Avalokiteśvara (, अवलोकितेश्वर, anche Lokeśvara; 觀音 Guānyīn Wade-Giles Kuan-yin anche 觀世音 Guānshìyīn, Wade-Giles Kuan-shih-yin; 観音 Kannon, Kwannon, o Kwannon bosatsu, anche 観世音 Kanzeon; 관음 Gwan-eum anche 관세음 Gwan-se-eum; Quán Âm [da Quán Thế Âm]; སྤྱན་རས་གཟིགས། Chenrezig Wangchug; Мэгжид Жанрайсиг, megjid janraisig, letto ca. "meghgit gianrèsik") è, nel Buddhismo Mahāyāna, il bodhisattva della grande compassione.

Origini Se è indubbio che la figura del bodhisattva Avalokiteśvara, il bodhisattva della compassione, sia al centro di numerose pratiche religiose, meditative e di studio dell'intera Asia buddhista mahāyāna e non solo, l'origine di questa figura religiosa e del suo stesso nome è tutt'oggi controversa.

La maggioranza degli studiosiRaoul Birnaum. Avalokiteśvara. In Encyclopedia of Religion Vol.II. NY, MacMillan, 2004 pag. 704. ritiene oggi che questa figura origini dalle comunità buddhiste collocate ai confini nordoccidentali dell'India. Precedenti illustri sono rappresentati dalla studiosa Marie-Thérèse de Mallmannin Introduction à l'étude d'Avalokiteçvara Paris. Presses Universitaires de France, 1967 che collegò questo bodhisattva buddhista persino alla tradizione religiosa iranica, mentre Giuseppe TucciGiuseppe Tucci. A propos d'Avalokiteśvara, in Mélanges chinois et buddhiques. 1948-51 9, 173-220. lo ritenne una personificazione della qualità compassionevole del Buddha Śākyamuni.

Ma, più semplicemente, secondo Raoul BirnaumOp. cit, pagg 704-5. nelle tradizioni mahāyāna Avalokiteśvara è:

Il nome e gli epiteti nelle varie tradizioni Sono numerosi i nomi e gli epiteti con cui viene indicato Avalokiteśvara nelle varie lingue asiatiche:

sanscrito: Avalokiteśvara, da Avalokita (colui che guarda) iśvara (signore): "Signore che guarda". Reso da Xuánzàng (玄奘, 602-664), il famoso pellegrino e traduttore cinese, come 觀自在 (Guānzìzài, giapp. Kanjizai) ovvero come "Signore che guarda"Il barone Alexander Von Staël-Holstein (1877-1937), ritenne, in un'opera del 1936, che l'origine del nome deriverebbe invece dal pāli Apalokitam che rimanda ad apalokitāgami(n) il cui significato è "che conduce al Nirvana", dando quindi al nome il significato de "Il Liberatore". Cfr. A. Von Staël-Holstein, "Avalokita and Apalokita" in Harvard Journal of Asiatic Studies, vol 1 n 3/4 (nov. 1936) pagg. 350-362.. Avalokitasvara è invece una diversa grafia sanscrita già presente in alcuni manoscritti risalenti al V secolo ed è all'origine di un'altra resa in cinese come 觀音 (Guānyīn, giapp. Kannon) ovvero come "Colui che ascolta il suono"«An alternate spelling of this name—Avalokitasvara— also existed, as seen in some fifth-century Sanskrit manuscripts and as noted by learned Chinese exegetes such as Chengguan (eighth century). This led to the well-known Chinese translation Guanyin (“he who has perceivedsound”).» Raoul Birnaum. Op.cit, pag.704.. Lokeśvara, da loka («mondo») e iśvara («signore»): "Signore del mondo". Padmapāṇi: "Colui che tiene in mano il loto". cinese: Oltre i termini già riportati di 觀自在 (Guānzìzài) e 觀音 (Guānyīn, questo è oggi il più diffuso) vanno ricordati i termini 觀世音 (Guānshìyīn utilizzato per la prima volta da Saṃghavarman nel 252 e ripreso da Kumārajīva nel 404, vedi più oltre) e 光世音 (Guāngshìyīn, utilizzato da Dharmarakṣa nel III secolo). Da questi termini derivano termini analoghi in lingua giapponese, coreana e vietnamita. tibetano: sPyan-ras-gzigs dbang-phyug (pr.: "Chenrezig Wangchug"): "Signore dallo sguardo compassionevole". mongolo: Nidubarüĵekči: "Colui che guarda con gli occhi".

I sūtra di riferimento I principali e più antichi sūtra mahāyāna che trattano questa figura sono sostanzialmente tre:

Sukhāvatīvyūhasūtra (Sutra degli ornamenti della terra beata): sūtra dedicato al buddha Amitābha conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 無量壽經 (Wúliángshòu jīng, giapp. Muryōju kyō) al T.D. 360 (sezione Bǎojībù); e conservato nel Canone tibetano con il titolo di Od-dpag-med-kyi bkod-pa'i mdo nella raccolta bKa'-'gyur (Kanjur), sezione dKon-br-tegs (n.5). Amitāyurdhyānasūtra (Sutra sulla contemplazione della vita infinita): sūtra dedicato al buddha Amitābha conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 觀無量壽經 (Guān wúliángshòu jīng, giapp. Kammuryōju kyō) al T.D. 365 (sezione Bǎojībù); non esiste una sua traduzione in lingua tibetana.

ma soprattutto, per la sua larghissima diffusione in Asia, il Saddharmapundarīka-sūtra (Sutra del Loto della buona leggeSutra del Loto: XXV capitolo): conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 妙法蓮華經 (Miàofǎ liánhuā jīng, giapp. Myōhō renge kyō) al T.D. 262,263,264 (sezione Fǎhuābù); e conservato nel Canone tibetano con il titolo Dam-pa'i chos padma-dkar-po'i mdo nella raccolta bKa'-'gyur (Kanjur), sezione mDo-sde.

Il bodhisattva è inoltre colui che predica nel corpo centrale del Sutra del Cuore.

Il mantra delle sei sillabe Alla figura di Avalokiteśvara è collegato, in numerose tradizioni mahāyāna quale quella relativa al Buddhismo tibetano, il mantra composto di sei sillabe Oṃ Maṇi Padme Hūṃ avente la funzione di proteggere gli esseri senzienti.

Avalokiteśvara nella tradizione del Canone buddhista cinese

Origine del nome Guānyīn (觀音) In tutte le lingue, che derivano questo termine dal Canone buddhista cinese, Guānyīn (觀音, primo termine) è un'abbreviazione di Guānshìyīn (觀世音, secondo termine), quindi nel suo significato di: guān (觀): termine cinese che rende il sanscrito vipaśyanā nel significato meditativo di osservare, ascoltare, comprendere; shì (世): termine cinese che rende il sanscrito loka quindi la "Terra", ma originariamente riportava anche il significato di yuga (ciclo cosmico) e quindi rende anche il termine saṃsāra, il ciclo sofferente delle nascite e la "mondanità" che provoca questo ciclo; yīn (音): termine cinese che rende numerosi termini sanscriti (come ghoṣa, ruta, śabda, svara, udāhāra) che significano suono, voce, melodia, rumore e termini simili. Accanto a shì (世), il doloroso saṃsāra, yīn (音) acquisisce il significato di "suono del doloroso saṃsāra" quindi di lamento, espressione della sofferenza.

Quindi Guānshìyīn (觀世音): "Colui che ascolta i lamenti del mondo", il bodhisattva della misericordia.

Guānshìyīn è infatti indicata come 菩薩 (púsà, giapp. bosatsu) quindi nella resa del termine sanscrito di bodhisattva.

Questo nome appare per la prima volta nella traduzione dal sanscrito al cinese del Sukhāvatī-vyūha-sūtra (無量壽經 Wúliángshòu jīng, giapp. Muryōju kyō, T.D. 360.12.265c-279a) operata da Saṃghavarman nel 252.

Deve tuttavia la sua popolarità alla larga diffusione della traduzione del Sutra del Loto, operata da Kumārajīva (344-413) nel 406 con il titolo Miàofǎ Liánhuā Jīng (妙法蓮華經, giapp. Myōhō Renge Kyō, T.D. 262, 9.1c-62b), dove compare sempre come resa del nome sanscrito del bodhisattva Avalokiteśvara.

Il capitolo Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn (觀世音菩薩普門品, T.D. 262.9.56c2, La porta universale del bodhisattva Guānshìyīn) venticinquesimo capitolo del Sutra del Loto spiega così il nome di Guānshìyīn (sanscrito Avalokiteśvara):

L'adozione del nome Guānyīn (觀音) al posto di Guānshìyīn (觀世音) fu imposta dall'imperatore Gāozōng (高宗, conosciuto anche come Lǐzhì, 李治, regno: 649-83) che emise un editto in base alla normativa sui nomi proibiti (避諱 bìhuì) ordinando di omettere il carattere 世 (shì) dal nome della bodhisattvaCfr. tra gli altri, JI Hai-long. Intercultural study of euphemisms in Chinese and English. Sino-US English Teaching. Aug. 2008, Volume 5, No.8 (Serial No.56), pag..56. Tuttavia le altre forme continuarono ad essere comunque utilizzate.

Rappresentazione Guānshìyīn è la resa in lingua cinese del termine sanscrito AvalokiteśvaraDa tener presente che questa resa, la più diffusa in Cina e nei corrispettivi delle lingue estremo orientali, origina da Kumārajīva ed è presente nella sua traduzione del Sutra del Loto (cfr. T.D. 262.9.2a8). Dharmarakṣa lo rende invece come 光世音 (Guāngshìyīn, giapp. Kōseion, cfr. T.D. 263.9.63a24), mentre Xuánzàng lo rende come 觀自在 (Guānzìzài, giapp. Kanjizai, cfr. T.D. 1579.30.729a19)., nome del bodhisattva mahāyāna della misericordia.

Nella sua evoluzione di significati, tuttavia, Guānyīn ha acquisito delle peculiarità tradizionali tipiche del popolo cinese e degli altri popoli dell'Estremo Oriente in cui il culto di questo bodhisattva si è diffuso. Se, ad esempio, Avalokiteśvara veniva prevalentemente rappresentato in IndiaNel Buddhismo Mahāyāna Avalokiteśvara viene rappresentato in 108 forme arrivando, nelle scuole Vajrayāna, a 130 forme. La poliedricità delle rappresentazioni di un bodhisattva sono proprie della religiosità mahāyāna. Così il Vimalakīrti Nirdeśa sūtra descrive il bodhisattva: nelle sembianze maschili, in Cina esso è stato progressivamente raffigurato come una donnaSull'insegnamento mahāyāna rispetto alla non-differenza tra la figura maschile e femminile ovvero la loro equivalenza, così l'antico Śūraṃgama-samādhi-sūtra (首楞嚴三昧經, Shǒulèngyán sānmèi jīng, T.D. 642.15.629-644), tradotto in cinese da Kumārajīva tra il 402 e il 409:.

Sempre in Estremo Oriente, Guānyīn è rappresentato in trentatré differenti forme seguendo in questo l'elenco presentato nel venticinquesimo capitolo Sutra del Loto.

In una di queste forme, Guānyīn viene raffigurata con una lunga veste bianca (in sanscrito, questa forma viene denominata Pāṇḍaravāsinī-Avalokitêśvara, Avalokitêśvara vestito di bianco, in cinese 白衣觀音 Báiyī Guānyīn), sostenuta da un loto dello stesso colore. Spesso con una collana delle famiglie reali indocinesi.

Nella mano destra può reggere un vaso o una brocca (kalaśa) contenente il nettare dell'immortalità (amṛta cin. 甘露 gānlòu) che rappresenta il nirvāṇa.

In un'altra forma, nella mano sinistra regge un ramo di salice (in quest'ultimo caso viene denominata 楊柳觀音 Yángliǔ Guānyīn) simbolo della sua volontà di 'piegarsi' alle richieste degli esseri viventi.

La corona generalmente riporta un'immagine del buddha cosmico Amitābha (阿彌陀 Āmítuó, giapp. Amida) il maestro spirituale di Guānyīn prima che divenisse un bodhisattva oppure ritenendo Guānyīn un'emanazione compassionevole e diretta del potere di Amitābha.

A volte Guānyīn è accompagnata dai suoi due discepoli: Lóngnǚ (龍女, sanscrito Nāgakanyā, principessa dei Nāga) e Shàncái (善財, sanscrito Sudhana).

Il bodhisattva dalle mille braccia e dagli undici volti

Una delle forme più diffuse, non solo in Cina, del bodhisattva Avalokiteśvara-Guānyīn è nella sua forma di Sahasrabujia (sanscrito, cin. 千手觀音Qiānshǒu Guānyīn, giapp. Senshu Kannon) ovvero con mille braccia (quattro in evidenza e miriadi di braccia sullo sfondo) le cui mani contengono un occhio. Ci sono diversi sutra che trattano di questa figura tra cui il Nīlakaṇṭha-dhāraṇī (tra le versioni il 千手千眼觀世音菩薩大悲心陀羅尼, Qiānshǒu qiānyǎn guānshìyīn púsà dàbēixīn tuóluóní) per lo più conservati nel Mìjiàobù (T.D. dal 1057 al 1064). Il significato di questa rappresentazione (molteplicità degli occhi e delle braccia) inerisce al ruolo di mahākaruṇā (sanscrito, cin. 大悲 dàbēi, Grande compassione) rappresentato da questo bodhisattva pronto a raccogliere le richieste di aiuto di tutti gli esseri.