La strage dei Valdesi di Calabria fu perpetrata dalla fine di maggio al giugno del 1561. Popolazioni di religione valdese, provenienti dalle valli piemontesi insediatesi in Calabria dal XIII secolo, vissero indisturbate fino al XVI secolo, quando iniziarono a professare apertamente la loro fede riformata. Sottoposte dall'Inquisizione a persecuzioni e a un regime di controllo repressivo, si ribellarono provocando l'intervento delle truppe spagnole del Vicereame di Napoli, che fecero migliaia di vittime.
L'emigrazione valdese in Calabria
L'insediamento in terra di Calabria di popolazioni di religione valdese, provenienti dalle valli a ridosso delle Alpi occidentali - prevalentemente le valli Germanasca, Chisone e PelliceA. Genre, A proposito degli studi sulla parlata e l'origine dei Calabro-Valdesi, 1986, pp. 20-21. - avvenne forse già in epoca sveva, nel XIII secolo,E. Galli, Cosenza seicentesca nella Cronaca del Frugali, 1934, p. 36; C. Alvaro, Una comunità piemontese in Calabria, 1942, p. 411. e si estese soprattutto dalla prima metà del XIV secolo. Lo storico Pierre Gilles, autore nel 1644 di una storia delle chiese riformate, narra come nel 1315 alcuni proprietari terrieri calabresi offrirono ai Valdesi dei fondi da coltivare, in cambio di un canone annuo, con la facoltà di costituirvi comunità esenti dagli obblighi feudali.P. Gilles, Histoire ecclésiastique des Églises Reformées, recueillies en quelques Vallées de Piedmont et circonvoisines, autrefois appellées vaudoises, 1644, p. 18
Queste colonie valdesi si stabilirono nella zona di Montalto e costituirono a ridosso delle mura del paese un borgo detto degli Ultramontani «per via dei monti Appennini che stanno tra le valli e quei luoghi».P. Gilles, cit., 1644, p. 19. Agricoltori, pastori, allevatori di piccoli animali e tessitori, mantennero la loro fede religiosa leggendo la Bibbia e pregando in occitano nell'interno delle loro case.J. P. Perrin, Histoire des Vaudois, 1618, c. VII, pp. 197 e ss. La loro operosità e semplicità di costumi,G. Morosi, L'odierno linguaggio dei Valdesi del Piemonte, 1890; E. Galli, Cosenza seicentesca nella Cronaca del Frugali, 1934, p. 326. la riservatezza mantenuta sulle loro opinioni religiose, o anche una vera e propria dissimulazione, l'aver evitato ogni proselitismo,P. Giannone, Dell'Istoria civile del Regno di Napoli, 1723, XXXII, p. 103: «né si curavano di disseminar la loro dottrina, né che altri fossero curiosi d'intenderla». la lingua incomprensibile e la rada distribuzione degli abitanti su quei territori montagnosi, favorirono la loro pacifica convivenza e riuscirono a evitare sospetti e lamentele da parte del clero cattolico locale.
I Valdesi poterono così espandersi a San Sisto,Frazione di San Vincenzo La Costa. a Vaccarizzo,Frazione di Montalto, da non confondere con Vaccarizzo Albanese. a San Vincenzo, a Castagna,Frazione di Montalto. a La Guardia, quest'ultima edificata da loro stessi,P. Gilles, cit., 1644, p. 19: «il marchese Spinelli concesse a loro di costruire sulle sue terre Guardia, città chiusa [...] con notevoli privilegi per coloro che volessero abitarvi». «ricongiungendosi probabilmente a nuclei di correligionari colà stabilitisi sotto gli Svevi».E. Stancati, Gli Ultramontani. Storia dei Valdesi di Calabria, 2008, p. 44. Essi mantenevano relazioni con le popolazioni delle valli piemontesi grazie ai predicatori itineranti - i cosiddetti «barba»In quanto persone anziane, autorevoli e degne di rispetto: in piemontese barba significa zio. - che, spacciandosi all'esterno per commercianti o artigiani ambulanti, periodicamente li visitavano per mantenerne la fede e informarli sui parenti lontani.G. Vegezzi Ruscalla, Colonia Piemontese in Calabria. Studio etnografico, 1862, p. 166, attesta che il barba Tommaso Bastia, proveniente da Angrogna, morì nel 1409 a La Guardia. Tuttavia questi Valdesi dovevano necessariamente frequentare le chiese cattoliche nelle occasioni particolari di una nascita, di un matrimonio e di un funerale. Si adattarono così a «udire la messa e facevano battezzare i loro figliuoli dai preti cattolici»,G. Vegezzi Ruscalla, cit., 1862, p. 168. manifestando una almeno «esteriore deferenza al culto romano».F. Lattari, La terra di Fuscaldo. Notizie e ricerche documentate, 1929, p. 48.
Alla fine del XV secolo si verificò una nuova immigrazione di Valdesi dalle valli piemontesi a seguito delle persecuzioni di Filippo II di Savoia e di papa Innocenzo VIII, ordinate nel 1487 con la bolla Id nostri cordis vota,C. Nardi, Notizie di Montalto di Calabria, 1985, p. 138. e interessò la Calabria, la Puglia e il Molise.P. Gilles, cit., 1644, p. 19; R. Napolitano, Montalto Uffugo nella tradizione e nella storia, 1992, p. 322; A. Armand-Hugon, I Valdesi di Calabria, 1964, p. 215. In questa circostanza, nel 1497 il re aragonese Ferdinando II rinnovò ai Valdesi gli accordi già conclusi sotto il regno angioino,G. Vegezzi Ruscalla, cit., 1862, p. 167. e nemmeno la contrastata introduzione dell'Inquisizione spagnola nel Regno di Napoli li colpì: essa si rivolse piuttosto contro gli Ebrei ai quali, nel 1509, si ordinò di «portare il segno di panno rosso, così in petto, acciocché sieno conosciuti per Giudei, e così tenuti e reputati».L. Intrieri, Una rappresaglia politico-militare del '500: la strage dei Valdesi di San Sisto e di Guardia, 1997, p. 129.
La Riforma protestante e l'Inquisizione Nel 1517 la pubblicazione delle Tesi sul valore delle indulgenze di Lutero e la scomunica di papa Leone X nel 1520 davano avvio alla Riforma protestante, che presto si estese in gran parte della Germania e della Svizzera. Nel 1530 i barba Giorgio Morel e Pietro Masson, a nome dei Valdesi di Piemonte, Calabria e Puglia, prendevano contatto a Strasburgo con i riformatori svizzeri e tedeschi, e il 12 settembre 1532 nei prati di Chanforan, presso Angrogna, un sinodo generale dei Valdesi di Francia e d'Italia stabiliva di aderire alla Riforma, accettando il principio della giustificazione per sola fede. Conseguentemente, i Valdesi delle valli piemontesi professarono apertamente la loro fede, erigendo anche alcune chiese per celebrarvi il culto, mentre in Calabria «si mantennero ancora per vari anni tranquilli e nascosti».A. Armand-Hugon, I Valdesi in Calabria, 1950, p. 1067.
Mentre fallivano i tentativi di accordo tra cattolici e protestanti, e questi ultimi si consolidavano, pur divisi tra loro su alcune questioni dottrinali, la Chiesa cattolica reagiva: nel luglio del 1542 Paolo III istituiva la Congregazione del Sant'Offizio allo scopo di meglio combattere gli «eretici» coordinando da Roma l'attività delle già esistenti inquisizioni vescovili, e nel 1545 il Concilio convocato a Trento condannava fin dalla prima sessione le dottrine protestanti e avviava una propria riforma interna.
Con decreto del 20 maggio 1553 il Sant'Uffizio aveva affidato al vicario dell'arcivescovo di Napoli l'incarico di «procedere e inquisire segretamente contro gli eretici e i sospetti di eresia» del Regno di Napoli.L. Amabile, Il Santo Officio della Inquisizione in Napoli. Narrazione con molti documenti inediti, I, 1892, p. 239. Il documento è nell'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (ACDF), Stanza Storica, Decreti, vol. I, f. 208. Tale commissario dell'Inquisizione, il domenicano Giulio Pavesi, faceva riferimento a Roma al commissario generale dell'Inquisizione, il cardinale Michele Ghislieri, dal 1566 papa con il nome di Pio V, e si avvaleva della tradizionale struttura dell'Inquisizione medievale, gestita dai frati domenicani. Contemporaneamente, rimanevano ancora in vigore le prerogative dei vescovi in materia di inquisizione.P. Scaramella, L'Inquisizione romana e i Valdesi di Calabria (1554-1703), 1999, pp. 42-45; G. Romeo, Una città, due inquisizioni. L'anomalia del Sant'Ufficio a Napoli nel tardo '500, 1988, pp. 42-67.
Il 2 febbraio 1554 il Sant'Uffizio emanò un decreto con il quale si ordinava di procedere contro i seguaci di Pietro Valdo.ACDF, Stanza Storica, vol. I, f. 263. Alla fine di quell'anno il frate minimo calabrese Giovanni de Alitto da Fiumefreddo, inquisito per eresia, confessava l'esistenza di valdesiani nelle zone di Montalto, Guardia e San Sisto. Gli inquisitori non collegarono l'antica eresia valdesiana con la «peste luterana», e si limitarono a ordinare in quelle zone una breve campagna antiereticale a base di prediche, di ammende e di ammonizioni.P. Scaramella, cit., 1999, pp. 34-35.
I Valdesi di Calabria seppero delle novità intercorse in Piemonte e si posero il problema se fosse opportuno istituire pubblicamente il loro culto. Gille de Gilles, «uno degli ultimi barba»,A. Armand-Hugon, cit., 1964, p. 17. ossia un predicatore valdese non riformato, giunse dal Piemonte nel 1556 per invitarli a temporeggiare ancora. Per non diffondere il panico fra tutta la popolazione, informò soltanto pochi di loro del pericolo di un'imminente grande persecuzione e li esortò «a mettere segretamente in ordine i loro affari, e a ritirarsi in luoghi più sicuri [...] trasmettendo riservatamente gli uni agli altri il suo consiglio».P. Gilles, cit., 1644, p. 21.
La grande maggioranza respinse la proposta del barba Gilles. I successi della comunità valdese in Piemonte spinsero anzi i Valdesi di Calabria a desiderare una struttura analoga a quella che si erano data i loro confratelli del Nord, con chiese e pastori residenti stabilmente nel territorio. Nel 1558 erano in Calabria i pastori Stefano Negrin, proveniente da Bobbio Pellice, e Giacomo Bonelli, di Dronero: con quest'ultimo, alla fine dell'anno, partirono per Ginevra, dove era stata costituita una Chiesa evangelica italiana, i calabro-valdesi Marco Uscegli di Guardia e Marco Franco di San Sisto.E. Stancati, cit., pp. 126-127. La data della missione a Ginevra oscilla tra il 1557 (Valente, 1980; Perrotta, 2005) e il 1559 (Armand-Hugon, 1964).
La missione di Gian Luigi Pascale
La richiesta di avere nuovi e ben preparati pastori per la comunità calabrese fu accolta da Calvino in persona, e nel marzo del 1559 il cuneese Gian Luigi Pascale partì per la Calabria in compagnia di Filippo Ursello e Francesco Tripodi, due catechisti calabro-valdesi formatisi alla scuola di Ginevra, di Marco Uscegli e di Giacomo Bonelli. Quest'ultimo li lasciò in Campania, dirigendosi in Puglia, dove pure esistevano comunità valdesi. Passato poi in Sicilia, Bonelli fu arrestato e bruciato sul rogo a Messina o a Palermo, il 16 febbraio 1560.E. Stancati, cit., pp. 130-132.
Pascale e i suoi compagni non sapevano che fra Giovanni da Fiumefreddo, dopo l'abiura dei suoi errori, era divenuto, oltre che fornitore di vino del sommo inquisitore Michele Ghislieri, anche suo zelante confidente, e il 23 dicembre 1558 lo aveva informato da Cosenza che in quella diocesi, e segnatamente a La Guardia, a Montalto e a San Sisto, gli oltremontani erano tanto aumentati di numero che «o nesciuno o puochi ce ne siano che non siano infectissimi lutherani» ed erano venuti «in tanta sfarciagine che mandarno infino a Genevra a condurre un maestro che li leggeva pubblicamente heresie et lutheranesimo».ACDF, incartamento Cosenza, in P. Scaramella, cit., 1999, pp. 185-187.