Il Proslogion (termine grecizzante per "colloquio") è un saggio di teologia che il monaco e filosofo cattolico Anselmo d'Aosta scrisse tra il 1077 e il 1078. Si tratta della più nota delle opere del corpus anselmiano: vi è infatti esposta la dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio detta "argomento ontologico", la quale è considerata una pietra miliare della storia della filosofia.Lorenzo Pozzi, Introduzione, in

Inquadramento dell'opera Anselmo compose il Proslogion tra il 1077 e il 1078, mentre era priore dell'abbazia normanna di Notre-Dame du Bec. Si trattava della sua seconda opera importante, la prima dopo il Monologion del 1076..

Nel Monologion Anselmo aveva proposto diversi argomenti a posteriori per dimostrare l'esistenza di Dio, tutti basati su una considerazione fondamentalmente platonico-agostiniana:Stefano Simonetta, Anselmo d'Aosta, in si riscontra che gli oggetti dell'esperienza sono caratterizzati da gradi diversi di bontà, perfezione ed esistenza, e si ammette, per principio, che se le cose sono più o meno buone o perfette, o dotate di una pienezza ontologica maggiore o minore, è a seconda che partecipino in modo più o meno diretto dell'unico principio del bene, della perfezione e dell'essere assoluti che è Dio, in virtù del quale le cose create ottengono la loro porzione finita di bontà, di perfezione e di esistenza (ma anche di ogni altro attributo positivo che si trovino ad avere); da ciò deriva che Dio deve esistere come principio da cui le cose finite derivano per le qualità positive da cui sono caratterizzate..

Nonostante considerasse validi e definitivi questi suoi argomenti, Anselmo ne era in parte insoddisfatto e si mise quindi alla ricerca di una dimostrazione dell'esistenza di Dio più semplice e autosufficiente.. Ritenendo, dopo un'affannosa ricerca, di averla trovata, la espose nel Proslogion.

Inizialmente Anselmo aveva pensato di intitolare l'opera Fides quaerens intellectum, "la fede alla ricerca della comprensione", espressione che sintetizza bene la concezione anselmiana del rapporto che deve sussistere tra ragione e fede: la fede è il principio di ogni conoscenza, ma la ragione ha il diritto e anzi il dovere di chiarire e, nei limiti del possibile, comprendere i contenuti della rivelazione.. Lo spirito con cui Anselmo scrisse il Proslogion fu quello di «colui che si sforza di innalzare la sua mente a contemplare Dio e cerca di intendere ciò che crede» (Prosl., Proemio).. Con riferimento al fatto che il testo è strutturato come un discorso dell'autore che si rivolge in seconda persona a Dio, il titolo fu poi cambiato, su consiglio di Ugo di Lione, divenendo Alloquium de ratione fidei ("colloquio sulla razionalità della fede") così come il titolo del Monologion, che inizialmente era Exemplum meditandi de ratione fidei ("esempio di meditazione sulla razionalità della fede"), venne cambiato in Monoloquium de ratione fidei. Infine i due nomi Monoloquium e Alloquium vennero grecizzati rispettivamente in Monologion e Proslogion (due termini che però non esistono in greco) e de ratione fidei fu fatto cadere in entrambi i titoli.

Contenuto Il Proslogion si apre con un proemio in cui Anselmo riassume i motivi che l'hanno spinto a intraprendere la stesura dell'opera e a darle il suo titolo definitivo. Segue, nel capitolo I, un'invocazione in cui l'autore assume un atteggiamento di contemplazione e ricerca di carattere agostinianamente introspettivo. e supplica Dio di rivelarsi all'uomo, il quale, dopo la caduta, si trova impossibilitato a risollevarsi da solo: «Il tuo servo ansioso del tuo amore [...] anela di vederti ed è troppo lontano dal tuo volto. [...] Sono stato fatto per vederti / e non ho ancora fatto ciò per cui sono stato fatto» (Prosl., cap. I). Sempre nel capitolo I, Anselmo rende esplicita la necessaria priorità della fede rispetto all'indagine razionale che rende Dio, almeno in parte, conoscibile per l'uomo: «Insegnami a cercarti e mostrati a me che ti cerco, / poiché non posso cercarti, se tu non me lo insegni, / e non posso trovarti, se tu non ti mostri. [...] Hai creato in me questa tua immagine / affinché, memore di te, ti pensi e ti ami. Ma questa immagine è così [...] offuscata dal fumo dei peccati / che non può fare ciò per cui è stata fatta, / se tu non la rinnovi e la riformi» (Prosl., cap. I). Per Anselmo l'intervento della grazia divina è condizione necessaria affinché l'uomo possa uscire dal suo stato di corruzione e giungere a conoscere Dio. L'uomo con le sue sole forze è impotente, e anche per questo è necessario che egli creda per intendere anziché intendere per credere...

La dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio Al capitolo II, Anselmo presenta il suo argomento per la dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio. Il fondamento di tale argomento è una definizione creduta per fede e non, ad esempio, un'evidenza empirica, il che ne fa appunto una costruzione a priori in contrapposizione agli argomenti a posteriori (basati cioè su considerazioni di fatto) che erano stati esposti nel Monologion. Dunque, scrive Anselmo rivolgendosi direttamente a Dio, «noi crediamo che tu sia qualcosa di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore»È stato sottolineato che, così come nel Monologion Dio era stato collocato da Anselmo oltre la capacità umana di una completa comprensione, così nel Proslogion, coerentemente, la definizione che l'autore propone non è tale da esaurire il concetto di Dio riconducendolo interamente all'interno dei limiti dell'intelletto finito dell'uomo: Dio non è quanto di più grande l'uomo possa pensare, bensì ciò di cui non può essere pensato il maggiore, e quindi si colloca dinamicamente sempre in coincidenza del limite del pensabile o poco oltre esso. Cfr. . (Prosl., cap. II).

Ora, secondo Anselmo, anche chi nega l'esistenza di Dio, come lo «stolto» di cui parlano i Salmi (XVI, I e LIII, I), quando sente la definizione di Dio come «qualcosa di cui non può pensarsi nessuna cosa maggiore» intende ciò che sente; e «ciò che intende è nel suo intelletto, anche se egli non intende che ciò esiste» (Prosl., cap. II). Per spiegare questo punto, l'autore ricorre a una similitudine: lo «stolto» si trova in una situazione paragonabile a quella del pittore che intende ciò che è in procinto di dipingere, e lo ha quindi nel suo intelletto, anche se non intende che ciò esiste sulla tela (non prima di averlo dipinto).

Ma, prosegue Anselmo, se per assurdo ciò di cui non si può pensare il maggiore esistesse solo nell'intelletto, allora si potrebbe pensarlo come esistente anche di fatto, e poiché ciò che esiste non solo nell'intelletto, ma anche nella realtà, è maggiore di ciò che esiste solo nell'intelletto, si avrebbe che ciò di cui non si può pensare il maggiore non è ciò di cui non si può pensare il maggiore, il che è contraddittorio. In altre parole:

Ciò di cui non può essere pensato il maggiore, poi, non può essere nemmeno pensato come non esistente: se infatti potesse anche solo essere pensato come non esistente non sarebbe più ciò di cui non può essere pensato il maggiore, poiché ciò che non può essere concepito come non esistente è maggiore di ciò che può esserlo (Prosl., cap. III). Anselmo afferma quindi che l'ente di cui non può essere pensato il maggiore è Dio, e che solo Dio, poiché è il solo che non può essere concepito se non come esistente, possiede l'esistenza al massimo grado e in modo necessario, diversamente dalle cose create che gli sono inferiori..

Ma allora, si chiede Anselmo, come è possibile che lo «stolto» neghi l'esistenza di Dio, o anche solo concepisca Dio come non esistente? La risposta a questa domanda si trova al capitolo IV: c'è, nel termine "pensare", un'equivocità, ovvero il termine può essere inteso in due modi che, se confusi, rischiano di determinare errori nel ragionamento e contraddizioni, come quella che sorgerebbe se in effetti lo «stolto» potesse pensare Dio come non esistente anche se Dio è ciò che non può essere pensato come non esistente. Per Anselmo, è diverso "pensare" certe parole e "pensare" ciò che certe parole significano. «Nel primo modo si può pensare che Dio non esiste, ma nel secondo modo no» (Prosl., cap. IV). Chi nega l'esistenza di Dio pensa dei segni a cui non si accompagnano significati, cioè pronuncia (tra sé o ad alta voce) parole vuote, che tradiscono il fatto che non ha compreso che Dio è ciò di cui non può essere pensato il maggiore. Chi intende questo, chi cioè pensa a Dio nel secondo senso della parola "pensare", non può pensare Dio come non esistente..

In modo analogo a Sant'Anselmo e agli altri santi Dottori della Chiesa, anche negli scritti di Tommaso d'Aquino l'autore spesso si rivolge a Dio in modo diretto e personale. Anselmo procede con una dimostrazione per assurdo che nega l'ipotesi iniziale ("Dio è ciò di cui nulla può dirsi maggiore"), mentre Tommaso sviluppa la prova ex gradu delle cinque vie, muovendo da questo comune assunto. L'Aquinate definì Dio come la perfezione, la massima quantità possibile di ogni qualità, utilizzando le due parole latine "Sommo Bene" unicamente come sinonimo di Dio. In quanto "già al massimo" grado, non ulteriormente aumentabile, ogni qualità in Dio è priva di qualsiasi potenza e divenire verso un atto, e perciò Dio è chiamato anche Atto puro: perfectio in latino significa anche "compimento", attuazione del fine.

La frase Dio è ciò di cui nulla può dirsi maggiore è un'affermazione, in forma negativa, in cui due negazioni affermano (secondo lo spinoziano Omnis determinatio est negatio, confermato anche nella logica moderna). Essa non è equivalente, ma alla sua verità consegue che Dio è il massimo grado di ogni qualità: secondo il principio aristotelico, noto nella Scolastica, per il quale il "Tutto è maggiore della somma delle parti", Dio è inteso come: "massimo (numerico, quantitativo) di ogni singola qualità", presa separatamente dalle altre, maggiore della somma di tutte queste qualità prese insieme e nel loro massimo grado possibile, maggiore della somma delle quantità massime in ogni qualità. Per questo, Dio è trascendente, vale a dire più e oltre ogni qualità: di lui, o non si può dire nulla (se non un'apparente tautologia nel biblico io sono colui che sono, citato dagli autori), oppure si afferma Dio come "Sommo Bene", "Somma Giustizia", ecc. consapevoli che si tratta di approssimazioni opportune, che pur potendosi riferire soltanto ed esclusivamente a Dio, non sono comunque mai identiche al suo nome e alla sua sostanza.

La definizione La definizione di Dio come "ciò di cui nulla può dirsi maggiore" trova un riscontro biblico in : "Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per sé stesso, dicendo: Ti benedirò e ti moltiplicherò molto". Nell'Antico Testamento, Dio si rivela come Io sono colui che sono, affermandosi come Essenza e come Nunc stans. In questa autodefinizione di Dio, Egli non fornisce di Sé alcuna altra qualità, nome o predicato, come ci si attende da un essere che necessariamente non può mentire per sua natura: qualsiasi qualità sarebbe una verità parziale, non esaustiva dell'insieme infinito di predicati che caratterizzano la Triunità di Dio.

Le proprietà divine La seconda parte del Proslogion, quantitativamente preponderante rispetto alla prima (occupa infatti i capitoli V-XXVI), è dedicata alla deduzione, a partire dall'argomento con cui si è dimostrata l'esistenza di Dio, delle principali caratteristiche di questo ente personale di cui nulla può essere pensato il maggiore.