Jihād (sostantivo maschile, ma usato in italiano perlopiù al femminile, pron. , che deriva dalla radice <"ǧ-h-d"> (), significa "sforzo [teso verso uno scopo]") è un termine nel linguaggio dell'Islam che connota un ampio spettro di significati dalla lotta interiore spirituale per raggiungere una perfetta fede fino alla guerra santa. Letteralmente significa "sforzo", individua lo slancio per raggiungere un dato obiettivo e può fare riferimento allo sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare se stesso. Nella dottrina islamica indica tanto lo sforzo di miglioramento del credente (il «jihad superiore»), soprattutto intellettuale, rivolto per esempio allo studio e alla comprensione dei testi sacri o del diritto, quanto la guerra condotta «per la causa di Dio», ossia per l'espansione dell'islam al di fuori dei confini del mondo musulmano (il «jihad inferiore»).
Nel mondo occidentale però il termine jihad è stato prevalentemente interpretato come la guerra santa contro gli infedeli, lo strumento armato per la diffusione dell'Islam.
Storia Jihad inferiore L'interpretazione militante del jihād dello descrive il "jihād offensivo" come una campagna che può essere dichiarata solo da un'autorità musulmana legittima e legale, tradizionalmente il califfo. Secondo questa interpretazione, nessuna autorità è richiesta per intraprendere il "jihād difensivo", poiché, secondo questa opinione, quando i musulmani vengono attaccati, diventa automaticamente obbligatorio per tutti i maschi musulmani in età militare, entro un certo raggio dall'attacco, prendere le difese.
Maometto Il primo vero Jihad fu dichiarato da Maometto. Il profeta, infatti, a seguito dell'Egira, si era ritrovato a capo della potente città di Yatrib e dovette affrontare una lunga e difficile guerra contro la sua città natia, Mecca. Lo scontro era percepito come inevitabile, un po' perché i meccani non potevano accettare una minaccia ai loro interessi economici legati ai pellegrinaggi alla Kaʿba, un po' perché il nuovo governo profondamente teocratico di Yatrib, ora chiamata Medina, rivendicava la stessa architettura religiosa come appartenente alla nuova religione e si proponeva di unificare la Penisola Arabica.
Il battesimo del sangue si ebbe a Badr, con una vittoria dei maomettiani, seguita dalla sconfitta di Uhud. Durante questa prima fase del conflitto meccano-medinese si delineò quello che fu il jihad, con il capo dell'Umma che prima ottenne un successo miracoloso, e poi altrettanto miracolosamente sfuggi alla morte. Successivamente Maometto definì lo "sforzo" anche dal punto di vista legale, sentenziando sul trattamento dei bottini, dei prigionieri, delle vedove e infinite altre questioni contenute sia nel Corano che negli aḥādīth.
Si ebbe poi la Battaglia del Fossato, seguita dal subito successivo trattato di Hudaybiyya, che rappresentò il totale e completo successo militare e diplomatico di Maometto, con il quale non solo respinse l'assedio meccano, ma col successivo accordo ottenne 10 anni di tregua e il diritto di fare il pellegrinaggio alla Kaʿba a partire sin dall'anno successivo.
In quella decade, tra importanti alleanze e piccole scaramucce, si tratteggiarono gli ultimi dettagli del jihad, che ormai costituiva una parte essenziale della legge. Questo finché finita la tregua Maometto mosse su Mecca armato di decine di migliaia di uomini. La città cadde senza opporre resistenza, e la Kaʿba fu spogliata di tutti i suoi idoli.
Il profeta morì solo due anni dopo, mentre si apprestava a invadere la Siria bizantina. Nella sua vita, oltre che come un legislatore e un politico, Maometto si profilò come un profeta combattente, capo carismatico ed esempio per tutta la comunità musulmana. Lasciò infatti ai suoi successori una penisola arabica unificata sotto un potente stato teocratico e centralizzato.
Età contemporanea La questione di quale autorità musulmana, ammesso che ve ne sia, possa adempiere doveri come dichiarare il jihād è divenuta problematica da quando, il 3 marzo 1924, Kemal Atatürk abolì il califfato, che i sultani ottomani detenevano dal 1517. Non esiste oggi un'unica autorità politica costituita che governi la maggioranza del mondo musulmano. A causa della mancanza di organizzazione ecclesiastica all'interno della vasta maggioranza dei musulmani, qualsiasi aderente può autoproclamarsi ʿālim (esperto in materia di religione) e proclamare un jihād offensivo per mezzo di una fatwā. Il riconoscimento è a discrezione di colui che riceve il messaggio.
In assenza di un Califfo, i soli leader politici islamici di fatto sembrerebbero essere i governi dei moderni stati-nazione musulmani emersi dagli sconvolgimenti della prima parte del XX secolo. Comunque, i militanti islamisti reputano che gli Stati-nazione moderni emersi a metà XX secolo siano non-islamici e non rappresentativi di società islamiche. Il secolarismo è ampiamente percepito dagli islamisti militanti come rappresentativo di interessi politici americani ed europei ostili all'Islam.
Di conseguenza, movimenti islamisti (come al-Qāʿida e Hamās) si sono assunti il compito di proclamare il jihād, scavalcando l'autorità tanto degli Stati-nazione quanto degli esperti religiosi tradizionali. Analogamente, alcuni musulmani (specialmente i takfiristi) hanno dichiarato il jihād contro specifici governi che percepiscono come corrotti, oppressivi e anti-islamici.
Altri movimenti islamisti come Tabligh eddawa e i Fratelli musulmani parlano di jihād intesa come lotta per la reislamizzazione dei credenti tiepidi, ma con approcci molto diversi. Se i Fratelli musulmani parlano di "‘reislamizzazione dall’alto’, impadronendosi in un modo o nell’altro del potere politico", i Tabligh eddawa sono dei "missionari itineranti", che attraverso un approccio porta a porta cercano di islamizzare i non musulmani o reislamizzare coloro che si sono allontanati dalla fede attiva; i due movimenti hanno in comune che la militanza politica non comporta necessariamente la lotta militare, anche se la radicalizzazione cui sono soggetti gli adepti può dare origine a fenomeni estremistici.
Fondamento del concetto Durante il periodo della rivelazione coranica, allorché Maometto si trovava a La Mecca, il jihād si riferiva essenzialmente alla lotta non violenta e personale, quindi a quello sforzo interiore necessario per la comprensione dei misteri divini. In seguito al trasferimento (Egira) da La Mecca a Medina nel 622 e alla fondazione di uno Stato islamico, il Corano (22:39) autorizzò il combattimento difensivo. Il Corano iniziò a incorporare la parola qitāl (combattimento o stato di guerra) per scopo difensivo:
Interpretazione Tra i seguaci dei movimenti liberali interni all'Islam, l'interpretazione di questi versi è quello di una specifica "guerra in corso" e non una serie di precetti vincolanti per il fedele.
Questi musulmani "liberali" tendono a promuovere una comprensione dello jihād che rigetti l'identificazione del jihād con la lotta armata, scegliendo invece di porre in risalto principi di non violenza. Tali musulmani citano la figura coranica di Abele a sostegno della credenza per cui chi muore in conseguenza del rifiuto di usare violenza può ottenere perdono dei peccati..
Nonostante le interpretazioni posteriori di queste porzioni del Corano, i passaggi in questione sottolineavano chiaramente, all'epoca, l'importanza dell'autodifesa nella comunità musulmana. Tuttavia, nei primi secoli, il termine "Jihad" venne inteso dai pensatori musulmani come una guerra volta ad espandere l'Islam.Si veda a tal proposito l'opera di David Cook "Storia del Jihad. Da Maometto ai giorni nostri"
I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihād citando un ḥadīth riportato dall'imām Bayhaqī e da al-Khatīb al-Baghdādī, benché il suo isnād (la catena di tradizioni che può ricondurre sino alle parole di Maometto) sia classificato come "debole": "grande jihād (interiore)" – lo sforzo per autoemendarsi, contrastando le pulsioni passionali dell'io; "piccolo jihād (esteriore)" – uno sforzo militare, cioè una guerra legale; da esercitarsi solo in caso di attacco personale.
Altri esempi di azioni che potrebbero essere considerati jihād (sulla base di hadīth con migliore isnād) includono: parlare francamente contro un governante oppressivo ("Sunan" di Abū Dāwūd, libro 37, numero 4330); andare in Ḥajj (pellegrinaggio a Mecca) – per le donne, questa è la migliore forma di jihād ("Sahīh" di Bukhārī, volume 2, libro 26, numero 595); prendersi cura dei genitori anziani, come il profeta Maometto ordinò di fare a un giovane, invece di unirsi a una campagna militare (narrato da Bukhari, Muslim, Abu Dawud al-Sijistani, al-Tirmidhī e al-Nasā'ī).
Il significato più letterale di jihād è semplicemente "sforzo" e così è talvolta definito come "jihād interiore". Il "jihād interiore" si riferisce essenzialmente a tutti gli sforzi che un musulmano potrebbe affrontare aderendo coerentemente alla religione.
Per esempio, uno studio erudito dell'Islam è uno sforzo intellettuale cui qualcuno può fare riferimento come "jihād", benché non sia comune per uno studioso dell'islam di fare riferimento ai suoi studi come "impegnarsi in un jihād". Inoltre, esiste una dimensione del grande "jihād" che include motivi personali ineludibili, desideri, emozioni, e la tendenza a garantire il primato a piaceri e gratificazioni terrene.
La tradizione di identificare lo sforzo interiore come grande jihād (cioè, non militare) pare essere stato profondamente influenzato dal sufismo, un movimento mistico interno all'Islam antico e diversificato.
Sia per i musulmani, sia per i non musulmani gli attacchi dei militanti sotto l'egida del jihād possono essere percepiti come atti di terrorismo. Due gruppi islamisti si chiamano "jihād islamico": l'Egyptian Islamic Jihad e il Palestinian Islamic Jihad. I fiancheggiatori di questi gruppi percepiscono una giustificazione religiosa forte per un'interpretazione militante del termine jihād quale risposta adeguata all'occupazione israeliana della Cisgiordania (o "West Bank", all'inglese) e della Striscia di Gaza.
I musulmani credono che un posto in Paradiso (Ǧanna) sia assicurato a colui che muore come parte in lotta contro l'oppressione in qualità di shahīd (martire, cioè testimone). Descrizioni del Paradiso, nell'Islam come nel Cristianesimo, sono intrinsecamente problematiche. Considerazioni nei ḥadīth e nel Corano circa le ricompense spettanti allo shahīd — i settantadue "puri spiriti" conosciuti come urì, i fiumi che scorrono, l'abbondanza di freschi frutti — possono, a seconda delle prospettive, essere considerati realtà letterali o metafore per un'esperienza trascendente l'umana espressione.
Anche qualora la morte di un martire in un'operazione militare sia sicura, gli islamisti militanti considerano l'atto un martirio anziché un suicidio. Qualora musulmani non combattenti periscano in tali operazioni militari, i militanti considerano queste persone shahīd, anch'essi con un posto assicurato in paradiso. Stando a questa concezione, solo il nemico kāfir, o i miscredenti, ricevono danno dalle operazioni di martirio. La maggioranza degli eruditi islamici rigetta questa interpretazione. Il suicidio è un peccato nell'Islam. La dottrina maggioritaria degli studiosi discorda dall'approccio militante islamista in materia, e ritiene che le operazioni di martirio siano equivalenti al peccato di suicidio, che uccidere civili sia un peccato e che la Sunna (il costume, la "Retta Via") non permetta né l'uno né l'altro. Per questi studiosi, e per la vasta maggioranza dei musulmani, né le missioni suicide né gli attacchi ai civili sono considerati legittime conseguenze dello jihād.
Praticamente tutti i musulmani, tuttavia, ritengono che la legittima difesa dell'Islam comporti ricompense nell'Altra Vita. La base dello shahīd può essere rintracciata nelle parole di Maometto prima della battaglia di Badr, quando disse: