La fotografia è quella serie di processi che, tramite i mezzi tecnici, permettono di ottenere le fotografie. L'azione principale della fotografia è il fotografare, riferito alla tecnica d'uso di una fotocamera, in grado di registrare in modo permanente le immagini ottiche di un obiettivo, e poi di renderle oggetto visibile, tramite stampa fotografica, proiezione su schermo per la visione diretta o su monitor/display/TV (solo fotografia digitale o digitalizzata).

In senso più astratto, la fotografia è la tecnica e l’arte di riprendere figure statiche o mutevoli (persone, animali, piante, oggetti, paesaggi, opere d’arte, nel loro insieme o in particolari), fatti, avvenimenti, ogni manifestazione della realtà e della vita, eccetera, non soltanto allo scopo di fissarne fedelmente l’immagine e il ricordo, come mezzo quindi di presentazione della realtà, di informazione e di comunicazione o di "riproduzione", ma cercando anche di cogliere, e talora sorprendere, nella loro immediatezza, gli aspetti più significativi e suggestivi della figura umana e della realtà in genere, interpretandoli e, spesso, trasfigurandoli dalla realtà.

È una tecnologia che, a causa dell'estrema versatilità, si è sviluppata nei campi più diversi delle attività umane, come la ricerca scientifica, l’astronomia, la medicina, il giornalismo, ecc., fino a diventare in alcuni casi un'autentica forma d'arte, nonostante il fatto che generalmente le fotografie non siano direttamente frutto della nostra immaginazione e del nostro operato manuale, come usualmente lo sono un dipinto o un'illustrazione, ma sono sempre e comunque il prodotto diretto della luce, di una lente ottica e di una "macchina" in grado di catturare le stesse immagini che vediamo con gli occhi, e che hanno come referente, per necessità, il mondo fisico.

Etimologia Il termine fotografia nasce con la fotografia più o meno alla metà del 1800, ed è derivato innanzitutto dal greco antico, composto da φῶς, phôs ossia "luce", e -γραφή, graphè cioè "disegno, scrittura o disegnare, scrivere", per il termine di idea francese photographie, e poi anglofono photography, composto ugualmente di photo- «foto-» e -graphy «-grafia», col significato di: "scrittura con la luce", "disegno della luce" o anche "scrivere o disegnare con la luce" o "scrittura di luce", ecc. Il senso comune è che sia la Luce a scrivere o a disegnare, e non il pittore. Fatto che diede molto fastidio ad alcuni esponenti del mondo artistico contemporaneo, come ad esempio a Charles Baudelaire, che esternò subito il suo disappunto per la fotografia.

Storia

La fotografia è opera della luce e nasce infatti da un principio fisico chiamato diffrazione, che è una sua proprietà caratteristica. La camera oscura e l'obiettivo stenopeico formano il sistema più elementare della macchina fotografica, che racchiude in sé tutti i principi fisici coinvolti in questa tecnologia. Naturalmente sono stati necessari i risultati ottenuti sia nel campo dell'ottica, sia in quello della chimica (e oggi, anche dell'elettronica) e lo studio delle sostanze fotosensibili. La prima camera oscura fu realizzata molto prima che si trovassero dei mezzi chimici per fissare l'immagine ottica in essa proiettata; il primo ad applicarla in ambito fotografico fu il francese Joseph Nicéphore Niépce, cui convenzionalmente viene attribuita l'invenzione della fotografia, anche se studi recenti rivelano tentativi precedenti, come quello di Thomas Wedgwood.Nel 1813 Niépce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti alle tecniche litografiche, interessandosi poi anche alla registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica senza l'intervento dell'incisore. In collaborazione con il fratello Claude, Niépce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d'argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, forse, con cloruro d'argento.

L'immagine non poté essere fissata completamente e Niépce fu indotto a studiare la sensibilità alla luce di altre sostanze, come il bitume di Giudea, che diventa insolubile in olio di lavanda dopo l'esposizione alla luce.

La prima produzione con la nuova sostanza fotosensibile risale al 1822. Si tratta di un'incisione su vetro raffigurante papa Pio VII. La riproduzione andò distrutta poco dopo e la più antica immagine oggi esistente fu ottenuta da Niépce nel 1826, utilizzando una camera oscura il cui obiettivo era una lente biconvessa, dotata di diaframma e di un basilare sistema di messa a fuoco. Niépce chiamò queste immagini eliografie.

Nel 1829, Niépce fondò con Louis Daguerre, già noto per il suo diorama, una società per lo sviluppo delle tecniche fotografiche. Nel 1839 il fisico François Arago presentò all'Accademia francese delle scienze il brevetto di Daguerre, chiamato dagherrotipo; la notizia suscitò l'interesse di William Fox Talbot, che dal 1835 testava un procedimento fotografico, la calotipia, e di John Herschel, che lavorava, invece, su carta trattata con sali d'argento, utilizzando un fissaggio a base di tiosolfato sodico.

Nello stesso periodo, a Parigi, Hippolyte Bayard ideò una tecnica usando un negativo su carta sensibilizzata con ioduro d'argento, dal quale si otteneva poi una copia positiva. Bayard fu però invitato a terminare gli esperimenti per evitare una concorrenza con Daguerre.

Lo sviluppo del dagherrotipo fu favorito anche dalla costruzione di apparecchi speciali dotati di un obiettivo a menisco acromatico ideato nel 1829 da Charles Chevalier.

Tra il 1840 e il 1870 i processi e i materiali fotografici vengono perfezionati: nel 1841 Antoine Claudet rinnova la ritrattistica introducendo lastre per dagherrotipia a base di cloruro e ioduro d'argento, che consentono pose di pochi secondi; nel 1851 Frederick Scott Archer propone il procedimento al collodio che sostituisce la dagherrotipia e la calotipia. Tra il 1851 e il 1852 vengono introdotte l'ambrotipia e la ferrotipia, per ottenere positivi apparenti incollando un negativo su lastra di vetro a un supporto di carta o panno neri, o di metallo brunito; nel 1852 viene istituita a Firenze la più antica azienda al mondo nel campo della fotografia: la Fratelli Alinari. Nel 1857 compare il primo ingranditore a luce solare a opera di J. J. Woodward; nel 1859 R. Bunsen e H. E. Roscoe realizzano le prime istantanee con lampo al magnesio. Le prime immagini a colori per sintesi additiva si devono a J. C. Maxwell (1861), mentre quelle per sintesi sottrattiva sono state introdotte da Louis Ducos du Hauron (1869). R. L. Maddox porta una novità: le lastre con gelatina animale come legante. Infine, nel 1873 H. Vogel scopre il principio della sensibilizzazione cromatica e realizza le prime lastre ortocromatiche.

Tecnica L'atto tecno-meccanico prevede la proiezione della luce attraverso un sistema ottico verso una superficie piana fotosensibile.

Perfezionamento di tecnologie e materiali

Gli sforzi furono anche indirizzati al perfezionamento dei materiali sensibili, dei procedimenti di sviluppo e degli strumenti ottici. Tra le innovazioni più importanti si ricordano: l'introduzione degli apparecchi fotografici portatili (1880); l'introduzione delle pellicole in rullo, realizzate per la prima volta da G. Eastman inizialmente con supporto in carta (1888) e successivamente con supporto in celluloide (1891). Nel 1890 F. Hurter e V. C. Driffield iniziarono lo studio sistematico della sensibilità alla luce delle emulsioni, dando origine alla sensitometria.

Un considerevole miglioramento delle prestazioni degli obiettivi si ebbe nel 1893, quando H. D. Taylor introdusse un obiettivo anastigmatico (tripletto di Cooke) con sole tre lenti non collate; tale obiettivo fu perfezionato da P. Rudolph nel 1902 con l'introduzione di un elemento posteriore collato e venne prodotto l'anno dopo dalla Zeiss, con il nome di Tessar.

Altri progressi si ebbero con l'introduzione del sistema reflex (ideato nel 1928, ma conosciuto già nel 1500) perfezionato col pentaprisma nel 1946 dal progettista italiano Telemaco Corsi sulla sua Rectaflex, l'uso sempre più massiccio e coerente degli strati antiriflesso sulle superfici delle lenti che finirono per migliorare enormemente la trasmissione della luce e il contrasto degli obiettivi, e nel 1948 con il processo Polaroid in bianco e nero, che permetteva di ottenere in pochi secondi una copia positiva utilizzando un apparecchio e una pellicola speciali introdotti da E. H. Land e successivamente esteso al colore.

Negli anni sessanta con gli esposimetri incorporati nelle macchine fotografiche, ebbe inizio l'epoca degli automatismi e dell'implemento dell'elettronica: l'evoluzione tecnologica in tale campo fu tale che alla fine degli anni ottanta, con la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, la messa a fuoco e l'esposizione diventano completamente automatiche; inoltre micromotori provvedono al caricamento della pellicola, al suo avanzamento dopo ogni scatto e al riavvolgimento nel caricatore al termine dell'uso.

Negli anni ottanta entrarono in produzione macchine per la fotografia digitale che al posto della pellicola avevano un CCD (charge coupled device ), lo stesso elemento sensibile delle videocamere. Il sensore digitale è in grado di analizzare l'intensità luminosa e il colore dei vari punti che costituiscono l'immagine e di trasformarli in segnali elettrici che vengono poi registrati su un supporto magnetico (nastro o disco), che però poteva contenere solo alcune decine di immagini. L'immagine registrata può essere immediatamente rivista su un monitor, stampata da un'apposita stampante, o spedita via cavo o via rete, a qualsiasi distanza. Macchine di questo tipo venivano usate soprattutto dai fotoreporter, per l'immediata trasmissione delle foto ai giornali, che non hanno bisogno di immagini ad alta definizione. Negli anni 1990 e negli anni 2000 arrivano le nuove fotocamere digitali che soppiantano quelle a pellicola, nonostante ci sia ancora un seguito di appassionati. L'inconveniente principale della prima fotografia elettronica era la scarsa definizione delle immagini, in confronto a quella della fotografia tradizionale. Notevole diffusione ha avuto l'elaborazione elettronica delle immagini fotografiche, che, digitalizzate da uno scanner ad alta definizione, possono essere corrette ed elaborate a piacere, come la modifica dei colori, l'eliminazione di dominanti cromatiche, ma anche la cancellazione e l'aggiunta di parti delle immagini, fino ad ottenere dei fotomontaggi quasi perfetti e relative conseguenze (si esce dal campo fotografico per entrare nel campo grafico). L'immagine elaborata veniva poi stampata su pellicola, con la stessa definizione dell'originale.

Negli ultimi anni lo sviluppo della fotografia digitale ha avuto implicazioni incredibili sia nella fase di ripresa delle immagini che in quella di visione. Da un lato i sofisticati sistemi di esposizione, messa a fuoco, inquadratura e disponibilità immediata delle immagini in fase di ripresa e dall'altro la loro elaborazione sul computer hanno ridimensionato il lavoro di camera oscura per lo sviluppo del negativo e/o della diapositiva e per la loro stampa. Essa richiedeva lunghe ore al buio, pazienza e risorse economiche, al punto che grandi fotografi utilizzavano spesso laboratori professionali per le loro immagini. Oggi il processo è alla portata di tutti grazie alle immagini digitali che possono essere ritoccate, modificate e trasferite con il computer di casa propria, avvalendosi di programmi di editing e/o fotoritocco e modalità di archiviazione di anziché di voluminosa carta che hanno in gran parte ridotto la domanda di pellicole e di stampa tradizionale delle foto.

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