L'interpretazione della Bibbia ha dato luogo a diverse scuole esegetiche, talvolta note a seconda delle regioni geografiche in cui sono sorte o delle lingue con cui venivano scritti i commenti.
Nell'ebraismo viene data grande importanza alla tradizione orale, riportata in testi e commenti in un processo continuo di approfondimento.
Nella storia del cristianesimo, a partire dagli evangelisti e soprattutto da Paolo di Tarso, sono presenti vari tipi di letture della Bibbia, come quello letterale, allegorico, tipologico o morale.
Interpretazione ebraica Alessandrina: la scuola esegetica alessandrina rappresenta un punto di contatto del mondo ebraico con quello greco. Il tipo di lettura predominante era quello allegorico, con il quale veniva dato un significato etico e psicologico a molte parti della scrittura, come ad esempio alle leggi rituali. Il maggiore esponente di questa scuola fu Filone di Alessandria, il quale a sua volta venne ripreso da teologi cristiani alessandrini dei secoli successivi. Le diverse scuole talmudiche (halakhah e haggadah) vedi testi sacri ebraici. Esse hanno un forte interesse prevalentemente per la Tōrāh, dato il suo ruolo primario nell'ebraismo, e quindi privilegiano una lettura halakhica (legalista). Salomone Rashi Mosè Maimonide
Interpretazione patristica (II-VII secolo) Scuola cristiana di Alessandria: il maggior esponente di questa scuola fu Origene. Come per l'omonima scuola giudaica ebbe un grande rilievo l'allegorismo e veniva data una lettura tipologica dell'Antico Testamento rispetto al Nuovo, cioè gli avvenimenti e i personaggi della Bibbia ebraica erano una figura e una prefigurazione del Nuovo Testamento. Scuola di Antiochia: in opposizione a quella alessandrina, veniva dato grande rilievo al senso letterale e storico, mantenendo un metodo esegetico sobrio e rigoroso. I maggiori esponenti di questa scuola furono Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Cirro, Giovanni Crisostomo, che divenne patriarca di Costantinopoli, Diodoro di Tarso, Efrem il Siro. Scuola Latina: fra coloro che scrivevano in latino sono da annoverare, tra i maggiori commentatori della Bibbia, Ambrogio, Agostino di Ippona, San Girolamo, quest'ultimo autore anche della famosa traduzione latina della Vulgata. Anche Agostino indica l'interpretazione letterale come criterio-guida: "non allontanarsi per nulla dal senso letterale, a meno che non vi sia una qualche ragione che non permetta di tenerlo, o una necessità che imponga di lasciarlo". Parole e fatti della storia della salvezza alludono ad un significato soprannaturale e allegorico che va al di là di quello letterale (Contra Faust. VI, 4; De doctr. chr. II, 40, 61, 62 ecc.).
Interpretazione alto-medievale (VIII-XI secolo) Continua il metodo interpretativo allegorico già proprio dei padri, privo di spirito storico e critico.
Interpretazione ortodossa in oriente (XI secolo ad oggi) Nell'Ortodossia la Bibbia non viene sempre interpretata letteralmente. Nell'Ortodossia, i veri credenti accettano ciò che è scritto nella Bibbia, e non ne dubitano mai, ma l'atteggiamento attuale dell'Ortodossia orientale nei confronti della scienza varia, con i fedeli conservatori che si oppongono ad alcuni concetti dell'evoluzione alle origini e dello sviluppo della vita.
L'Ortodossia considera la verità come rintracciabile nel "Consenso dei Padri", un percepito filo conduttore di accordo che unisce gli scritti patristici della prima Chiesa e degli apostoli. Coloro i quali si mostrarono in disaccordo con quello che venne ad essere considerato il consenso non vennero accettati come "Padri" autentici. Tutti i concetti teologici devono essere in accordo con tale consenso. Anche quelli considerati come "Padri" autentici possono avere qualche opinione teologica che non è universalmente condivisa, ma ciò non li rende eretici. Quindi un cristiano ortodosso non è vincolato ad essere d'accordo con ogni opinione di ogni Padre, ma piuttosto con il consenso complessivo dei Padri, e anche qui solo su quelle questioni su cui la Chiesa è dogmatica.
I teologi dell'ortodossia orientale tendevano ad affidarsi ai filosofi greci più di quanto si faceva in Occidente, spesso prendendo a prestito le categorie e il vocabolario del neoplatonismo per spiegare la dottrina cristiana, anche se non necessariamente accettando tutte le sue teorie. Alcuni filosofi neoplatonici non-cristiani presero in seguito a prestito parte del vocabolario dei teologi cristiani.
Interpretazione in occidente: contro le eresie (XI-XX secolo) Nel corso del primo millennio, la Chiesa cattolica non ha mai sentito la necessità di promulgare nessuna regola circa la lettura dei Vangeli in particolare e della Bibbia in generale: a tal proposito, infatti, l'Enchiridion Symbolorum (la raccolta dei documenti ufficiali della Chiesa cattolica, a cura di H. Denzinger) non riporta alcun intervento. Dato il diffuso analfabetismo tra il popolo (plebe, ma anche nobili) e l'elevato costo dei supporti fàtici (dapprima papiri, poi pergamene), la lettura e la meditazione personale avvenivano perlopiù all'interno dei monasteri o delle biblioteche personali ad uso del clero.
Tendenzialmente, monaci e clero secolare erano incoraggiati a leggere le scritture secondo le loro necessità spirituali, come scrive Ireneo in Contro gli eretici (3,4)Catholic Encyclopedia, voce Scripture.
Dall'inizio del secondo millennio cambia notevolmente il panorama teologico-sociale. Soprattutto nel sud della Francia e nel nord Italia compaiono le eresie di tipo gnostico, che sulla base di interpretazioni spiritualiste del messaggio dei Vangeli, in particolare Giovanni, arrivavano a negare la bontà della materia in genere e delle sue manifestazioni concrete: matrimonio e procreazione, stato e potere temporale, sacramenti e Chiesa, erano tutti visti come frutti malvagi della corruzione del peccato originale. Il perfetto credente, in tale ottica, era l'asceta estraniato dal mondo e contrario alla corporeità, legato spesso a movimenti sociali che potevano sfociare in rivolte sociali contro principi o 'vescovi grassi', come efficacemente sintetizza Umberto Eco ne Il nome della rosa.
La Chiesa pertanto, dietro pressante richiesta delle autorità politiche (Roberto II re di Francia, Guglielmo conte di Poitiers e duca di Aquitania, l'imperatore Enrico III)Rino Cammilleri, Storia dell'inquisizione, 1997, ISBN 88-8183-885-0, p. 16., inizia a contrastare la lettura personale della Bibbia in lingua volgare per evitare gli eccessi gnostici:
Da notare come: la lettura biblica in lingua latina (traduzione della Vulgata) era permessa, pertanto è inesatto sostenere che in tale occasione la Chiesa vietò la Bibbia; il Sinodo di Tolosa non era un concilio ecumenico, ma appunto un sinodo locale: le sue deliberazioni, tra cui quella sopra riportata, non avevano valenza universale ed eterna per tutta la Chiesa cattolica, ma solo per i territori rappresentati dai partecipanti al sinodo (nella fattispecie, il sud della Francia) e solo per un limitato periodo di tempo (il periodo dell'emergenza gnostica).
La Chiesa infatti, in seguito, non si è opposta a priori alla diffusione di traduzioni bibliche in lingue moderne, ma solo a quelle che, a suo giudizio, veicolavano giudizi eretici. Queste le principali traduzioni volgari la cui lettura era permessa ai cattolici: in spagnolo, la Bibbia Alfonsina, dedicata al re di Castiglia Alfonso X e realizzata nel 1280; in tedesco, una traduzione integrale a cura di John Rellach, pubblicata a Costanza nel 1450; in italiano, la Bibbia del Malermi (1471), ad opera del monaco camaldolese Nicolò Malermi, soppiantata poi nel 1778 dalla Bibbia di Antonio Martini; in francese, la Bibbia di Jacques Lefèvre d'Étaples, pubblicata ad Anversa (1523-8); in inglese, la Bibbia di Douai o Reims (1582 NT, 1609 intera Bibbia), tuttora la Bibbia cattolica ufficiale di lingua inglese.
Dopo il sinodo di Tolosa, il divieto relativo alla traduzione, possesso e uso di versioni volgari non autorizzate venne ribadito molte volte da singole Chiese locali allorquando si avvertiva il pericolo della diffusione di idee giudicate eretiche. In varie parti d'Europa si verificarono dunque roghi di copie non autorizzate e sanzioni di natura spirituale ai lettori di tali versioni (non sono infatti documentati processi e pene civili ai semplici lettori). Riguardo agli autori di traduzioni non autorizzate sono attestate solo due condanne capitali, entrambe in Inghilterra, relative a John Wycliffe e William Tyndale. Va sottolineato tuttavia che, per Wycliffe, la condanna a morte per eresia fu postuma (nel 1415 venne riesumato il corpo, sepolto alla morte nel 1384, e ne vennero bruciati i resti), e per Tyndale la condanna fu sancita non da un tribunale cattolico ma, nel 1536, da un tribunale inglese, dunque anglicano. Non è pertanto corretto sostenere che la Chiesa cattolica avrebbe ucciso chi traduceva la Bibbia.
Durante il XVI secolo compare nel Nord Europa la Riforma protestante, che ha spaccato il mondo cristiano fino ad oggi. Come è noto, per Lutero la Bibbia poteva essere letta e interpretata da qualunque cristiano, arrivando alle conclusioni che più reputava opportune (tale 'libertà' ermeneutica ha portato di fatto alla frammentazione della stessa Chiesa riformata). Fu in seguito a tale crisi che si ebbe un pronunciamento ufficiale della Chiesa cattolica con valenza dogmatica, dunque universale ed eterna. In particolare il problema fu affrontato al Concilio di Trento che così deliberò:
Da notare come: non viene espresso un giudizio negativo sulla Bibbia; non viene vietata la lettura della Bibbia, ma solo vincolata alla sua traduzione ufficiale latina; non vengono vietate le traduzioni in lingue volgari per uso personale, che infatti continuarono a circolare liberamente, previa approvazione ecclesiastica.Suonano pertanto come infondate affermazioni come questa di Indro Montanelli: "da quando il Concilio di Trento aveva formalmente ribadito che il credente non aveva affatto il dovere, anzi non aveva il diritto di leggere e d'interpretare le sacre scritture. Di esse era perfino proibita la traduzione in lingua italiana appunto per riservare al prete il compito di decifrarle. Il verbo doveva restare un'esclusiva di casta..." L'Italia giacobina e carbonara (1789-1831), Rizzoli, 1998, pag 21
Il divieto dell'uso di versioni non autorizzate della Bibbia viene formalmente sancito nel 1559, quando papa Paolo IV istituì l'Indice dei libri proibiti nel quale erano vietate, fra gli altri testi, 45 versioni della Bibbia e del Nuovo Testamento in lingua volgare di autori non cattolici o anonimi, in prevalenza pubblicate nel mondo germanico, ma anche la traduzione in italiano del veneziano Francesco Brucioli. La lettura di questi testi in volgare non autorizzati era permessa solo su licenza del Sant'Uffizio, e non poteva essere concessa alle donne e a chi non conoscesse il latino. Questa discriminazione ebbe termine cinque anni dopo, il 24 marzo 1564, con il papa successivo, Pio IV, che pur mantenendo l'impianto dell'indice ne allentò lo spirito e le norme applicative.
Le versioni in volgare, per essere autorizzate, dovevano sottostare a due regole: la presenza di note e spiegazioni approvate dalla Chiesa; la traduzione doveva essere fatta non da copie dei testi originali ebraici e greci, ma dalla Vulgata da Girolamo, che era il testo ufficiale della chiesa latina utilizzato nella liturgia pubblica.
Nel 1631, Urbano VII ingiunse a tutti i possessori di copie della Bibbia non autorizzate di consegnarle alle autorità per bruciarle, pena la denuncia all'Inquisizione. Fu solo nel 1758 che furono riviste alcune proibizioni e, in particolare, fu eliminato il divieto di lettura della Bibbia nelle lingue nazionali.