Biografia Attività politica e didattica Le sue origini familiari sono incerte: forse figlio di Gaetano Marchesi e di Concettina Stano, studiò al Liceo classico Nicola Spedalieri di Catania dove già nel 1893 fondò un giornale, Lucifero, che nel titolo rivelava la sua ammirazione per il giovane Giosuè Carducci e per il democratico e anticlericale Mario Rapisardi,Lucifero è il titolo di un poemetto pubblicato nel 1877 dal Rapisardi. professore di letteratura italiana e latina all'Università di Catania. Il contenuto del suo articolo apparso nel primo numero fu giudicato dalle autorità diffamatorio delle Istituzioni, il giornale fu sequestrato e il sedicenne Marchesi fu condannato a un mese di reclusione, con la sospensione della pena da scontare al raggiungimento del 18º anno di età.

Nel 1895 si iscrisse al Partito Socialista Italiano, iniziò a frequentare la Facoltà di Lettere dell'università etnea, ma nel febbraio del 1896 fu arrestato in ottemperanza alla condanna subita due anni prima. Scontata la pena, dopo aver pubblicato Battaglie, un volume di poesie infiammate, nello stile del Rapisardi, a denunciare le ingiustizie sociali e a preconizzare il riscatto delle plebi, lasciò Catania per Firenze, dove si iscrisse all'Istituto di studi superiori, laureandosi il 10 luglio 1899 con una tesi su Bartolomeo della Fonte.

Dopo aver insegnato nei ginnasi di Nicosia e di Siracusa, e nei licei di Caltanissetta, di Verona e di Messina, nel 1906 Marchesi ottenne la cattedra di latino e greco nel Liceo classico di Pisa, dove iniziò il suo impegno politico attivo, venendo eletto, nel 1908, consigliere comunale nelle file dei democratici radicali. Nel 1910 sposò Ada Sabbadini, figlia del filologo Remigio Sabbadini, suo primo maestro all'Università di Catania, dalla quale avrà la figlia Lidia.

Marchesi ottenne nel 1915 la libera docenza in letteratura latina e passò all'Università di Messina. Le sue posizioni politiche andavano spostandosi decisamente verso il socialismo scientifico di Karl Marx: giudicò il Manifesto del Partito Comunista un «gran fascio di luce» e, quando nel 1921 vi fu la scissione di Livorno, aderì al Partito comunista.

Intanto aveva pubblicato commenti e studi su opere e personalità della letteratura latina: La vita e le opere di Elvio Cinna (1898), L'Etica Nicomachea nella tradizione latina medievale e lOrator di Cicerone (1904), il Tieste di Seneca (1908), Un nuovo codice del "De Officiis" di Cicerone (1913), il De magia di Apuleio e un profilo di Valerio Marziale (1914), Le corone di Prudenzio (1917); lArs amatoria di Ovidio (1918), gli Epigrammi di Marziale e un saggio su Seneca (1920), i profili per l'editore Formiggini di Petronio e di Giovenale (1921). Pochi anni più tardi verrà un saggio su Tacito (1924) e, soprattutto, la grande impresa dei due volumi della Storia della letteratura latina (1925-1927), che conoscerà nel 1931 un'edizione ridotta a uso dei licei, La letteratura romana, e successivamente ancora, nel 1948, il Disegno storico della letteratura latina.

Nel 1922 intanto, si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza, laureandosi l'anno dopo con la tesi Il pensiero giuridico e politico di Cornelio Tacito. Intendeva cautelare il proprio avvenire con un titolo che gli permettesse l'esercizio di una professione indipendente, stante l'avvento del fascismo e la possibilità che fosse impedito l'insegnamento a chi, come lui, era ostile al nuovo ordine che si andava prefigurando.

Dopo aver pubblicato il Fedro e la favola latina, ottenne nel 1923 il trasferimento all'Università di Padova, con l'incarico di docente di latino medievale. Fino all'agosto del 1924 aveva collaborato in forma anonima alla rivista «Prometeo» di Amadeo Bordiga; la sua sporadica collaborazione con le pubblicazioni comuniste cessò a partire dal 1925, con un polemico articolo contro i cattolici apparso ne «l'Unità» del 17 gennaio. Successivamente ci furono rari contatti clandestini, dopo la restrizione delle libertà civili e politiche, con i dirigenti e gli altri militanti del Partito comunista che si era dato una struttura clandestina.

Egli lasciò intendere (ma la cosa non è affatto provata e nel 1957 Ludovico Geymonat la mise in dubbio) che in uno di questi contatti, nel 1931, ricevette dal Partito comunista l'indicazione di giurare fedeltà al fascismo (come era stato reso obbligatorio ai docenti, pena l'espulsione dall'Università). I comunisti avrebbero ritenuto utile mantenere in quell'importante Università un punto di riferimento per attività politiche cospirative.Così riferisce Giorgio Amendola, Lettere a Milano, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 101. La legge che imponeva tale giuramento - entrata in vigore il 28 agosto 1931 - era stata caldeggiata da Giovanni Gentile. Nel 1931, quindi, Concetto Marchesi prestò giuramento di fedeltà al fascismo.Sergio Romano, 1931: i professori giurano fedeltà al fascismo. In: Corriere della Sera, 14.2.2006 (p. 39) Nel 1935 Marchesi giurò una seconda volta, quando divenne socio dell'Accademia nazionale dei Lincei, e una terza nel 1939, quando divenne membro dell'Accademia d'Italia, istituita dallo stesso Gentile in luogo dei Lincei: anche in questa occasione era stato imposto nello Statuto dell'Accademia l'obbligo del giuramento di fedeltà al Regime e Marchesi non solo giurò di nuovo, ma prese pure la tessera del Partito nazionale fascistaLuciano Canfora, Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano, Laterza, Roma-Bari, 2019..

La caduta del fascismo: la ripresa dell'azione politica

I contatti di Marchesi con il Partito comunista ripresero nel 1942 attraverso Lelio Basso. Nella primavera del 1943 Marchesi ebbe rapporti con esponenti militari nel Veneto e in Toscana, e in maggio incontrò a Ferrara il generale Raffaele Cadorna, comandante della Divisione «Ariete», che si dichiarò favorevole all'impiego dell'esercito contro la Germania, qualora il fascismo fosse caduto e il Principe di Piemonte avesse assunto il comando delle forze armate.Raffaele Cadorna, La riscossa. Da 25 luglio alla Liberazione, 1948, p. 19.

Che la guerra fosse perduta era ormai convinzione generale e si poneva il problema di farla finita con il fascismo. In quello stesso mese di maggio il capo del Partito Palmiro Togliatti, dai microfoni di «Radio Milano-Libertà», la trasmissione in lingua italiana di Radio Mosca, aveva aperto alla collaborazione con i monarchici antifascisti: «La monarchia rappresenta la continuità della vita politica della nazione. La monarchia non può dunque accettare, ma deve respingere la politica catastrofica di Mussolini [...] la monarchia, adempiendo il suo compito politico e storico, dica presto il suo basta alle follie mussoliniane».Palmiro Togliatti, Opere, IV, 2, 1979, p. 452.

Il 26 maggio Concetto Marchesi faceva pervenire a Maria José, tramite il professore liberale Carlo Antoni e Giuliana Benzoni, antifascista e confidente della principessa, la disponibilità dei comunisti ad appoggiare la defenestrazione di Mussolini e il conseguente nuovo governo antifascista, al quale sarebbero stati disposti a partecipare con un ministro senza portafogli: «a prova della loro buona volontà avrebbero, a un segnale convenuto, sospeso il lavoro nelle fabbriche di tutta Italia».Richard Collier, Duce! Duce!, 1983, pp. 230-231 e p. 251.

Ai primi di giugno ebbe una riunione a Milano, nella sede della Casa Editrice Principato, con Celeste Negarville e Giorgio Amendola, che lo incaricarono di andare a Roma a prendervi contatto con i senatori Alberto Bergamini e Alessandro Casati, anch'essi coinvolti, per conto del Partito liberale, nelle trattative presso la Corona volte a provocare la caduta di Mussolini. Al suo ritorno a Milano Marchesi riferì che a Roma si prevedeva l'intervento dell'esercito e che candidati alla successione di Mussolini erano il maresciallo Pietro Badoglio e i generali Enrico Caviglia e Vittorio Ambrosio.Giorgio Amendola, cit., p. 106.

Rappresentò il PCI poco dopo, il 24 giugno e il 4 luglio a Milano, agli incontri clandestini in cui faticosamente i delegati di tutti i partiti antifascisti cercavano una unità di intenti in vista della caduta del fascismo, data ormai per imminente. In quello stesso 24 giugno 1943 il filosofo Giovanni Gentile, il più prestigioso intellettuale del Regime, pronunciava in Campidoglio il cosiddetto Discorso agli italiani nel quale, consapevole della grave crisi del fascismo, invitava tutti gli italiani a stringersi intorno al Re e al Duce, anche i comunisti, dal momento che il fascismo - sosteneva - era «la correzione tempestiva dell'utopia comunista e l'affermazione più logica e perciò più vera di quello che si può attendere dal comunismo».

Il 25 luglio 1943 Concetto Marchesi era in vacanza all'isola d'Elba e qui lo raggiunse la notizia della caduta di Mussolini e del fascismo. Il suo nome venne fatto circolare come possibile ministro dell'Istruzione in un prossimo governo da costituire dopo l'armistizio con gli Alleati; intanto, il ministro nominato da Badoglio, Leonardo Severi, rinnovò gli incarichi nelle Università e nominò Marchesi rettore a Padova al posto del precedente rettore di nomina fascista Carlo Anti. Lo stesso Severi ebbe una dura e pubblica polemica col Gentile, che aveva cercato di raccomandargli il figlio Benedetto e gli aveva dato «consigli» non richiesti su eventuali nuove nomine di insegnanti, così che il 30 agosto Giovanni Gentile dovette dimettersi da direttore della Scuola Normale di Pisa.

Rettore dell'Università di Padova

Marchesi s'insediò come rettore il 7 settembre 1943: andò ad abitare nella stessa sede del rettorato, in Palazzo Papafava, costituendovi clandestinamente, insieme con il pro-rettore Egidio Meneghetti, socialista, e con l'azionista Silvio Trentin, il CLN veneto, il cui organo «Fratelli d'Italia» cominciò a uscire di lì a poco. In un'intervista, il 10 settembre dichiarò di voler rendere possibile «discutere e sperimentare cosa sia la libertà, quali siano le dottrine economiche e politiche che si vorrebbe accogliere o respingere, quali siano finalmente gli interessi supremi della Patria, della gente, del popolo lavoratore. Questa dev'essere la nuova aria che penetri subito nelle Università italiane».«Il Messaggero», La nuova vita delle Università italiane, 10 settembre 1943.

Quello stesso giorno si apprese della fuga da Roma di Vittorio Emanuele e di Badoglio, avvenuta senza nemmeno avvisare i ministri, che si dispersero. Il comandante della Divisione «Centauro» Calvi di Bergolo consegnò ai tedeschi senza combattere la capitale e, fatto da Kesselring comandante della piazza, nominò i nuovi ministri: al commissariato all'Istruzione mise Giuseppe Giustini, direttore generale del Ministero, al quale il 15 settembre Marchesi, stante la nuova situazione politica, rassegnò per lettera le dimissioni da rettore.

Ma gli eventi incalzavano: le armate tedesche occuparono rapidamente tutta l'Italia centro-settentrionale, misero in piedi la cosiddetta Repubblica Sociale Italiana i cui ministeri furono costituiti in varie e sparse città della Lombardia e del Veneto. A Padova s'insediò, nello stesso Palazzo Papafava, l'ultimo ministro fascista dell'Educazionale nazionale, Carlo Alberto Biggini, che respinse le dimissioni di Marchesi, confidandogli di essere convinto della prossima sconfitta della Germania: si trattava ora - disse - di difendere l'Università dalle ingerenze dei tedeschi.Luciano Garibaldi, Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, 1983, p. 327. Marchesi accettò di rimanere, avendo avuto garanzia di poter agire in piena autonomia e senza compromissioni con il potere politico e militare, in particolare ottenendo l'inviolabilità dell'Università e la conseguente protezione degli studenti contro l'arruolamento coatto.