La Cappella di Santa Maria Maddalena nel comune di Bédoin è una delle più antiche cappelle romaniche del dipartimento di Vaucluse, se non la più antica, esclusi elementi parziali o strutturali che sono stati inglobati in interventi posteriori. La cappella è assai conosciuta e visitata spesso per alcuni aspetti peculiari: la sua architettura, dalle forme caratteristiche e desuete nella regione; la sua integrità costruttiva e strutturale assai rara; la sua storia e le misteriose origini ancora non del tutto disvelate dagli ultimi studi e scavi; il paesaggio naturale di particolare fascino nel quale essa si inserisce e infine la sua testimonianza di edificio romanico del tutto spontaneo, nato su preesistenze gallo-romane.

Ubicazione La cappella è situata sulla parte pianeggiante di un dosso detritico alla base delle ultime falde occidentali del Mont Ventoux, nei pressi dell'imbocco della Combe ObscureLa Combe Obscure (gola, conca o avvallamento buio) è una profonda e stretta fenditura che incide le falde calcaree del Mont Ventoux salendo per un paio di chilometri, unica nel suo genere nella zona. (prof. media 15 m, largh. media 4,50 m). Fa parte di una tenuta privata, il Domaine de la MadeleineIn francese il nome Maddalena si scrive Madeleine, in Provenzale Madelène, che si trova a tre chilometri dal paese di Bédoin, sulla strada dipartimentale 19 (RD19) che collega Bédoin alla cittadina di Malaucène. Il sito La cappella di Santa Maria Maddalena sorge in una località particolare, molto adatta all'insediamento umano. Infatti la presenza dell'uomo su questa collina e nelle conche adiacenti risale ad epoche assai remote.

Si tratta di un sito che beneficia di condizioni decisamente favorevoli, fra le quali alcune appaiono essenziali: è protetto dai venti freddi del Nord da un imponente roccione, detto Rocher de la Madelène, nonché dagli ultimi contrafforti occidentali del Mont Ventoux. Il sito è esposto a Sud e guarda verso il paese di Crillon-le-Brave e la piana del Rodano. È attorniata da ampi spazi pianeggianti che si offrono alle attività agricole. Nelle immediate vicinanze, inoltre, vi era una sorgente carsica di non trascurabile portataP. A. Février, Le Développement urbain de la Provence de l'époque romaine à la fin du XIV siècle. Archéologie et Histoire urbaine. Parigi, 1964. Questa era collegata ad un'altra risorgiva carsica, il Groseau, sita alla base del versante opposto della montagna, per mezzo di un tracciato di transumanza, o comunque battuto dalle greggi e dai viaggiatori, chiamato "sentiero del Grand Félat", quasi che le due fonti segnassero le tappe di un percorso predeterminato da secoli che metteva in collegamento la piana di Carpenctorate (Carpentras) con quella di Vesium (Vaison-la-Romaine) e di Aurasium (Orange).

L'esistenza di questo tracciato di mezza costa lungo le basse falde del Ventoux ci è confermata da Jules de la MadelèneJules de la Madelène, Le Marquis de Saffras. Scènes de la vie comtadine, 1855. Riedito da Sabine Cotté, Jaignes, 2003. e da Albert GrenierAlbert Grenier, Manuel d'archéologie romaine. 2, L'archéologie du sol. Les routes, 1934 - Riedito a Parigi, 1985.. Quanto alla sorgente, essa si è impoverita col tempo sino a disseccarsi completamente negli anni settanta del secolo scorso.

Già nel 1500 a.C. il sito fu luogo di sepolture collettive, come testimoniano gli scavi fatti nel 1970 ai piedi del Rocher, 600 metri a Ovest della cappellaG. Sauzade, H. Dubay, L'abri de la Madelène (Bédoin, Vaucluse). In: "Bulletin du Musée d'Anthropologie préhistorique de Monaco" n. 20, 1975-1976. Guy Barruol, Provence romane 2. Ediz. La Pierre-qui-Vire, 1981..

Durante il periodo romano il luogo fu assai probabilmente sede di una "centuria", proprietà o colonia romana che veniva attribuita ai veterani. Infatti, nel "Catasto di Orange", ricostruito a partire da frammenti di lastre incise fra il 69 e il 117, la località sembrerebbe essere inclusa nel quadro catastale del Castrum di Bédoin, anche se le lastre corrispondenti sono andate perduteE. Baratier, Histoire de la Provence. Tolosa, 1990. A. Piganiol, Les documents cadastraux de la colonie romaine d'Orange. Parigi, 1962..

All'inizio del XVIII secolo furono fatti diversi scavi dai quali emersero varie pietre con iscrizioni, che però non furono conservateJ. Fornery (1675 - 1756), Histoire du Comté Venaissin et de la Ville d'Avignon. Avignon, n.d. Conservato presso la Biblioteca Inguimbertina di Carpentras., assieme a numerosi frammenti di tegole in cotto e di pietre da costruzione (conci). Un altare romano, posto nell'abside meridionale della cappella, reca poi un'interessante iscrizione del I secolo:

L. EPPIUS LEO VXSACANO * V. * S. * L. * M.*

e cioè: L(ucius) Eppius Leo Uxsacano v(otum). s(olvit). l(ibens). m(erito)La traduzione, gentilmente fornita da Paul Veyne è: Lucio Eppio Leo a Uxsacanus il (suo) voto adempie, di buon grado e a buon diritto..

Questa iscrizione fu pubblicata da Otto HirshfeldO. Hershfeld, Inscriptiones Galliae Narbonensis latinae, 1888., il quale annota come Esprit Calvet l'avesse già osservata nella cappella della Madelène alla fine del Settecento. L'altare su cui era incisa e che si trovava nella cappella da molto tempo, fu probabilmente il frutto di un ritrovamento casuale, in mezzo ai ruderi che dovevano abbondare nelle vicinanze. Uxsacanus era dunque una divinità gallo-romana locale, forse quella della sorgente o, come ipotizza Guy Barruol, una delle divinità del Mont VentouxGuy Barruol, Provence romane. Ediz. Zodiaque, 1981.

Altri ritrovamenti attestano nel loro complesso la presenza di alcune edificazioni gallo-romane nel sito e, in seguito, paleocristiane, come ad esempio i sarcofagi del IV secolo (conservati al British Museum), forse importati da Roma stessa, come arguisce Henri Lavagne che li ha studiati a fondoHenri Lavagne, Les deux sarcophages paléochrétiens de la chapelle de la Madelène à Bédoin. In: "Cahiers archéologiques", 1993.. In seguito, una villa romana (in questo contesto leggi: "casa rurale" o "fattoria") o gallo-romana fu certamente realizzata nei pressi dell'attuale cappella.

In assenza di ulteriori documentazioni non appare però possibile conoscere quando il sito ed i suoi edifici, quali che essi fossero, divennero un centro di culto e di attività religiose prettamente cristiane. Dalla fine del IV secolo sino alla metà del VI, le comunità cristiane si diffusero nella regione sotto l'impulso di vescovi come Honorat, Hilaire o Césaire d'Arles, e crearono o adattarono diversi luoghi di preghiera erigendo sovente delle cappelle funerarie, laddove esistevano già delle necropoli o dove andavano insediandosi comunità cristiane prevalentemente composte da piccole comunità di religiosi.

Nel 1965, nel corso di uno scavo nel pavimento della cappella, venne alla luce un sarcofago trapezoidale senza iscrizioni o decorazioni, scavato in un unico blocco di pietra calcarea, nonché altri quattro sarcofagi simili, utilizzati come elementi di fondazione dei piedritti della navata centrale della cappella. Questo tipo di sarcofago ha origini molto antiche, ma scomparve nell'VIII secoloG. R. Delahaye, Les sarcophages mérovingiens. In: Naissance des arts chrétiens. Atlas des monuments paléochrétiens de la France. Parigi, 1991.. L'impiego di antichi sarcofagi in pietra come elementi costruttivi, specie per le fondazioni, non è una rarità, anzi, costituiva un uso piuttosto comune. Si veda ad esempio, la chiesa di Isle-Aumont, nell'AubeM. Morset, Isle-Aumont, cinquante ans d'études et de fouilles. In: "Champagne romane". Ediz. La Pierre-qui-Vire, 1981.. Altri scavi, effettuati nel 2002 e nel 2003 confermarono che l'insieme delle costruzioni e della piccola necropoli risalivano certamente ad epoca tardo-romana.

Appare dunque legittimo concludere, seppure in via provvisoria, che il sito ove sorge la cappella della Madelène sia stato sede sin dall'antichità di una sequenza pressoché ininterrotta di insediamenti e di presenze umane e che una cappella funebre cristiana vi fu eretta agli inizi dell'Alto Medio Evo, sostituendosi agli edifici del culto pagano. Una comunità di anacoreti poté allora stabilirsi fra le rovine della villa gallo-romana nel corso del X secolo, anche per vegliare sulla necropoli, proprio come era già accaduto non molto tempo prima per l'Abbazia di MontmajourE. Mognetti, L'Abbaye de Montmajour, in: "Congrés Archéologique de France". 1979.. Ciò spiegherebbe la denominazione di "Monestrol" o "Monestrolio" data al luogoA. Prache, La chapelle de la Madelène, 2008 e induce a pensare che sul sito vi fosse un piccolo monastero (Monestrol) che accoglieva gli eremiti, gli asceti e i religiosiGuy Barruol, Provence romane. Ediz. La Pierre-qui-Vire, 1981..

Fu questa comunità, molto probabilmente, che edificò nei primissimi anni del 2º millennio la cappella di S. Pietro di Monestrol, poi rinominata cappella di S. Maria Maddalena.

La cappella romanica

Storia La costruzione di questo antico santuario, tipico della primissima architettura romanica in Provenza, può essere fatta risalire con buona approssimazione ad un periodo compreso fra il 1010 e il 1025.

Dalla dotta ed esauriente trattazione di Dom Claude Chantelou, religioso dell'Abbazia di Montmajour, che nel 1700 scrisse in latino la storia della sua AbbaziaDom Claude Chantalou, Mons Maior seu Historia monasterii Sancti Petri Montemajoris in provincia ordinis S.i Benedicti Congregationis S.i Mauri. Manoscritto conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia., possiamo stabilire che la storia della cappella della Madelène ha inizio con un avvenimento assai ben documentato: la donazione del castrum di BédoinD. Barthélemy, L'ordre Seigneural. XIe et XIIe siècle. In: "Nouvelle Histoire de la France Médiévale. 3.", Parigi, 1990. ag. Pag. 215. La parola latina castrum assume significati differenti durante il Medio Evo, a seconda delle regioni in cui è impiegata. Talvolta indica persino un castello o un luogo fortificato., con terreni e chiese annesse, all'Abbazia benedettina di Montmajour di Arles, da parte dell'allora Signore di Bédoin, il conte Exmido (o Ismidion)Exmido doveva essere un conte di origine franco-borgognona discendente da uno di coloro che, al seguito di Bosone I di Provenza, erano calati in Provenza per occupare i territori lasciati liberi dal decadimento del dominio carolingio. Poiché il primo conte di Provenza fu Guilhem (o Guillaume) che nel 972 scacciò definitivamente i Saraceni dalla loro roccaforte della Garde-Freinet, Exmido era un conte di secondo rango. Si veda: Dom Barthélemy, L'Ordre seigneural, op. cit.D. Barthélemy, L'ordre seigneural, op. cit.: Le terre e le chiese erano proprietà fiscali per le quali il conte riceveva dei profitti per lo più in natura. Il dono di Bédoin ai monaci benedettini di Montmajour significava che costoro avrebbero beneficiato ormai dei profitti esatti in precedenza dal conte. Pag. 40..

Il lascito di Exmido fu ratificato da Corrado il Pacifico, re di Borgogna e di ProvenzaCorrado il Pacifico era re sia di Borgogna che di Provenza poiché uno dei suoi predecessori, Bosone I, aveva approfittato dello smembramento dell'impero Carolingio per impadronirsi della Provenza nell'879. Lo stesso Corrado, nell'837, aveva ereditato due regni quando era ancora un infante. Per questo era stato posto sotto la tutela di Ottone I, divenuto re di Germania nel 938 e quindi imperatore nel 962. Dal 942, inoltre, Ottone divenne sovrano di Borgogna e Provenza. Fu così che il regno di Arles restò sottomesso all'impero germanico sino alla metà del Duecento..