La si svolse durante la guerra nel Pacifico nell'omonima isola giapponese tra le forze statunitensi al comando dell'ammiraglio Raymond Spruance e le truppe dell'esercito imperiale giapponese al comando del generale Tadamichi Kuribayashi, coadiuvate da reparti della marina guidati dal contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru.

Insieme a Okinawa, Iwo Jima rappresentava uno scudo avanzato per le isole metropolitane dell'Impero giapponese che potevano essere coinvolte in uno sbarco degli Alleati: le due posizioni erano perciò presidiate da guarnigioni numerose e bene armate. Anche per gli Stati Uniti, Iwo Jima rivestiva notevole interesse, poiché dagli aeroporti dell'isola sarebbero potute decollare le scorte di caccia ai bombardieri strategici Boeing B-29 Superfortress basati nelle isole Marianne e in Cina, che dal giugno 1944 colpivano le industrie e le infrastrutture giapponesi.

I lavori di fortificazione precedenti lo sbarco avevano trasformato l'isola in una vera e propria fortezza che, nonostante i bombardamenti preliminari effettuati dall'8 dicembre 1944, oppose una strenua resistenza alle unità statunitensi, principalmente del Corpo dei Marine, sbarcate il 19 febbraio sotto lo schermo protettivo di una completa supremazia aeronavale. La feroce battaglia si concluse ufficialmente il 26 marzo 1945 con il quasi totale annientamento della guarnigione giapponese e la perdita di oltre uomini fra morti e feriti per gli Stati Uniti (unico episodio della campagna di riconquista del Pacifico in cui gli USA soffrirono più perdite dei giapponesi).

Situazione generale Alla fine del 1944 l'Impero giapponese risultava sconfitto su tutti i fronti e si stava preparando a difendere il territorio metropolitano. Tra gennaio e febbraio nel Pacifico centrale le forze dell'ammiraglio Chester Nimitz avevano conquistato le isole Marshall e avevano distrutto la base di Truk nelle Isole Caroline. Altre avanzate erano in corso nelle isole Salomone e in Nuova Guinea mentre in ottobre, dopo la battaglia di Leyte, il generale Douglas MacArthur poté tenere fede alla sua promessa di fare ritorno nelle Filippine. La marina imperiale giapponese, dopo le sconfitte di Midway (giugno 1942), del Mare delle Filippine (giugno 1944) e del Golfo di Leyte (ottobre 1944), era incapace di contrastare la potente marina statunitense dell'ammiraglio Nimitz che garantiva supporto a ogni operazione anfibia del Corpo dei Marine. A ovest l'Impero britannico stava facendo progressi nella campagna della Birmania e aveva allontanato i giapponesi dal confine indiano spingendosi fino al centro del paese..

La perdita delle Marianne nel corso dell'estate del 1944 provocò lo sfondamento della cosiddetta "linea interna di difesa" (comprendente isole Caroline, isole Marianne e isole Ogasawara, formate dalle Isole Bonin e Vulcano) e la caduta del comando della 31ª Armata del tenente generale Hideyoshi Obata nel corso della battaglia di Saipan: il 26 giugno il settore delle Ogasawara fu quindi rilevato e posto alle dirette dipendenze degli alti comandi a Tokyo, ma prima della fine del mese sull'isola di Iwo Jima, nelle Vulcano, fu installato il comando della 109ª Divisione di fanteria del tenente generale Tadamichi Kuribayashi, cui fu affidata la difesa del settore.. La sconfitta subita rivestì conseguenze strategiche gravissime per l'Impero nipponico, visto che ora i bombardieri strategici Boeing B-29 Superfortress della Ventesima forza aerea erano capaci di attaccare l'arcipelago giapponese dalle Marianne senza bisogno di tappe intermedie. Iwo Jima, dotata di una stazione radar e trovandosi a metà strada della rotta seguita dalle flotte aeree statunitensi, divenne una sentinella per la difesa antiaerea sulle isole principali, che potevano così avere un preavviso di due ore per prepararsi adeguatamente; inoltre l'isola ospitava due aeroporti (ne era in costruzione anche un terzo) e fungeva da rifugio per le unità navali danneggiate..

Terreno

Il nome Iwo Jima rappresenta la pronuncia errata di Iwō-shima («isola dello zolfo» in lingua giapponese): shima è una delle due pronunce dell'ideogramma 島 (isola), ma si è talmente diffusa dopo la guerra che anche i giapponesi ne hanno cambiato la pronuncia in Iwō-jima (o Iō-jima secondo una lettura più moderna), come figura in numerosi atlanti. Il nome corretto sarebbe Iwō-tō (più recentemente Iō-tō). È una delle Isole Ogasawara facenti parte del gruppo delle Isole Vulcano, a circa chilometri a sud di Tokyo, a nord di Guam e a circa mezza strada tra Tokyo e Saipan (°N, °E). Accidentata, ha una superficie di 20 chilometri quadrati, è lunga 8 chilometri e larga 4. La sua forma richiama quella di una pera, nella cui parte meridionale si erge un vulcano spento, il Suribachi, alto circa 170 metri; la parte centro-settentrionale è occupata dall'altopiano di Motoyama che si eleva a 90 metri circa sul livello del mare. L'isola, il cui asse principale si estende da sud-ovest a nord-est, è ricoperta da una sabbia d'origine vulcanica, nera, polverosa e sottile che ostacola la crescita della vegetazione, composta da pochi alberi e sterpaglie. L'acqua dolce è praticamente inesistente e questo limitò il numero di abitanti a – persone circa, ripartite in quattro villaggi..

Forze in campo

Stati Uniti Le forze navali necessarie all'operazione erano riunite nella Task Force 50 (che riuniva tutti i gruppi da combattimento o da supporto alle navi da battaglia della Quinta flotta) che a fine gennaio 1945 era ancorata a Ulithi al comando dell'ammiraglio Raymond Spruance a bordo dell'ammiraglia , alla guida dell'intera operazione. La Task Force 50 era suddivisa nei Task Group 50.5 da ricerca e ricognizione con centocinquanta aerei di vario genere; 50.7 per la guerra antisommergibile; 50.8 per il supporto logistico con circa cinquanta navi tra cui sei portaerei di scorta, navi portamunizioni, navi frigorifero, petroliere di squadra e uno schermo antisommergibile con vari cacciatorpediniere; 50.9, chiamato Service Squadron Ten ("Squadrone di servizio Dieci") con circa duecentosessanta navi di tutti i tipi incluse navi cisterna con acqua, navi officina, navi ospedale e navi supporto per i cacciatorpediniere..

La pedina operativa per le operazioni anfibie di Spruance era la Task Force 51 del viceammiraglio Richmond Turner (comandante delle forze anfibie nel Pacifico) forte di 495 navi tra cui 43 trasporti d'attacco, 63 LST, 58 LCI e altri 18 LCI convertiti in cannoniere e rinominati LCS.. La nave comando scelta fu la , un trasporto ristrutturato proprio allo scopo di dirigere le operazioni di una grande forza da sbarco: questo tipo di nave rappresentava un'innovazione, in quanto l'ammiraglio Turner durante la campagna di Guadalcanal era stato imbarcato sul normale trasporto d'attacco .

I soldati. incaricati dello sbarco e del prosieguo delle operazioni terrestri, in gran parte marine veterani,. erano inseriti nella Task Force 56 del tenente generale Holland Smith, costituita dal V Corpo anfibio (Task Group 56.1) del maggior generale Harry Schmidt forte della 3ª, 4ª e 5ª Divisione Marine... Il maggior generale Graves Erskine comandava la 3ª Divisione con i suoi soldati inquadrati nel 3º, 9º e 21º Reggimento; la divisione aveva occupato Guam nell'agosto 1944 e venne assegnata al teatro di Iwo Jima con funzioni di riserva., ma il 3º Reggimento rimase sulle navi non partecipando ai combattimenti. Il maggior generale Clifton Cates era a capo dei soldati della 4ª Divisione suddivisi nel 23º, 24º e 25º Reggimento; la 5ª Divisione, con i suoi 26º, 27º e 28º Reggimento per un totale di unità., era comandata dal maggior generale Keller Rockey. Entrambe le divisioni si trovavano nelle Hawaii ma, mentre la prima era reduce dei combattimenti a Saipan e Tinian, la seconda era fresca e proveniva dagli Stati Uniti. Il 3º, 4º e 5º Battaglione carri erano presenti con sessantasette carri armati medi M4 Sherman..

Il V Corpo era trasportato a bordo delle navi della Task Force 53 (Attack Force) del contrammiraglio Harry Hill. Fu schierata anche la Task Force 52 (Amphibious Support Force) del contrammiraglio William BlandyAlle ore 06:00 del giorno dello sbarco la Task Force 52 passò agli ordini diretti del viceammiraglio Turner. Cfr. con otto portaerei di scorta, un gruppo di incursori demolitori, navi LCS portamortaio e lanciarazzi, e la Task Force 54 (Gunfire and Covering Force) del contrammiraglio Bertram Rogers con sei vecchie navi da battaglia e cinque incrociatori pesanti, più uno schermo di cacciatorpediniere.

La scorta a distanza fu affidata alla potente Task Force 58 comandata dal viceammiraglio Marc Mitscher, che fu inoltre incaricata di attaccare le coste del Giappone e, in caso necessità, di neutralizzare un possibile attacco della marina imperiale giapponese, che comunque Smith reputava altamente improbabile in base alle informazioni dedotte dalla decrittazione delle comunicazioni nipponiche.. Detta Task Force era forte di 7 navi da battaglia, 15 portaerei, 21 incrociatori e 78 cacciatorpediniere., ma secondo una pubblicazione della marina edita nel luglio 1945 le forze in carico alla Task Force 58 erano aeroplani, 8 navi da battaglia, 16 portaerei, 17 incrociatori e 81 cacciatorpediniere.. Nella zona gravitavano inoltre i bombardieri B-24 della Task Force 93 (tenente generale Millard Harmon) stanziati nelle Marianne e la Task Force 94 (viceammiraglio John Hoover) per il supporto logistico e delle comunicazioni.

Tra i tanti problemi logistici affrontati fu dato rilievo alla fornitura di acqua potabile alle truppe, in quanto l'isola di Iwo Jima era quasi desertica e la poca acqua presente era troppo mineralizzata; pertanto tre cisterne vennero trasformate per il trasporto di acqua con una capacità complessiva di di galloni (circa tonnellate) e venne ordinata la costruzione di due navi distillatrici con una capacità di litri al giorno. Inoltre una LST venne modificata in alloggio e mensa galleggiante per servire le navi più piccole come gli LCI e supportare gli equipaggi delle eventuali navi affondate o separati dalle rispettive navi madre.. Venne adottata quindi una rigorosa organizzazione che doveva ovviare alle carenze manifestate durante le operazioni anfibie precedenti come la battaglia di Tarawa.

I code talker Anche a Iwo Jima vennero impiegati dei nativi americani Navajo per effettuare le trasmissioni tattiche in codice, detti code talker; questi operatori parlavano la lingua navajo, della quale non esiste una forma scritta e che allo scoppio della seconda guerra mondiale appena trenta persone erano in grado di parlare fluentemente. Prendendo spunto da un'idea di un veterano della prima guerra mondiale, Philip Johnston, lo stato maggiore dei Marine prese atto che un operatore addestrato era in grado di codificare e trasmettere un messaggio di tre righe in venti secondi contro i trenta minuti di una codifica convenzionale: venne aperta una scuola a Camp Pendleton, California, per addestrare i Navajo arruolati. Il maggiore Howard Connor, ufficiale alle comunicazioni della 5ª Divisione Marine, dichiarò che se "non fosse stato per i Navajo, i marine non avrebbero mai preso Iwo Jima": i sei Navajo assegnati al quartier generale della divisione gestirono infatti nei primi due giorni di combattimento, lavorando 24 ore al giorno e senza commettere errori, ottocento messaggi. I giapponesi, che erano riusciti a penetrare i codici della marina e dell'esercito, non furono mai in grado di decriptare le comunicazioni dei Marines.

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