La filosofia della storia si occupa del significato spirituale della storia e di un suo possibile fine teleologico. Essa si chiede se esista un disegno, uno scopo, o un principio guida nel processo della storia, e quale ruolo vi occupi l'essere umano. Altre questioni su cui si interroga questa disciplina sono se la storia consista nella realizzazione della verità o di un ordine morale, se essa è ciclica o lineare, o se esiste il concetto di progresso.
Origine e significato del termine
Da un punto di vista più positivista la filosofia della storia è la disciplina filosofica che studia la fenomenologia storica degli avvenimenti in base ai canoni della scienza, considerando ogni ideale ed entità metafisica come meri oggetti di studio.
Il primo ad usare il termine fu probabilmente Voltaire con il suo La philosophie de l'histoire del 1765, anche se la ricerca di un senso della storia è ben precedente. Il termine storiosofiaCf. Historiosophy., coniato da Gershom ScholemCf. Stanford Encyclopedia of Philosophy. è sostanzialmente equivalente a filosofia della storia, anche se esso va più precisamente riferito all'intersezione di storia e metafisica.
La filosofia della storia si distingue inoltre dalla storiografia, che è lo studio della storia come disciplina accademica, e quindi riguarda i suoi metodi e le sue pratiche, come pure il suo sviluppo temporale come disciplina. Allo stesso tempo, la filosofia della storia va distinta dalla storia della filosofia, la quale è lo studio dello sviluppo delle idee filosofiche nella loro sequenza temporale.
Concezioni della storia In linea teorica, le concezioni della storia possono essere considerate di orientamento "storicistico", se interpretano il susseguirsi degli eventi come processo unico, unidirezionale, provvidenziale o portatore di progresso. Ad esse si opporrebbero quelle filosofie che intendono la storia:Cfr. Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, alla voce "Storia", Milano, BUR, 1998. come regresso: i Greci conoscevano il mito dell'età dell'oro, descritto ad esempio da Platone, epoca di perfezione da cui l'umanità è decaduta per gradi; concezione riaffermata da pensatori esoteristi come René Guénon, che identificano la modernità con l'età oscura del Kali Yuga, seppure in vista di un ritorno all'origine; come ciclo: gli antichi Stoici interpretavano il mondo come ripetizione di cicli cosmici, visione ripresa da Nietzsche con il mito dell'eterno ritorno e, in un senso diverso, da Spengler, secondo cui le civiltà nascono, crescono, e muoiono in modo necessario; come casualità: ad esempio Schopenhauer considera pessimisticamente la storia come priva di meta e di scopo, teatro illusorio e doloroso di vicende per lo più somiglianti tra loro. Un atteggiamento antistoricista, scettico verso ogni teleologia del divenire, caratterizza il pensiero di Karl Popper, oltre che quello strutturalista e post-moderno. Si tratta in ogni caso di concezioni dai contorni non definibili e spesso sovrapposti, che hanno cercato di indagare la natura della storia anche in relazione al libero agire dell'uomo.
Formulazioni in ambito cristiano
Il primo tentativo di inquadrare la storia entro una visuale filosofica e metafisica si deve alla concezione lineare e progressiva del tempo propria del cristianesimo, mentre nel mondo antico, così come nelle dottrine orientali, la via percorsa dall'uomo in un apparente progresso tornava ripetutamente sui suoi passi iniziali, in un susseguirsi di avvenimenti sempre uguali, in maniera analoga al naturale corso del ciclo delle stagioni.Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, pag. 173, Firenze, Giunti Editore, 2000. Fiducia nel progresso futuro era stata tuttavia espressa da Seneca, consapevole che più grande di quello posseduto in passato è il sapere posseduto nella sua epoca, destinato a sua volta ad essere superato dal sapere delle generazioni successive.«Verrà un giorno in cui il passare del tempo e l'esplorazione assidua di lunghi secoli porterà alla luce ciò che ora ci sfugge. [...] Verrà il giorno in cui i nostri posteri si meraviglieranno che noi ignorassimo cose tanto evidenti» (Seneca, Naturales Quaestiones VII 25, 4-5, trad. di P.Parroni.
Agostino di Ippona è quindi considerato il primo filosofo a introdurre la storia nella filosofia, una dimensione mai esplicitamente indagata dal pensiero greco.Salvatore Federico, Sommario di Filosofia, pag. 96, Youcanprint, 2014. La sua concezione si inserisce nel contesto escatologico dell'Antico Testamento, secondo cui Dio si serve della storia per realizzare i propri progetti di redenzione. Nel pensiero greco era certamente presente l'idea della contrapposizione tra bene e male, ma era assente la nozione del peccato, per cui non c'era una visione lineare della storia (come percorso di riscatto verso la salvezza),Tra gli altri, Heidegger ha evidenziato come la filosofia greca fosse incapace di pensare il concetto cristiano delleschaton. e il mondo era concepito soltanto in forma ciclica.«In epoca cristiana l'antica idea della ciclicità della storia del mondo si evolve in quella di una dimensione lineare [...]. Con l'ammissione del tempo lineare e della sua data centrale, sono di massima escluse dalla coscienza cristiana antiche concezioni, quale per esempio quella dell'intero ritorno di tutte le cose» (Ernst G. Hoffmann, Platonismo e filosofia cristiana, trad. it., Bologna, Il Mulino, 1967, p. 158 [Stuttgart-Zürich, 1960]). Agostino invece ebbe presente come la lotta tra bene e male si svolge soprattutto nella storia. Ciò significa che Dio interviene attivamente nella vita terrena degli uomini, interessandosi a loro per educarli e liberarli dalle catene della corruzione.Tema da lui affrontato nella Città di Dio (413-426).
Secondo Agostino, tuttavia, permaneva un abisso tra Dio e il mondo. La divina provvidenza, pur guidando il cammino dell'umanità, rimane esterna e trascendente rispetto ad esso: lo guida, nel senso che l'indirizza fino al punto in cui la Storia avrà termine, per sboccare in ciò che è oltre il tempo. Principio e Fine restano pertanto al di là, su un piano trascendente.La filosofia della storia di Agostino è quindi antitetica a quella di Hegel, che concepiva il Logos immanente o identico alla storia; o di Karl Marx, secondo cui il fine della storia si compie "dentro" la storia.
Una prospettiva escatologica si ritrova in età medioevale nelle attese di Gioacchino da Fiore, uno dei primi teologi cristiani a concepire una suddivisione della storia in tre grandi ere: a unepoca del Padre, corrispondente all'ebraismo e all'Antico Testamento, contraddistinta da Mosè, ovvero l'ariete che distrugge il toro (episodio del "vitello d'oro"), seguiva secondo Gioacchino unera del Figlio, in cui Gesù, simboleggiato dai pesci, s'è rivelato nel cristianesimo e nel Nuovo Testamento; sarebbe infine giunta una nuova era, quella dello Spirito, definita dell'aquario.
Il Rinascimento Nel Rinascimento, la rivalutazione della figura dell'uomo favorì una nuova presa di coscienza del suo ruolo e del suo senso di responsabilità all'interno della storia. La filosofia politica del Cinquecento vide contrapporsi, in particolare, l'utopismo di Tommaso Moro da un lato, e il realismo di Machiavelli dall'altro. Quest'ultimo, primo teorico della "ragion di stato", espresse nel Principe il suo impegno finalizzato alla costruzione di un potere saldo ed efficiente, inserito nell'ideale rinascimentale di opporre la volontà e la responsabilità umane al dominio del caso e alle incognite della storia.
L'ideale machiavellico di uno stato forte, basato sulla comprensione delle leggi a cui perennemente soggiace la storia, fu tuttavia respinto da Guicciardini, secondo cui la storia politica rimaneva luogo di scontro di forze puramente individuali: di qui quel suo atteggiamento di affidarsi al proprio particulare, inteso come tornaconto e utile personale.
I corsi e ricorsi storici di Vico
Il tentativo di coniugare il finalismo cristiano della storia con la libertà dell'uomo, e con le scelte da lui operate all'interno di essa, fu perseguito soprattutto dalle correnti neoplatoniche dell'età moderna, di cui Giambattista Vico fu uno dei maggiori rappresentanti.Luigi Bellofiore, La dottrina della provvidenza in G. B. Vico, pag. 214, CEDAM, 1962. Nella Scienza nuova, Vico concepì la storia come uno sviluppo in divenire delle idee platoniche, verità eterne che si esplicano però nella contingenza: grazie al modo specifico che ha l'uomo di esistere e di estrinsecare le Idee divine nel mondo, queste si traducono in realtà storica.
L'uomo è il creatore della civiltà, ma al di sopra di lui vi è un principio superiore, non finalistico, che regola e indirizza la storia secondo leggi che vanno al di là, o persino contrastano, con i fini che gli uomini si propongono di conseguire (eterogenesi dei fini).
Secondo Vico il metodo storico dovrà procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi «poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni civili.
Questo metodo consente di identificare nella storia la legge fondamentale del suo sviluppo, che procede attraverso tre età: l'età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»;«L'età degli dei nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane» (G. Vico, Scienza nuova, Idea dell'Opera). l'età degli eroi, dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degli uomini, «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana».G. Vico, ibidem.
L'idea vichiana di Provvidenza, ripresa da Plotino,Vittorio Mathieu, Come leggere Plotino, pag. 82, Milano, Bompiani, 2004. non è da intendere come un provvedere fattivamente a qualcosa, bensì come il naturale adeguarsi della realtà alle Idee che la precedono. Ne deriva che la storia non obbedisce per necessità ad uno scopo deliberato, imposto ad essa dall'esterno, bensì genera soltanto le condizioni storiche e contingenti in cui l'uomo si trova ad operare: di queste l'uomo si serve come strumenti per esplicare la propria stessa libertà. Egli adopera, cioè, le peculiarità delle situazioni storiche come materia a cui dare una forma secondo la propria volontà. L'esistenza della Provvidenza non può pertanto impedire a volte la regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, seppure in forme nuove, quelli passati, perché sottostanno tutti agli stessi modelli eterni e atemporali, secondo un andamento ciclico.
A differenza dunque di quanto dirà Hegel, la ragione per Vico non crea la verità, poiché questa è trascendente, non il risultato di un procedere storico; e per cogliere la verità, non si può fare a meno del senso e della fantasia, senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia, infatti, non è affidato alla sola ragione, ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità.
Il Romanticismo