L'età della letteratura latina imperiale (anche detta età argentea nella tradizione di studi) è compresa fra il 14 (morte di Augusto) e il 476 (caduta dell'Impero romano d'Occidente).
Contesto storico e influenze letterarie
Ci troviamo alla fine del periodo augusteo (14 d.C.), dopo la fine della Res publica Romana, le cui istituzioni non furono mai totalmente abolite, ma semplicemente persero il potere effettivo a vantaggio dell'imperatore.Gibbon (a cura di Saunders), Capitolo III. «Per riassumere, il sistema del governo imperiale, così come istituito da Augusto..., può essere definito una monarchia assoluta mascherata nelle forme di una repubblica» (ibidem, p. 73) Nei cinque secoli successivi si alternarono due fasi caratterizzate da forme di organizzazione e legittimazione del potere imperiale profondamente diverse, il Principato e il Dominato; oltre ad una divisione dell'impero in due parti, la parte occidentale che cessò di esistere nel 476, l'altra che si perpetuò per ancora un millennio in quell'entità nota come Impero bizantino.
La vita politica, economica e sociale durante i primi secoli dell'Impero gravitava attorno all'Urbe. Roma era la sede dell'autorità imperiale e dell'amministrazione, principale luogo di scambio commerciale tra Oriente e Occidente, oltre ad essere di gran lunga la più popolata città del mondo antico con circa un milione di abitanti; per questo migliaia di persone affluivano quotidianamente nella capitale via mare e via terra, arricchendola di artisti e letterati provenienti da tutte le regioni dell'Impero.
Esisteva una netta differenza tra il vivere a Roma o nelle province: gli abitanti della capitale godevano di privilegi ed elargizioni, mentre il peso fiscale si riversava più pesantemente sulle province. Anche tra città e campagna, ovviamente tenendo conto del ceto sociale, la qualità di vita era migliore e più agiata per i cittadini, che usufruivano di servizi pubblici come terme, acquedotti, teatri e circhi.
Dall'epoca di Diocleziano, Roma perse il suo ruolo di sede imperiale a favore di altre città (Milano, Treviri, Nicomedia e Sirmio), restando, però, capitale dell'Impero, fino a quando, nel corso del V secolo, si andò sempre più imponendo Costantinopoli (la Nova Roma voluta da Costantino), anche grazie ai mutati rapporti di forza tra un Oriente ancora prospero e un Occidente in balia delle orde barbariche e sempre più prostrato dalla crisi economica, politica e demografica.
Dopo la crisi che paralizzò l'Impero nei decenni centrali del III secolo, le frontiere si fecero più sicure a partire dal regno di Diocleziano (284-305), il quale introdusse profonde riforme nell'amministrazione e nell'esercito. L'Impero poté così vivere ancora un periodo di relativa stabilità fino almeno alla battaglia di Adrianopoli (378) e, in Occidente, fino ai primi anni del V secolo, quando si produsse una prima, pericolosa incursione da parte dei Visigoti di Alarico (401-402) cui seguirono altre che culminarono nel celebre sacco di Roma del 410, avvertito dai contemporanei (Sofronio Eusebio Girolamo, Agostino d'Ippona) come un avvenimento epocale e, da alcuni, perfino come la fine del mondo. Gli ultimi decenni di vita dell'Impero romano d'Occidente (quello d'Oriente sopravviverà, come si è detto, per un altro millennio) furono vissuti in un clima apocalittico di morte e di miseria dalla popolazione di molte regioni dell'Impero, falcidiata da guerre, carestie ed epidemie. La conseguenza finale fu la caduta della stessa struttura imperiale.
Lingua
Il latino volgare include tutte le forme tipiche della lingua parlata che, quindi, proprio per tale natura erano più facilmente influenzabili da cambiamenti linguistici e da influssi derivati da altre lingue. La lingua latina sviluppatasi, cresciuta e diffusasi con Roma e la sua statalità nell'Impero, era divenuta col tempo la lingua di una minoranza elitaria, del ceto amministrativo mercantile e dei letterati, ben lontana dalla lingua parlata quotidianamente da tutte le genti a tutti i livelli sociali.
Diverse, infatti, erano le lingue dei popoli o volgo che restavano radicate a lingue o parlate preesistenti al latino e più o meno influenzate dalla lingua di Roma. Quindi la lingua latina, benché si fosse diffusa in tutto il territorio occupato da Roma subendo, e imponendo a sua volta, influenze secondo i territori, risultava essere più una lingua franca e, per certe genti, una lingua modello da imitare, un esempio di lingua culturalmente elevata. In Oriente, quindi, la presenza di una cultura greca molto forte fu ostacolo al radicarsi del latino, mentre in territori come la Gallia, la Dacia e l'Iberia la lingua latina influenzò significativamente le parlate locali.
Una distinzione tra latino letterario e latino volgare non è applicabile ai primi tre secoli di storia romana, quando le necessità della vita avevano forgiato una lingua non del tutto formalizzata dal punto di vista grammaticale. Si può infatti dire che i documenti latini più antichi riflettono molto da vicino o corrispondono del tutto alla lingua parlata all'epoca in cui furono redatti. Le prime opere letterarie in latino compaiono nella seconda metà del III secolo a.C. e riflettono un'importante evoluzione, effettiva sia sul piano lessicale sia sul piano grammaticale, che corrisponde all'espandersi dell'influenza di Roma.Villa, cit., pp. 7-8.
I popoli vinti dai Romani appresero la lingua dei dominatori e questa si sovrappose alle parlate locali. Inversamente, il latino accolse elementi dialettali, italici e non, configurandosi come "latino volgare": la lingua parlata si contrappone così alla lingua scritta, depurata da forestierismi o da elementi dialettali, formalizzata sintatticamente e grammaticalmente, fornita di un lessico controllato.Villa, cit., pp. 8-9.
Con sermo provincialis ("lingua degli abitanti delle province"), o anche sermo militaris ("gergo militare"), sermo vulgaris ("lingua volgare, del volgo") o sermo rusticus ("lingua rustica, campagnola, illetterata"), si indica comunemente il modo di riferirsi dei dotti latini alle parlate delle Province romane fino al II secolo d.C. Nelle Province, infatti, non si parlava il latino classico, ma un latino, differente da zona a zona, che aveva subito gli influssi particolari della regione in cui era stato importato. Tali modifiche agivano sia a livello fonetico (ad esempio, nelle aree in cui, prima dell'arrivo del latino, erano utilizzate lingue celtiche, era rimasta, anche una volta adottata la lingua di Roma, la presenza della U "turbata", ossia pronunciata come nel francese moderno o in alcune aree del Nord-Italia) che lessicale (per esempio, nelle parlate volgari si tende a servirsi di metafore concrete piuttosto che di vocaboli neutri: si usa testa, ossia "vaso di coccio a forma di testa umana", al posto del latino caput), ed erano sostanzialmente dovute al sostrato, appunto lo strato linguistico precedente al latino.
Produzione Favolistica
Il primo favolista latino, fu Fedro (15 a.C. circa-50 d.C.). Rappresentò una voce isolata della letteratura latina, rivestendo un ruolo poetico subalterno in quanto la favola non era considerata (analogamente ad oggi) un genere letterario "alto" anche se possedeva un carattere pedagogico e un fine morale. Fedro riconosce la propria dipendenza dall'opera di Esopo, dando tuttavia alle sue favole maggiore dignità letteraria, riscrivendole in versi senari. Le favole di Fedro hanno un doppio scopo: divertire il lettore, con scene di carattere comico, ma di suggerire anche "saggi consigli" per vivere.
Grammatica, filologia e discipline erudite
All'interno delle scuole si conservano i lasciti della cultura romana antica. Qui si concentrano, dunque, i contributi degli scrittori pagani, eredi della lunga storia letteraria latina. La preservazione dei testi linguistici e letterari antichi avviene tramite la compilazione di vaste enciclopedie del sapere, come la grammatica di Flavio Sosipatro Carisio autore di unArs grammatica in cinque libri, grazie alla quale si sono conservate diversi frammenti di opere latine. Altri autori si dedicarono al commento dei classici e alla cura delle edizioni delle opere più importanti di Marziale, Giovenale, Apuleio, eccetera; i Simmachi e i Nicomachi si occuparono di curare l'edizione delle Storie di Tito Livio.
La più importante opera enciclopedica è però quella di Nonio Marcello, la De compendiosa doctrina, in venti libri. I primi tredici libri si occupano principalmente di aspetti linguistici e letterari, gli ultimi sette di antiquaria (navi, utensili domestici, abbigliamento, alimentazione). Nella prima parte Nonio tratta di diversi lemmi, usando come esempi brani tratti da autori latini di tutte le epoche: Livio Andronico, Nevio, Ennio, Pacuvio, Accio, Turpilio, Titinio, Afranio, Pomponio, Novio, Laberio, Varrone, Quadrigario, Sisenna, Sallustio. Nella maggior parte dei casi, si tratta di opere conservatesi proprio grazie alle citazioni di Nonio.
Elio Donato, il maggiore dei grammatici del IV secolo e maestro di Sofronio Eusebio Girolamo, compose un trattato di grammatica intitolato Ars minor, sulle otto parti del discorso, e un altro intitolato Ars maior, su temi avanzati di stilistica e metrica; si tratta dei testi su cui gli allievi studiarono il latino fino al Medioevo. Sempre Donato compose un commento a Virgilio, di cui si sono conservati silo la Vita Vergilii, basata su Svetonio, e un'introduzione alle Bucoliche; un commento a Terenzio, quasi completo, con annotazioni stilistiche ed erudite.
Un discepolo di Elio Donato fu Servio Mario Onorato, al quale è attribuito un commento di Virgilio, detto Servius minor, contenente notizie sulla composizione, considerazioni stilistiche e grammaticali, comparazioni esegetiche tra diversi manoscritti. Questa edizione fu ampliata tra il VII e l'VIII secolo da un anonimo con l'inserimento di materiale di Donato e poi pubblicata nel XVII secolo dall'umanista francese Pierre Daniel, da cui il nome di Servius auctus o Servius Danielinus. Anche Tiberio Claudio Donato compose un commento all'opera maggiore di Virgilio intitolato Interpretationes Vergilianae.
Di estremo interesse la figura di Ambrogio Teodosio Macrobio, un autore variamente collocato tra il IV e il V secolo, il quale compose i Saturnali. Si tratta di un'opera ambientata nel periodo dei Saturnali (17-19 dicembre) dell'anno 384. Un gruppo di esponenti dell'aristocrazia e della cultura pagana romana (tra cui Vettio Agorio Pretestato, Virio Nicomaco Flaviano, Quinto Aurelio Simmaco, Servio e Ausonio) si incontrano per un convivio e discutono di problemi religiosi, ricordano motti di spirito degli antichi, e, soprattutto discutono e ammirano Virgilio come modello di stile e dispensatore di informazioni antiquarie. Frutto dell'interesse di Macrobio per la filosofia neo-platonica è invece il commento al Somnium Scipionis di Cicerone, in cui Macrobio presenta un'interpretazione allegorica e mistica di un brano dell'ultimo libro del De re publica; proprio grazie alla fortuna dell'opera macrobiana questo libro, che in antichità era copiato assieme al commento, si è conservato.
Secondarie ma comunque di una certa rilevanza sono invece le opere di carattere scientifico. Tra queste la Medicina Plinii, rielaborazione della Naturalis historia di Plinio il Vecchio; la Mulomedicina Chironis, opera veterinaria anonima, e la Mulomedicina di Flavio Vegezio Renato, autore del trattato di arte bellica Epitome rei militaris; lOpus agriculturae di Rutilio Tauro Emiliano Palladio. Opere geografiche sono invece lItinerarium Antonini, lItinerarium Hierosolymitanum e la Peregrinatio Aetheriae (o Itinerarium Egeriae), importante anche per la commistione linguistica tra latino di alto livello e latino parlato.
Letteratura cristiana