose una catalogazione in base alla quale si possono riconoscere quattro maniere costruttive.Giuseppe Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, Roma, 1957, pp. 51-165. Nella prima e nella seconda maniera sono catalogate le opere realizzate sovrapponendo puramente e semplicemente i blocchi di pietra grezzi o appena sbozzati. La seconda maniera si differenzia dalla prima per l'inserimento di zeppe o di pietre più piccole tra un interstizio e l'altro e, in alcuni casi, per un primo tentativo di levigatura dei piani esterni. Il vero salto di qualità si consegue con la terza maniera. In essa i blocchi hanno le forme perfettamente geometriche di veri e propri poligoni. Le superfici esterne delle fortificazioni sono perfettamente levigate e, quelle di posa, assolutamente combacianti. Con la quarta maniera, i blocchi prendono forma di parallelepipedi quadrangolari, non sempre perfettamente levigati all'esterno e combacianti con minor cura. Numerosi, tuttavia, risultano gli esempi di commistione tra la seconda e la quarta maniera.
La ricerca archeologica successiva ha ritenuto che l'opera poligonale possa risalire alla fine del VII secolo a.C. mentre molte altre costruzioni di questo tipo, possono essere datate alla fine dell'VI secolo a.C. e tutto il periodo repubblicano.
Il riferimento cronologico per ognuna delle maniere così identificate è comunque tuttora aleatorio. Ciò poiché anche gli archeologi che, in passato, basandosi sui risultati di sporadici scavi, avevano sposato datazioni basse dei reperti murari (ad es. il De Rossi) hanno recentemente dovuto ammettere la relatività delle loro cronologie.Giovanni Maria De Rossi, Il “divenire” dell'opera poligonale, in: Alessandro Nicosia, Maria Cristina Bettini (a cura di), Le mura megalitiche. Il Lazio meridionale tra storia e mito, Cangemi editore, Roma, 2009, p. 48. Più affidabile, per l'assegnazione di una datazione di riferimento, sembrerebbe il criterio di coerenza tra la tipologia architettonica delle costruzioni e il loro contesto storico, per quanto parzialmente oscuro.Il De Rossi, tuttavia, nella pubblicazione citata, p. 50, mantiene ancora una posizione intermedia
È quindi ipotizzabile che le prime due maniere possano essere attribuite all'azione delle popolazioni italiche locali, comunque denominate, in epoca precedente alla romanizzazione, forse ancora in età protostorica, probabilmente quella del ferro; potrebbero essere fatti salvi gli esempi di commistione tra la seconda e la quarta maniera, ove è possibile un'influenza delle maestranze etrusche già operanti a Roselle, Amelia e in altri siti e, quindi, databili in epoca storica, ma difficilmente oltre il 474 a.C. (data della sconfitta etrusca contro i Greci, nelle acque di Cuma).
L'introduzione della terza maniera è stata ipotizzata dall'archeologo Filippo Coarelli come il frutto della collaborazione di maestranze itineranti di origine greca;Filippo Coarelli, cit., p. 390. lo studioso, infatti, ha riscontrato un'oggettiva identità della loro conformazione sia con quella del muro di contenimento del Tempio di Apollo a Delfi, che con quelle dell'acropoli della colonia di Elea, nel Cilento, entrambe risalenti al VI secolo a.C. Tale collaborazione dovrebbe aver prodotto la diffusione presso le popolazioni locali della cultura e della preparazione tecnologica per la realizzazione delle fortezze architettonicamente più apprezzate, giacché il tempo di realizzazione di mura di quella dimensione e lunghezza (venti - trent'anni) non sono compatibili con la caratteristica di élite “itinerante” dei diffusori della tecnologia più perfezionata. Anche il De Rossi ha recentemente ammesso la presenza di opera poligonale “di pregevole fattura” in contesti coloniali greci della Sicilia e dell'area campana.Giovanni Maria De Rossi, Alcune tappe del percorso, in: Alessandro Nicosia, Maria Cristina Bettini (a cura di), cit., p. 236.
I Greci italioti potrebbero aver supportato le popolazioni del Lazio, nella realizzazione di tali opere difensive nel periodo dell'insediamento di una o più dinastie etrusche a Roma (i Tarquini); ciò al fine di evitare il ricongiungimento territoriale degli etruschi d'oltre Tevere con i loro connazionali già stanziati in Campania, che già rappresentavano un pericolo mortale per le colonie greche di Cuma, Napoli e Pozzuoli. In base al criterio di coerenza con il contesto storico, si potrebbe, quindi, datare alla seconda metà del VI secolo, sino alle conquiste romana e sannita dei territori, la terza maniera di realizzazione delle cinte murarie.Federico Bardanzellu, L'isola di Circe, Uni Service, Trento, 2008, p. 55.
La quarta maniera rappresenterebbe, per certi versi, un passo indietro, sotto il profilo tecnologico ma lascia dedurre una maggior organizzazione del lavoro: i blocchi, infatti – nella maggior parte dei casi – erano già lavorati in cava, e poi posati in opera in situ. Poiché il prodotto finito si differenzia dalle mura romane in opera quadrata solo per il materiale (calcareo anziché tufaceo), la quarta maniera potrebbe essere considerata una tecnica edilizia prettamente romana. Pochi sono, tuttavia, gli esempi di realizzazioni nella quarta maniera: tra essi si distinguono, in particolare, gli “arcazzi” di Anagni e l'acropoli di Ferentino.
Siti principali Norma: l'area archeologica conserva notevoli resti della cinta muraria, in opera poligonale, con quattro porte che gli scavi stratigrafici hanno datato al IV secolo a.C. Nonostante che Livio citi l'invio, intorno al 490 a.C., di una colonia romana a Norma (allora detta: Norba), sembra difficile che questa roccaforte tra i monti non sia stata rioccupata dai volsci, almeno per tutto il V secolo e gran parte del IV. Il primo nucleo di abitanti dovette provenire da un insediamento dell'età del ferro, sito sul vicino Monte Carbolino, sopra l'attuale Abbazia di Valvisciolo, ove sono emersi i resti di alcuni poderosi contrafforti artificiali in prima e seconda maniera, databili tra gli ultimi decenni dell'VIII sec. a.C. e i primi del VI secolo; tale è la datazione fornita dagli strati di ceramica immediatamente di sotto ai blocchi di calcare posati in opera.Gli scavi eseguiti da Paribeni e Mengarelli tra il 1903 e il 1907 hanno rimesso alla luce, tra l'altro, una tomba dell'VIII sec. al di sotto del riempimento di un tratto delle mura, e una stipe votiva, con materiale databile alla fine del VI sec.(vasetti votivi protocorinzi). La tomba stabilirebbe il termine più antico dopo il quale furono costruite le mura; il materiale più recente della stipe votiva il termine più recente prima del quale si colloca l'edificazione del complesso. Intorno al VI secolo tale abitato sembra essere stato abbandonato e, alla fine del VI secolo, risalirebbero (secondo gli scavi stratigrafici effettuati all'inizio del secolo scorso) i basamenti dei poderosi templi delle acropoli minore e maggiore di Norba, realizzati in una maniera molto vicina alla quarta poligonale; le ricostruzioni computerizzate dei templi, visibili nel vicino Museo di Norma, sono in stile tuscanico e ciò sarebbe coerente con una supposta influenza delle maestranze etrusche nelle realizzazioni degli esempi di commistione tra la seconda e la quarta maniera dell'opera poligonale. Il circuito murario dell'antica città è pressoché intatto e misura metri, includendo un'area di circa 38 ettari. La tecnica edilizia è quasi ovunque la terza maniera poligonale; Norba mostra, peraltro alcuni esempi anche più raffinati. La Porta maggiore dell'area archeologica, infatti, mostra un bastione semicircolare. Anche in altri punti della cinta sono visibili tali interessanti innovazioni. Tutto ciò ci fa supporre una datazione delle mura intorno al pieno V secolo a.C. in coerenza con la presenza volsca e un restauro della porta e di alcune parti delle stesse al IV secolo, in base alla datazione stratigrafica. Non essendo rinvenuti resti di architrave in nessuna delle porte norbane, è supponibile l'esistenza di trabeazioni lignee sugli stipiti delle quattro porte d'ingresso.
Praeneste: era una delle città più estese dei latini. Il suo circuito murario, lungo circa 4-4,5 chilometri,Filippo Coarelli, cit., pp. 128 e 154. comprendeva anche l'attuale comune di Castel San Pietro Romano (l'acropoli), posto a 765 metri d'altezza; l'odierna Palestrina () costituiva la città bassa. Tale sistema difensivo, formato da enormi blocchi poligonali, di prima e seconda maniera, è uno dei più antichi della nostra penisola e sembra risalire al VII sec. a.C.. La base del Santuario della Fortuna Primigenia è posta su contrafforti artificiali realizzati in opera poligonale della terza maniera. Questi ultimi, quindi, sembrano di epoca più recente della cinta muraria (forse V o IV secolo a.C.).