Unutopìa è un assetto politico, sociale o religioso che non trova riscontro nella realtà, ma viene proposto come ideale e come modello. Il termine indica di solito una comunità o una società immaginata, dotata di qualità desiderabili per chi la descrive o la propone. Fu coniato da Tommaso Moro per il libro Utopia, pubblicato nel 1516 incentrato su una società immaginaria nel Nuovo Mondo.
Le utopie possono riguardare proprietà, lavoro, governo, famiglia, vita religiosa, rapporti sociali, economia, giustizia e distribuzione del potere, soprattutto quando descrivono società immaginarie o esperimenti comunitari. Non hanno un contenuto politico fisso: cambiano secondo epoche, autori, comunità e scopi, assumendo forme egualitarie, gerarchiche, religiose, socialiste, liberali, anarchiche, ecologiche o femministe. Negli studi sull'utopismo il concetto comprende perciò la letteratura, le comunità intenzionali e le teorie sociali che immaginano o descrivono modi diversi di organizzare la vita collettiva.
L'opposto dell'utopia è la distopia, cioè la rappresentazione di uno stato futuro fortemente negativo, costruita in contrasto con l'utopia e spesso usata per criticare tendenze già presenti nella società. La narrativa utopica e distopica costituisce un filone della letteratura moderna e contemporanea, nel quale società immaginarie fanno emergere conflitti sociali, politici e morali. La distopia conserva il rapporto con l'utopia perché usa la stessa forma della società alternativa, rovesciandone però il valore positivo.
Nell'uso comune "utopia" può indicare qualcosa di immaginario o irrealizzabile, ma nella storia del pensiero ha avuto anche una funzione critica, orientando forme di rinnovamento sociale. L'utopismo non è rimasto confinato alla finzione letteraria: ha riguardato anche modelli urbani e architettonici, comunità intenzionali, proposte di riforma sociale come il reddito di base, pratiche locali come cooperative e spazi comuni, immaginari legati alla rete digitale. In senso figurato, la parola può riferirsi anche a un progetto, una speranza o un ideale che non può avere attuazione. Il termine oscilla quindi fra il modello capace di orientare l'azione e la meta considerata astratta o irrealizzabile.
Etimologia e storia del termine
La parola utopia fu coniata da Tommaso Moro nel 1516 per il suo testo latino Utopia, a partire dal greco antico οὐ (ou, "non") e τόπος (tópos, "luogo"), con il significato letterale di "luogo che non esiste". Il termine contiene però fin dall'origine un'ambiguità voluta, perché rimanda insieme al "non luogo" e al "luogo buono", costruendo un gioco fra οὐ-τόπος ed εὖ-τόπος. Il rapporto fra utopia ed eutopia fa convivere nella stessa parola l'idea di "nessun luogo" e quella di "buon luogo". Dopo Moro, il termine divenne un nome comune per indicare testi nei quali un narratore descrive un paese immaginario retto da istituzioni diverse da quelle delle società esistenti.
Il significato si allargò progressivamente: da società inesistente descritta con notevole dettaglio passò a indicare un progetto desiderabile, un modello alternativo o un'aspirazione ritenuta impraticabile. Nell'uso corrente, ormai lontano dal solo significato letterario, "utopia" può indicare un ideale, una speranza o un progetto giudicato irrealizzabile. La storia del termine resta quindi segnata da questa doppia possibilità: modello critico da opporre al presente, oppure illusione impossibile.
Per molto tempo si è ritenuto che "dystopia" fosse stato coniato da John Stuart Mill in un discorso parlamentare del 1868, ma ricerche più recenti hanno documentato la forma "dustopia" nel 1747 e la forma "dystopia" nel 1748, definita allora come "unhappy country" ("paese infelice"). Il discorso di Mill rimane comunque un passaggio importante nella storia moderna del termine, perché usa "dys-topians" e "caco-topians" per indicare non ciò che è troppo buono per essere praticabile, ma ciò che è troppo cattivo per essere praticabile. La parola "dystopia" entrò nella circolazione generale in inglese solo dagli anni cinquanta del Novecento, in un contesto segnato dalla guerra fredda, dal timore del conflitto nucleare e dalla diffusione di Nineteen Eighty-Four di George Orwell.
Definizione e teoria Utopia, eutopia, distopia, antiutopia L'utopia può indicare un ideale politico o sociale legato a convinzioni etiche o religiose, capace di proporre fini collettivi, immaginare istituzioni diverse e criticare quelle esistenti per contrasto o ironia. La società utopica non è necessariamente un progetto da realizzare subito: può anche servire a giudicare il presente, a indicarne i limiti o a orientarne diversamente i fini. Negli studi letterari, l'utopia è stata definita come costruzione verbale di una comunità quasi umana, nella quale istituzioni sociopolitiche, norme e rapporti individuali sono organizzati secondo un principio più perfetto rispetto alla comunità dell'autore, producendo uno straniamento fondato su un'ipotesi storica alternativa.
Una classificazione frequente distingue l'utopia in senso generale, cioè una società inesistente descritta con un certo dettaglio e collocata in uno spazio o in un tempo riconoscibile, dall'eutopia e dalla distopia. L'eutopia, o utopia positiva, presenta una società inesistente che appare migliore di quella del lettore contemporaneo, mentre la distopia, o utopia negativa, presenta una società inesistente che appare peggiore. La satira utopica adopera una società immaginaria per criticare la società contemporanea dell'autore; l'antiutopia usa invece la forma utopica per attaccare l'utopismo in generale o una specifica utopia positiva. L'utopia critica presenta una società migliore di quella contemporanea, lasciando però aperti problemi, conflitti e limiti interni. "Distopia" e "antiutopia" sono talvolta usati come sinonimi, ma possono essere distinti: la prima raffigura un mondo peggiore, la seconda critica l'utopismo come tale.
La perfezione non è un criterio sicuro per definire l'utopia, perché poche utopie positive descrivono società davvero perfette e perché l'idea di perfezione è stata spesso usata dagli antiutopisti per sostenere che ogni progetto utopico conduca alla coercizione. Una definizione sociologica più ampia interpreta l'utopia come espressione del desiderio di un modo migliore di essere o di vivere. In questa accezione, l'utopia comprende testi letterari, pratiche sociali, immagini collettive e progetti che propongono altri modi di distribuire potere, lavoro, ricchezza, autorità e responsabilità.
L'utopia critica, elaborata per descrivere soprattutto alcune opere della seconda metà del Novecento, conserva il desiderio di un'alternativa ma rifiuta l'idea di una società perfetta e conclusa. I testi di questo tipo sono consapevoli dei limiti della tradizione utopica, senza rinunciare all'immaginazione del cambiamento. Il conflitto fra il mondo di partenza e la società alternativa diventa parte centrale della narrazione, mentre la stessa società utopica continua a contenere differenze, imperfezioni e tensioni irrisolte. Nella critica contemporanea, l'utopia critica è stata collegata in particolare alla fantascienza degli anni settanta, nella quale il racconto di società migliori non elimina conflitti, limiti e contraddizioni interne.
Teorie dell'utopismo
Nel Novecento l'utopismo è stato studiato come fenomeno più ampio della sola letteratura utopica, comprendendo modi diversi di immaginare la vita collettiva. Sargent descrive l'utopismo come immaginazione sociale, cioè come insieme di sogni e incubi sui modi in cui gruppi di persone organizzano la propria esistenza e figurano società diverse da quella in cui vivono. Le sue forme principali sono la letteratura utopica, le comunità intenzionali e la teoria sociale utopica. Rientrano così nello studio dell'utopismo sia i testi che descrivono società immaginarie, sia le comunità fondate per vivere secondo regole alternative.
L'opera principale di Ernst Bloch, Il principio speranza, fu composta tra il 1938 e il 1947 e pubblicata tra il 1954 e il 1959. Per Bloch, l'esperienza umana è segnata da mancanza e desiderio, da cui nasce un impulso utopico rivolto a modi diversi di essere. Il concetto del "non ancora" (Noch-Nicht) indica ciò che non è ancora realizzato, ma può essere anticipato in desideri, immagini, speranze e progetti. Tale impulso non riguarda soltanto testi politici o letterari esplicitamente utopici, ma attraversa miti, fiabe, teatro, abiti, alchimia, architettura, musica, religione e descrizioni di società immaginarie.
In Ideologia e utopia, Karl Mannheim lega la mentalità utopica alle posizioni sociali subordinate e alla possibilità di trasformare la società. Le costruzioni mentali che trascendono la realtà sono ideologiche quando velano o stabilizzano l'ordine esistente, mentre diventano utopiche quando, traducendosi in azione collettiva, tendono a spezzarlo. La mentalità utopica viene così posta alla base dei grandi cambiamenti sociali, senza essere trattata come pura fantasia separata dalla storia. Fra le sue forme storiche moderne rientrano il chiliasmo anabattista, il liberalismo umanitario, il conservatorismo e il socialismo-comunismo.
Una lettura sociologica dell'utopia può esaminarne forma, contenuto e funzione, distinguendo il modo in cui l'alternativa viene rappresentata, ciò che essa propone e il lavoro critico che svolge nella società. Le definizioni troppo strette rischiano di escludere pratiche sociali e forme culturali nelle quali il desiderio di una vita diversa opera anche senza assumere la forma del racconto utopico classico. In questa prospettiva, l'utopia serve a chiedere quali istituzioni, rapporti sociali e forme di vita siano impliciti nelle idee politiche e nei progetti di riforma. La riflessione di Fredric Jameson ha collegato in modo particolare utopia e fantascienza, considerando il desiderio utopico come una forma di pensiero capace di misurare i limiti storici dell'immaginazione politica.
Critica dell'utopia
Una linea centrale della critica novecentesca all'utopismo collega utopia, forza, violenza e totalitarismo. Questo argomento parte dall'idea che l'utopia sia un progetto compiuto di società perfetta: poiché una società perfetta non esiste e richiederebbe esseri umani perfetti, il tentativo di realizzarla produrrebbe conflitto e imporrebbe l'uso della forza. Il nome più importante di questa critica è Karl Popper, che sviluppò la sua posizione in La società aperta e i suoi nemici, pubblicato nel 1945 dopo la crisi europea degli anni trenta e la seconda guerra mondiale. Per Popper, il progetto di costruire uno Stato ideale secondo un piano complessivo richiede un governo centralizzato e forte, destinato con ogni probabilità a trasformarsi in dittatura.
L'approccio utopico viene criticato anche perché pretende di stabilire una volta per tutte l'ideale e i mezzi migliori per realizzarlo. La distinzione fra ingegneria sociale frammentaria e ingegneria sociale utopica oppone interventi limitati, correggibili e controllabili a un progetto totale di ricostruzione della società. Quando i pianificatori entrano in disaccordo, non esistendo un metodo razionale per decidere in modo definitivo quale ideale debba prevalere, il rischio è che il potere sostituisca la discussione. L'identificazione semplice fra utopia e totalitarismo resta però problematica, perché una parte dell'argomento antiutopico dipende da una definizione troppo rigida di utopia e da una conoscenza parziale della tradizione utopica.