Il primo colpo nucleare (in inglese: first strike) è una strategia teorica per una guerra nucleare; consiste in un attacco preventivo a sorpresa da parte di una potenza nucleare volto a distruggere la quasi totalità delle forze nucleari della nazione attaccata. L'obiettivo è distruggere (totalmente o parzialmente) l'arsenale nucleare avversario, affinché la potenza attaccante possa sopravvivere a una eventuale risposta nucleare nemica.
L'approccio teorico preferito in caso di attacco a una potenza nucleare prevede di attaccare prioritariamente i sistemi di lancio, gli aeroporti con bombardieri nucleari, i porti e i depositi di armi nucleari del nemico. Questa strategia è detta in inglese "counterforce".
A metà degli anni ottanta si è teorizzato che tale attacco potesse venir preceduto da una decina di esplosioni eso-atmosferiche di potenti testate termonucleari lanciate ad alta quota da sommergibili (in modalità HANE, o forse con qualche tipo di bomba elettromagnetica-termonucleare) per generare un impulso elettromagnetico che avrebbe neutralizzato trasformatori, linee elettriche, linee telefonico-telegrafiche, antenne e ponti-radio (inclusi tutti gli apparecchi radio e televisivi) nonché cavi e le centraline d'alimentazione di molti motore a scoppio, così da impedire le comunicazioni tra i centri di coordinamento e molti sili missilistici. L'installazione di collegamenti in fibra ottica ha tuttavia reso alcuni sistemi di comunicazione più resistenti.Congressional Research Service (CRS) Reports - in particolare, puoi cercare report specifici sull'argomento "Electromagnetic Pulse (EMP)" o "High-Altitude Electromagnetic Pulse (HEMP)
La strategia d'attacco verso una potenza non nucleare consiste nel distruggere aeroporti, porti, depositi, le fabbriche di armi (specie chimiche e biologiche) e le raffinerie di petrolio. I centri governativi e quelli di comando e controllo, in teoria, non sarebbero attaccati per permettere al nemico di negoziare o arrendersi e per poter minacciare un "secondo colpo" su essi. In teoria, tale attacco dovrebbe essere preceduto da un attacco nucleare dimostrativo contro una o due città, come i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki del 1945.
Riassunto Le sfide tra NATO e Patto di Varsavia Durante la guerra fredda, il mondo si polarizzò in due blocchi contrapposti, guidati dalle superpotenze. Da un lato, le nazioni alleate degli Stati Uniti si coordinarono nella NATO, nell'ANZUS e nella SEATO. Dall'altro lato, l'Unione Sovietica strinse a sé i Paesi del Patto di Varsavia e altri Stati satelliti del blocco sovietico, tra cui Cuba, Mozambico, Etiopia, Yemen del Sud, Afghanistan, Mongolia, Corea del Nord, Vietnam, Laos e Cambogia.
Questi due blocchi accumularono rapidamente vasti arsenali nucleari, puntati reciprocamente. Tuttavia, tali armi non furono mai impiegate in conflitti, se non per test nucleari. Presto, i leader di entrambi i blocchi, al di là della cortina di ferro, compresero che un conflitto termonucleare globale non avrebbe giovato a nessuna delle due superpotenze, anzi, avrebbe condotto con alta probabilità alla reciproca distruzione e potenzialmente a un inverno nucleare con conseguenze catastrofiche, persino l'estinzione di massa.
Grazie a diversi accordi bilaterali (SALT, START), le superpotenze si sono progressivamente orientate verso il controllo degli armamenti, limitando il dispiegamento di sistemi d'arma così devastanti da annientare completamente l'avversario con un "first strike". Nonostante questa consapevolezza, in entrambe le superpotenze operavano influenti gruppi di interesse, spesso indicati come il "complesso militare-industriale" (espressione coniata dal presidente statunitense Dwight Eisenhower), che traevano beneficio dallo sviluppo e dal mantenimento di ingenti arsenali bellici.
Questi gruppi esercitarono pressioni per un continuo sviluppo di armamenti, sia in termini quantitativi che di potenza distruttiva, come dimostra il rapido incremento di potenza, dai 500 kiloton di Ivy King (1952) ai 25 megaton di bomba termonucleare Mark 17 (1954), testata durante l'operazione Castle. Parallelamente all'aumento della potenza, migliorarono anche precisione, raggio d'azione, tecniche di elusione delle difese nemiche e prontezza operativa. Tuttavia, questa corsa all'efficienza ebbe spesso un costo elevato in termini di sicurezza e vite umane, a causa delle estenuanti missioni di volo intercontinentali senza scalo.
Si raggiunse così una capacità distruttiva che superava di gran lunga la soglia della distruzione mutua assicurata (MAD), capace di infliggere danni catastrofici alla superficie terrestre e alla biosfera.
In questo clima di crescente tensione, entrambi gli schieramenti svilupparono una paranoia reciproca, dubitando della volontà dell'altro di non ricorrere per primo alle armi nucleari. Numerosi ordigni nucleari "first-strike" vennero effettivamente dispiegati, e non mancarono dimostrazioni di forza volte a simulare un attacco preventivo, come nel caso dell'operazione Able Archer 83. In questa esercitazione, bombardieri B-52 simularono incursioni nello spazio aereo sovietico, spingendosi fino al limite e provocando immediate reazioni di allarme ("scramble") da parte della caccia sovietica."
No al primo uso delle armi nucleari Tra le potenze nucleari, solo la Repubblica Popolare della Cina e la Repubblica dell'India hanno rilasciato dichiarazioni non condizionate e non vincolanti sulla rinuncia all'uso per prime di armi nucleari, ovvero al "primo colpo". Nel 1982, durante una sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, l'URSS dichiarò che non avrebbe mai utilizzato armi nucleari per prima, indipendentemente dal possesso di armi nucleari da parte dei suoi avversari. Tuttavia, questa posizione fu in seguito abbandonata dalla Russia post-sovietica. Gli Stati Uniti, invece, adottano una politica parzialmente simile, dichiarando di non impiegare armi nucleari contro stati che non ne possiedono, né contro stati dotati di altre armi di distruzione di massa.
I sistemi di difesa antimissile su vasta scala non sono concepiti come armi da "first-strike", ma i critici del loro dispiegamento li considerano sistemi che potrebbero creare condizioni favorevoli per sferrare un "primo colpo nucleare". Il Presidente statunitense Ronald Reagan propose lo "scudo spaziale" SDI, che, qualora fosse stato dispiegato e funzionante, avrebbe minato le basi della distruzione mutua assicurata, incentivando potenzialmente gli USA a sferrare un attacco per primi.
I sistemi di difesa antimissile, originariamente pensati per diminuire il rischio di una guerra nucleare devastante, paradossalmente potrebbero finire per accelerarla. In effetti, secondo i principi della teoria dei giochi, una nazione che non sta sviluppando una difesa antimissile su larga scala, se osserva che un potenziale nemico sta costruendo una difesa efficace contro un "first strike" (e ancor più contro un "second strike", ovvero contro la parte del proprio arsenale – come bombardieri in volo, sommergibili o missili mobili – teoricamente in grado di sopravvivere a un primo attacco nucleare), e temendo, anche in modo eccessivo, che il nemico possa approfittare di una combinazione di circostanze favorevoli per un attacco, potrebbe convincersi che la guerra nucleare sia inevitabile. Di conseguenza, potrebbe ritenere necessario lanciare un "first strike" preventivo, mentre è ancora convinta che il sistema di difesa nemico non sia pienamente operativo e che le proprie armi nucleari possano raggiungere gli obiettivi prefissati.
Il ruolo dei bombardieri nel First Strike Nonostante siano stati i primi vettori di armi nucleari nella storia, l'interesse per i bombardieri diminuì rapidamente. Le ragioni furono molteplici. In primo luogo, la vasta rete di basi aeree della NATO, unitamente all'efficace sistema di difesa aerea schierato dal Patto di Varsavia – nel 1983 le Forze armate sovietiche disponevano di circa un missile superficie-aria per ogni velivolo (aereo, elicottero o missile) dell'Alleanza Atlantica, senza considerare la densa rete di SAM installata negli Stati satelliti – rendeva estremamente difficile la sopravvivenza dei bombardieri nucleari. In secondo luogo, la velocità degli aerei era notevolmente inferiore a quella dei missili balistici, il che avrebbe permesso ad un avversario di neutralizzarli mentre si trovavano ancora negli aeroporti. Questa situazione mutò a metà degli anni settanta con l'introduzione del bombardiere sovietico Tu-22M (1972), a cui seguì rapidamente lo statunitense Rockwell B-1 Lancer (1974). Quest'ultimo, inizialmente cancellato, venne poi "resuscitato" da Ronald Reagan negli anni ottanta. Questi due nuovi bombardieri erano capaci di volare a velocità supersoniche e trasportare missili da crociera con testata nucleare. Inoltre, potevano decollare da piste di decollo relativamente corte, il che permetteva loro di essere dislocati in aeroporti periferici, rendendoli meno vulnerabili ad un primo colpo nucleare e, di conseguenza, idonei ad un ruolo di secondo colpo nucleare.
I bombardieri nordamericani Northrop Grumman B-2 Spirit, entrati in servizio negli anni novanta, avrebbero potuto conferire una supremazia strategica decisiva all'USAF. Tuttavia, il loro costo eccessivo rappresentò un limite significativo, restringendo il loro dispiegamento a meno di trenta esemplari. Il contesto storico della loro comparsa, coincidente con la fine della guerra fredda, e i successivi accordi dello START, spinsero l'amministrazione Clinton a ridurne drasticamente il numero e a riconvertirne il ruolo verso una dual capability convenzionale e nucleare
Il ruolo dei sommergibili nel First Strike Per quanto riguarda la componente sottomarina dell'arsenale statunitense, una volta in navigazione, la sua capacità di sopravvivere ad un attacco era considerata praticamente assoluta. Questo era dovuto alla possibilità di operare in modo indisturbato e protetto, grazie a basi navali dislocate su tutte le sponde degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico. Al contrario, per i sommergibili sovietici, che non disponevano di porti in "acque calde" (ovvero liberi dai ghiacci durante tutto l'anno e quindi con accesso diretto agli oceani aperti), la sopravvivenza era strettamente legata alla permanenza in "acque amiche". Queste aree, come il Mare di Barents, il Mare di Ochotsk e il Mar Glaciale Artico, erano considerate più sicure perché prossime alle basi di partenza e potenzialmente protette da forze navali e aeree sovietiche. Al di fuori di queste zone, i sottomarini sovietici diventavano più vulnerabili e potevano essere facilmente intercettati dai sommergibili "hunter-killer" della NATO. In particolare, in alcune aree strategiche come il "varco" tra l'Islanda e il Regno Unito (il cosiddetto "GIUK gap"), la probabilità di essere individuati e distrutti era estremamente elevata, a causa della massiccia presenza di idrofoni (sensori acustici sottomarini) dislocati sul fondale marino e del continuo pattugliamento di aerei e navi NATO specializzate nella lotta antisommergibile.
Retroterra storico La possibilità di un attacco di "first-strike", ovvero l'impiego di armi nucleari da parte del nemico per sferrare un primo colpo decisivo e annientare la capacità di risposta dell'avversario, rappresentò un'ossessione centrale durante la guerra fredda tra la NATO e il blocco sovietico guidato dall'URSS. Storicamente, il timore di un "first strike" iniziò a manifestarsi nell'Unione Sovietica già dopo il 1945, intensificandosi ulteriormente con lo sviluppo della bomba atomica sovietica nel 1949. Successivamente, con l'avvento dei missili ICBM negli anni cinquanta e con la crisi dei missili di Cuba del 1962, questa preoccupazione si estese anche agli Stati Uniti. Incomprensioni relative all'evoluzione delle dottrine politico-militari e l'emergere di nuove tecnologie generarono profondi dubbi sulle intenzioni delle rispettive controparti.