Linfiltrazione è una tattica militare che consiste nell'introduzione di unità all'interno di un territorio controllato dal nemico allo scopo di effettuarvi operazioni militari. L'infiltrazione rappresenta quindi "un mezzo" per creare il presupposto di poter eseguire "lo scopo" (la missione). Esistono svariate metodologie di infiltrazione così come sono varie le tipologie di missione che si possono compiere dietro le linee nemiche all'interno delle zone occupate dall'avversario.

In generale, l'infiltrazione tende ad essere eseguita facendo in modo di non essere scoperti e sfrutta diverse modalità di ingresso nell'area nemica: in modo attivo per via terrestre, per via aerea e per vie acquatiche, nonché in modo passivo lasciandosi sopravanzare dall'eventuale avanzata del nemico. Le missioni possibili effettuabili all'interno di una zona controllata dal nemico che richiedono una preventiva infiltrazione sono soprattutto le missioni tese alla raccolta informazioni (HUMINT), le incursioni (a prescindere che vengano effettuate per portare a termine un'azione diretta, un sabotaggio o una liberazione di ostaggi), le missioni di acquisizione obiettivi e/o designazione bersagli oltre alle azioni di interdizione d'area.

Normalmente, al termine di queste missioni, si procede con l'operazione inversa dell'infiltrazione: lesfiltrazione. Storia In Italia Nella storia del paracadutismo italiano si trova traccia di infiltrazioni e interdizioni di area nella seconda guerra mondiale in progetti che prevedevano la destinazione di reparti a lasciarsi superare dal nemico invasore per poi operare nelle sue retrovie. A tale scopo il 10º Reggimento arditi aveva costituito compagnie speciali in ciascun Battaglione, con l'intento di impiegarle in Sicilia, Sardegna e Corsica. Nei fatti, soltanto in Sicilia il progetto si concretizzò in qualche episodio di modesto rilievo. Anche per il 185º Reggimento paracadutisti (III, VIII e XI Battaglione) si delineò un impiego nelle retrovie Alleate dopo l'invasione della Sicilia mediante infiltrazione statica (lasciandosi superare), ma il precipitare degli eventi non lasciò campo all'attuazione.

Nella storia del Paracadutismo italiano la controinterdizione ha trovato attuazione in un'operazione di controguerriglia condotta nel Carso Goriziano contro i partigiani Jugoslavi nella primavera del 1943 dal 185º Reggimento paracadutisti (III e, in seguito, anche XI Battaglione) con procedimenti innovativi, fondati su tecniche proprie della guerriglia, attività incessante, spiccata iniziativa, determinazione unita a comportamento corretto nei confronti sia della controparte, sia della popolazione. I risultati premiarono l'impegno dei paracadutisti: l'area fu "bonificata"; i partigiani furono costretti a migrare verso altre zone, mentre i paracadutisti rientrarono alla sede stanziale. Anche nel periodo della guerra civile in Italia vi furono tentativi da parte del III Gruppo esplorante della Divisione "San Marco" della RSI, al comando del maggiore Marcianò (già comandante del II/10º Reggimento arditi), di impostare la lotta antipartigiana adottando i procedimenti dell'avversario. I risultati furono di qualche rilievo.

Dagli anni 2000 questi compiti sono svolti dal 185º Reggimento paracadutisti ricognizione acquisizione obiettivi "Folgore".

I metodi di infiltrazione Per via terrestre L'infiltrazione attiva per via terrestre viene eseguita a terra con i mezzi più appropriati secondo la disponibilità degli stessi, il terreno, il tipo (ed il comportamento) del nemico e la missione da compiere: a piedi, con mezzi animali o con mezzi a motore.

L'infiltrazione a piedi è forse quella più classica nel combattimento moderno, data l'attuale diluizione delle forze normalmente dispiegate sul terreno e potendo essere eseguita anche a corto raggio per compiti tattici a beneficio di comandi anche a basso livello da pattuglie di truppe non specializzate: soprattutto quando le linee di schieramento non sono continue (e quando non è sufficiente allo scopo il semplice pattugliamento della "terra di nessuno" tra due opposti schieramenti) non è raro il caso dell'impiego di pattuglie di fanteria che si infiltrino tra le linee avversarie per missioni di ricognizione tattica o per la cattura di elementi avversari da riportare dietro le proprie linee allo scopo di interrogarli. Persino per missioni particolari eseguite da truppe specializzate, a piedi viene spesso eseguita l'ultima parte di un'infiltrazione anche quando quest'ultima prevede l'impiego di altri mezzi per la parte iniziale del movimento (ad esempio quando una pattuglia viene inserita tramite elicottero in una zona controllata dal nemico ed effettua poi, per sicurezza, l'ulteriore avvicinamento occulto alla zona obiettivo a piedi). Il terreno elettivo dove condurre un'infiltrazione a piedi è quello "rotto" che presenta il maggior numero possibile di zone che permettono il transito di piccoli gruppi di uomini in modo occulto: presenza di fitta vegetazione (boschi o giungle), anfratti, percorsi non facilmente visibili in quanto la linea di visuale è spesso "coperta" dalla presenza di rocce (montagne) ed eventuale presenza di numerosi percorsi la cui sede sia ad una conveniente profondità (canali d'irrigazione, fossi) che possono essere sfruttati per permettere il passaggio senza esporsi alla vista del nemico. Anche centri urbani (specie se poco abitati o disabitati, anche a causa degli eventi bellici), reti di caverne o reti fognarie si prestano a far parte del percorso di infiltrazione: in ogni caso, in fase di pianificazione della missione, occorre sempre tener presenti le caratteristiche del territorio che deve soddisfare la possibilità di mettere in pratica quelle tecniche che permettono di trovare percorsi nascosti alla vista ed, eventualmente, trovare zone di sosta che permettano di vedere senza essere visti.

L'infiltrazione con mezzi animali, come cavalli o muli, è ormai desueta negli eserciti moderni: i pochi che ancora li usano (come l'esercito elvetico), lo fanno soprattutto per compiti logistici di approvvigionamento per le truppe in terreni particolari, per quanto fosse usuale per i mujahedin afghani muoversi con cavalli all'interno di zone che, formalmente, avrebbero dovuto essere sotto il controllo sovietico durante la guerra in Afghanistan dal 1979 al 1989.

L'infiltrazione per via terrestre con mezzi a motore (motocicli, autoveicoli fuoristrada o generici motoveicoli), anche se meno "riservata" rispetto a quella effettuata a piedi, viene usata qualora gli ampi spazi dell'area obiettivo e le lunghe distanze per raggiungerla siano tali da rendere conveniente (o indispensabile) l'uso di tali mezzi a scapito di una certa "invisibilità", oltre ad essere la norma per i moderni reparti di cavalleria esplorante, ormai dotati di veloci mezzi corazzati o di elicotteri. Esempi importanti di tale tipologia di infiltrazione sono state le penetrazioni/infiltrazioni motorizzate compiute dal LRDG e dal SAS britannici nel teatro nordafricano durante la seconda guerra mondiale e le successive infiltrazioni dello stesso SAS durante l'operazione "Archway", da marzo a maggio 1945 in territorio tedesco. In tempi più recenti, numerose pattuglie motorizzate di forze speciali si sono infiltrate in territorio iracheno nel tentativo di trovare le batterie di missili SCUD durante la guerra del golfo del 1990-91.Spesso con compiti di designazione laser dei bersagli,per permettere agli aerei di colpire i bersagli nemici da loro designati con illuminatori laser.

Oltre alla forma attiva, esiste una forma di infiltrazione terrestre "passiva" che non prevede un'attività di movimento per entrare nella zona controllata dal nemico da parte della pattuglia o del reparto che deve infiltrarsi, bensì sfrutta la stessa avanzata dell'avversario per rimanere nell'area che, continuando l'avanzata avversaria (o la semplice occupazione del territorio), diverrà presto una zona delle sue retrovie. A differenza dei normali reparti combattenti che, sopravanzati dal nemico, potrebbero rimanere isolati dal resto delle forze amiche ed essere costretti o alla resa (causa impossibilità di sostegno logistico) o al combattimento (per aprirsi la via del ricongiungimento con il resto delle proprie forze in arretramento), l'infiltrazione passiva (conosciuta con vari nomi a seconda del periodo storico e della nazionalità dell'esercito che l'ha attuata o prevista in sede dottrinale) presuppone l'impiego di reparti appositamente addestrati a non farsi notare durante la fase di combattimento e sfondamento da parte dell'avversario per poter rimanere in loco e proseguire la propria attività, eseguendo vari tipi di missione fino al momento della propria esfiltrazione o del proprio ricongiungimento con le forze amiche che eventualmente hanno riconquistato il terreno precedentemente perso.

Per via aerea A volte, la missione da compiere deve essere eseguita a distanze tali e/o in tempi così ristretti, da necessitare l'utilizzo di un mezzo veloce capace di percorrere grandi distanze in breve tempo: se sono state create le condizioni per poter utilizzare in relativa sicurezza lo spazio aereo fino all'area d'azione prevista per il distaccamento operativo che effettuerà la missione, il mezzo che viene normalmente scelto è quello aereo, sia esso ad ala fissa o ad ala rotante (elicottero) secondo le necessità o la convenienza. In genere, viene usato l'elicottero per l'inserimento del distaccamento in zone più vicine rispetto a quelle per cui si usa l'aereo, anche se vi sono distanze dove l'utilizzo di uno o l'altro sarebbe perfettamente intercambiabile e la scelta tra i due mezzi avviene prevalentemente per ragioni tattiche o logistiche.

Come per l'infiltrazione puramente terrestre, il distaccamento operativo incaricato della missione da compiere nel territorio controllato dal nemico può essere inserito in diversi modi anche per l'infiltrazione che sfrutta un mezzo aereo.

Nel caso di utilizzo dell'elicottero, il distaccamento può prendere terra a seguito dell'atterraggio del mezzo oppure con il mezzo ancora in volo. Nel primo caso si parlerà di "elisbarco" e, una volta rilasciato a terra, il gruppo incaricato della missione proseguirà l'infiltrazione per raggiungere l'area d'operazioni vera e propria adottando uno dei modi previsti per quella terrestre: qualora l'elisbarco fosse fatto direttamente sull'obiettivo (ad esempio nel possibile caso di un raid o di un'operazione di liberazione ostaggi, se così ne fosse previsto lo svolgimento) non si parlerebbe più di infiltrazione ma di "elisbarco d'assalto" vero e proprio, soprattutto se il reparto sbarcato fosse numericamente relativamente consistente.