Il secondo dopoguerra italiano indica un periodo storico compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni seguenti in un periodo il cui termine va considerato nel contesto complessivo e che può essere determinato schematicamente da date diverse tra di loro, includendo comunque i primi decenni della Prima Repubblica. Secondo un'interpretazione storiografica, il deterioramento del governo di Centro-sinistra "organico", nato come un tentativo di riformare le istituzioni politiche italiane, segnò la fine di quelle speranze di rinnovamento diffuse nel secondo dopoguerraAntonio Desideri, Storia e storiografia, Vol. III, Ed. D'Anna, Messina-Firenze, 1980, p. 1053. che in Italia andrebbe quindi collocato in un periodo che va approssimativamente dal 1945 agli anni sessanta, anni che segnarono la crisi definitiva dei partiti e della società civile che avevano fondato la Repubblica nata dopo la guerra.Anna D'Andrea, Il secondo dopoguerra in Italia, 1945-1960, ed. Pellegrini, 1977, p.231

Storia

La riunificazione del Paese diviso

Dopo la lacerazione causata dalla guerra civile in Italia (1943-1945) e la divisione tra il Centro-Nord, presidiato dai tedeschi, e il Sud, occupato dagli Alleati, alla fine della guerra in Italia si era formata una frantumazione e sovrapposizione dei centri di potere dello Stato: il governo monarchico, il governo d'occupazione degli Alleati, quello dei comandi militari d'occupazione, quello dei Comitati di liberazione nazionale si soverchiavano e contrastavano tra loro determinando una crisi dello stato unitario a cui si era spesso sostituito l'intervento del Vaticano nelle ultime fasi della guerra e dopo l'immediato dopoguerra."...I rami dell'Azione Cattolica avevano già allestito nel 1946-47 diverse manifestazioni di piazza, espressioni più vistose della mobilitazione cattolica che segnò il clima politico del dopoguerra, secondo lo stile movimentista impresso da Pio XII al disegno di riconquista cristiana della società." (in Francesco Piva, "La gioventù cattolica in cammino": memoria e storia del gruppo dirigente (1946-1954), FrancoAngeli, 2003, p. 31).

La guerra di liberazione al Nord aveva alimentato le speranze rivoluzionarie di una parte della Resistenza che aveva visto nell'assunzione di Ferruccio Parri, espressione del CLN, al governo (1945) un primo passo verso un rinnovamento istituzionale e sociale:

Il rinnovamento politico, che era parso configurarsi con la cosiddetta "epurazione" - l'allontanamento dalle fabbriche e dagli uffici pubblici di coloro che avevano collaborato con il passato regime - e con l'annuncio del governo Parri di un'imposta sul capitale, si spense invece di fronte ad una forte opposizione interna ed esterna:

A deludere ogni velleità rivoluzionaria intervenne poi «quella forza enorme che nello stato moderno costituisce la burocrazia, la struttura amministrativa dello Stato... per natura conservatrice: la sua forza propria è nella continuità delle funzioni, non certo nel loro sconvolgimento.»F. Chabod, Op. cit.

Con Alcide De Gasperi, successo appena due anni dopo al governo Parri, prevalse l'idea di una necessaria continuità«...De Gasperi era l'artefice della conservazione o meglio della restaurazione...» (in Leo Valiani, L'avvento di De Gasperi, F. de Silva, 1949, p. 27.: l'amministrazione centrale dello Stato rimase immutata, i codici di leggi, anche quelli vigenti durante il fascismo, furono conservati. L'opposizione di gruppi capitalistici ostili ad ogni intervento dello Stato in economia, sostenuti dalla presenza di uomini politici della scuola liberista, fece mancare una visione di programmazione economica da parte dello Stato su cui basare la ricostruzione.

I reduci Nel corso del conflitto circa la metà dei combattenti italiani è stata catturata sui vari fronti. Si tratta di un totale di circa 1.300.000 uomini, di cui 600.000 catturati dagli anglo-americani, 50.000 dai sovietici e, dopo il proclama Badoglio, 650.000 dai tedeschi.Lanaro, cit., p. 17. Di ritorno in Italia da tutto il mondo, non di rado da campi di concentramento, spesso mutilati o invalidi, i soldati italiani reduci della Seconda guerra mondiale ricevono in patria un trattamento freddo.Lanaro, cit., p. 14. Come scrive Giorgio Rochat:

Di tale accoglienza imbarazzata e infastidita è testimone anche la letteratura dell'epoca: le vicende del protagonista di Un I.M.I. ritorna di Giovanni Guareschi mostrano che le incomprensioni verso le sofferenze dei reduci spesso si riflettono anche in ambito privato e persino familiareLanaro, cit., pp. 14-15.. Qualcosa di analogo in Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo, in cui Gennaro Jovine viene travolto dall'indifferenza nei confronti del suo passato:

E così, ancora, è anche per il giovane ingegnere di Tutta la verità (1950) di Silvio Micheli, nonché per lo zio Alvaro di un romanzo più tardo, L'oro del mondo (1987), di Sebastiano Vassalli, il quale, ogniqualvolta gli scappa di riferire qualche episodio della sua vita di soldato, viene investito dalla insofferenza dei familiari.

Il 3 dicembre 1945 il Ministero per l'assistenza postbellica, retto allora dall'azionista Emilio Lussu, emanò una circolare tesa ad evitare la distinzione tra combattenti e non combattenti, proprio per la natura della guerra che aveva investito il territorio italiano. In tale circolare si rende chiaro che gli sforzi tesi al reinserimento dei reduci non dovevano basarsi "sui meriti acquisiti sui campi di battaglia ma sul danno che i militari hanno ricevuto a causa della lunga permanenza sotto le armi"Claudio Pavone, «Appunti sul problema dei reduci», in L'altro dopoguerra. Roma e il sud 1943-45, a cura di Nicola Gallerano, Milano, 1985, p. 95, citato in Lanaro, cit., p. 16.. Tale previsione, schiacciata su una prospettiva astrattamente illuministica, determina inevitabilmente il malcontento dei reduci, i quali si vedono misconosciute le sofferenze patite in guerra (tra cui spesso la schiavitù nei lager). Agli inizi del 1946 tale malcontento si traduce in aperte manifestazioni di protesta (in gennaio a Firenze e Milano): ad esempio, a Bari i reduci chiedono l'allontanamento delle donne dai posti di lavoro per ottenere loro l'impiegoFlavio Giovanni Conti, I prigionieri di guerra italiani (1940-1945), Bologna, 1986, pp. 144-145, citato in Lanaro, cit., p. 17..

Il rimpatrio degli internati è inoltre lento: il governo Badoglio, alla firma dell'armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), non aveva ritenuto di occuparsene. Nel febbraio del 1946 50.000 soldati italiani sono ancora negli USA e solo faticose trattative hanno in precedenza ottenuto la liberazione di piccoli scaglioni. Circa un milione di internati all'estero rientra in patria tra il 1945 e il 1947.

I partiti antifascisti, timorosi che il permanere di una tradizione militare lasci campo a rigurgiti di fascismo, cercano in tutti i modi di ostacolare il sorgere di associazioni di ex combattenti. Come scrive Silvio Lanaro:

Gli ultimi governi del regno d'Italia

Tecnicamente, tutti i governi dall'armistizio dell'8 settembre 1943 al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sono ancora governi del Regno d'Italia che esercitano il potere in nome del Re. Il Governo De Gasperi I è, de facto, sia l'ultimo governo regio che il primo governo repubblicano; mentre il primo governo repubblicano de jure sarà il Governo De Gasperi II.

Il ritorno alla vita politica e il referendum

Il fallimento del rinnovamento auspicato dal governo Parri fu aggravato dal deterioramento dell'ordine pubblico messo in crisi dai conflitti nelle fabbriche del Nord e dalle occupazioni delle terre al Sud. Parri, per l'opposizione dei liberali e anche per il mancato appoggio dei partiti della sinistra, fu costretto nel dicembre 1945 alle dimissioniGabriella Fanello Marcucci, Il primo governo De Gasperi (dicembre 1945-giugno 1946): sei mesi decisivi per la democrazia in Italia, Rubbettino Editore, 2004 p.24 e sgg. in favore di Alcide De Gasperi, appoggiato da una coalizione comprendente i partiti del CLN, con l'esclusione del Partito d'Azione, con Palmiro Togliatti ministro della Giustizia e Pietro Nenni ministro degli Esteri. De Gasperi rimase ininterrottamente capo del governo sino al 1953 caratterizzando la storia italiana di quel periodo decisivo per il suo immediato futuro.

Il referendum istituzionale, del 2 giugno 1946, a cui furono ammesse al voto anche le donne, per la scelta tra monarchia e repubblica portò alla scelta della forma repubblicana dello Stato. Invano Vittorio Emanuele III, nel tentativo di salvare l'istituto monarchico, un mese prima del referendum aveva abdicato in favore del figlio Umberto che il 16 marzo 1946 decretò, come previsto dall'accordo del 1944, che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente. Il decreto per l'indizione del referendum recitava, in una sua parte: «... qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci...», frase che poteva lasciar intendere che esisteva anche la possibilità che nessuna delle due forme istituzionali proposte (monarchia o repubblica) raggiungesse la "maggioranza degli elettori votanti".L'ambiguità di questa espressione sarà causa di accesi dibattiti e contestazioni postreferendarie, comunque ininfluenti per la proclamazione del risultato referendario, in quanto i voti favorevoli alla repubblica saranno numericamente superiori alla somma complessiva delle schede bianche, nulle e favorevoli alla monarchia. I voti favorevoli alla repubblica superarono di circa due milioni quelli favorevoli alla monarchia, mentre le schede nulle furono solo 1 498 136 Lo scrutinio assegnò 12.718.641 voti per la repubblica contro i 10.718.502 voti per la monarchia. Con il referendum si votò anche per la scelta dei componenti dell'Assemblea Costituente per l'elaborazione di una nuova carta costituzionale in sostituzione dello Statuto Albertino.

La maggioranza dei voti andò ai grandi partiti di massa mentre quasi scompariva dalla scena politica il Partito d'Azione, espressione delle élite borghesi che avevano combattuto il fascismo. Tuttavia sussisteva ancora un equilibrio fra progressisti e moderati poiché comunisti e socialisti rappresentavano il 40% dei votanti. Un'affermazione particolare ebbe il movimento dell'Uomo Qualunque fondato dal giornalista Guglielmo Giannini, a Roma nel 1944.

Capo provvisorio della Repubblica fu un liberale indipendente, Enrico De Nicola, che dal 1º gennaio 1948, a norma della prima disposizione transitoria della Costituzione, assunse titolo ed attribuzioni di Presidente della Repubblica.

L'Italia nel sistema politico internazionale

Alla fine della seconda guerra mondiale l'Italia si trovò in una particolare situazione internazionale: sino all'armistizio dell'8 settembre 1943 l'Italia aveva combattuto come alleata con la Germania nazista, dalla quale si era inizialmente dissociata fino successivamente a dichiararle guerra come nemica. Nel frattempo si era sviluppato un movimento di liberazione nazionale contro l'occupazione tedesca e i loro collaboratori della Repubblica sociale che aveva contribuito alla vittoria delle forze alleate. Per gli Alleati l'Italia però era considerata una nazione sconfitta alla quale veniva riconosciuta solo la condizione di cobelligeranza. Questo fece sì che l'Italia nella conferenza di pace di Parigi (1946) venisse considerata alla stessa stregua delle altre nazioni europee alleate della Germania e sconfitte per cui le condizioni di pace impostele furono comunque gravose.

Nei precedenti accordi tra gli Alleati infine l'Italia era stata assegnata all'area politica occidentale contrapposta per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, alla progressiva costituzione del blocco comunista nei Balcani.