La facciata di Santa Maria del Fiore fu uno degli elementi più tormentati nella storia della costruzione della cattedrale fiorentina. Avviata al tempo di Arnolfo di Cambio e decorata, fino al Quattrocento, da importanti lavori scultorei, venne demolita nel 1587 e, nonostante i numerosi progetti, mai rifatta fino all'Ottocento, quando fu messo in opera il progetto di Emilio De Fabris, che si vede ancora oggi. Oggetto di polemiche mai sopite, l'opera è un importante esempio di stile neogotico in Italia.
La facciata "di Arnolfo" Storia
Non esistono documenti esatti che facciano risalire ad Arnolfo il disegno della prima facciata, sebbene gli scavi abbiano confermato che le fondazioni nella zona centrale della facciata possano risalire alla fase più antica dell'edificazione, quella duecentesca. L'inconsueto avvio della nuova costruzione dal fronte fu dovuto alla particolare necessità di avere disponibile, fin dall'inizio, un ambiente che, con la vetusta chiesa di Santa Reparata, potesse continuare ad essere usato per gli svolgimenti liturgici.
A tutt'oggi non vi è unanimità sull'esistenza di un progetto arnolfiano esteso all'intera larghezza della facciata, seppure portato avanti dai suoi successori fino a un'altezza di circa dieci metri, poco oltre i portali. La decisione del Governo del Comune di Firenze di esentare Arnolfo dal pagamento di tributi per sé e per i suoi rimane un forte indizio dell'apprezzamento per i primi lavori per la nuova cattedrale: Magnifico et visibili principio. Poiché onori del genere erano tutt'altro che consueti nell'oculata amministrazione cittadina, è logico pensare che si trattasse di costruzioni davvero impressionanti, per quanto solo abbozzate. Le recenti indagini condotte sulle fondazioni della facciata tuttavia suggeriscono l'esistenza di una consistente fase trecentesca attribuibile alla direzione di Giotto. Dell'aspetto di questa facciata restano alcune memorie iconografiche, tra cui una Madonna della Misericordia del 1342 alla Loggia del Bigallo, un affresco quattrocentesco e staccato nel Museo di Santa Croce, una miniatura con Storie di san Zanobi del 1335, e infine un disegno dettagliato di Bernardino Poccetti, eseguito prima della demolizione, da cui lo stesso autore trasse lo sfondo di una lunetta ad affresco per il chiostro di Sant'Antonino nel convento di San Marco e dal quale trasse una copia anche Alessandro Nani nel XVII secoloTouring, cit., p. 155..
La decorazione scultorea
Da queste tracce si ricostruisce come il colore fosse una nota dominante della facciata, adorna di marmi colorati, mosaici cosmateschi, tabernacoli e nicchioni in cui la luce produceva effetti chiaroscurali, e una grande profusione di statue. L'andamento verticale, tipicamente gotico, era stato attutito da Arnolfo in forme più classiche e posate, predisponendo partiture orizzontali dal ritmo lento e scandito, che limita l'impatto anche di elementi tipicamente nordici come gli archi a sesto acutoMandragora, cit., p. 24..
Le decorazioni scultoree sono oggi in larga parte conservate ed esposte nel Museo dell'Opera del Duomo. La fascia basamentale con i gruppi scultorei delle lunette dei portali sono attribuiti senza alcuna discussione all'opera di Arnolfo. Secondo la ricostruzione proposta nel 2005, in occasione di una esibizione temporanea all'Opera del Duomo, da Enrica Neri e Silvia Moretti, la facciata sarebbe stata caratterizzata nei livelli portati a termine da grandi protiri pensili sovrastanti i tre portali, seguiti da un registro di bifore cuspidate, che simulavano una galleria aperta; mosaici in stile cosmatesco, una novità per Firenze, ma una costante dell'opera arnolfiana, che a Roma era stato in contatto con le famiglie dei marmorari romani, adornavano lo zoccolo basamentale tra i portali con fasce di false finestre (ritrovate in parte nel 1970 rimuovendo alcuni lastroni utilizzati per il pavimento).
Assente dal disegno del Poccetti è invece la statua di Bonifacio VIII di Arnolfo e aiuti, sicuramente proveniente dalla facciata e oggi nel museo; un tempo era affiancata da un diacono e un assistente che oggi, pur senza testa, si trovano in una collezione privata fiorentinaMandragora, cit., p. 26.. Due Profeti nell'Opera del Duomo, databili al 1310 circa, provengono dai contrafforti centrali o da quelli del portale sinistro e sono della bottega di Arnolfo; rinvenute negli Orti Oricellari mostrano evidenti debiti classici, come dimostra quello in migliori condizioni che ricorda un Prigioniero dace dell'Arco di CostantinoMandragora, cit., p. 29..
Le tre lunette dei portali contenevano un ciclo scultoreo dedicato a Maria, titolare dell'edificio: a sinistra la Madonna della Natività, al centro la Madonna in trono e santi e a destra la Dormitio Virginis, cioè il Compianto sulla Vergine nel momento della morte, raffigurata nell'atto di addormentarsi. A parte l'ultimo gruppo frammentario, nel Bode-Museum di Berlino, tutti gli altri frammenti scultorei si trovano nel Museo dell'Opera del Duomo. Arnolfo impiegò tutta la sua maestria tecnica nella realizzazione delle sculture, dando forte tridimensionalità ai rilievi pur impiegando lastre di spessore piuttosto contenuto. Concepite per essere osservate dal basso, creavano una sorta di effetto trompe l'oeil (effetto col quale in pittura si simulano decorazioni tridimensionali), che è stato accostato agli effetti ricercati in alcuni affreschi di Giotto ed altri pittori.
Gli sguanci del portale maggiore ospitavano otto statuette di Santi disposte su file, oggi nel Museo dell'Opera e attribuite a Piero di Giovanni Tedesco, con datazione al 1387-1390 circa, tranne una riferibile a Francesco del Sellaio e databile al 1350-1375 circaMandragora, cit., pp. 30-31.; da qui provengono anche due angeli musicanti pure di Piero di Giovanni Tedesco (con liuto e con organetto, 1386 circa), pure nel Museo dell'OperaMandragora, cit., p. 39.. Il secondo ordine ai lati del portale maggior presentava invece quattro grandi santi particolarmente legati alla diocesi fiorentina, ciascuno affiancato da una coppia di angeli adoranti. Di queste figure spesso mutile, due sono nel Museo dell'Opera (San Vittore e San Barnaba, acefale, la prima forse del giovane Nanni di Banco, l'altra attribuita a Piero di Giovanni Tedesco) e due al Louvre (Santo Stefano e San Lorenzo, attribuiti a Piero di Giovanni Tedesco)Mandragora, cit., p. 32..
Nelle nicchie superiori dei contrafforti si trovavano quattro Dottori della Chiesa, tutti nel Museo dell'Opera: Sant'Agostino e San Gregorio di Niccolò di Piero Lamberti, Sant'Ambrogio e San Girolamo di Piero di Giovanni Tedesco (1396-1401 circa); finiti dopo lo smantellamento alla villa di Poggio Imperiale vennero scambiati, a causa della corona d'alloro, per i ritratti dei letterati Omero, Virgilio, Dante e PetrarcaMandragora, cit., p. 33..
Tra il 1408 e il 1415 vennero infine eseguiti i quattro Evangelisti seduti, destinati alle nicchie ai lati del portale centrale, nel registro inferiore. Essi sono il San Luca di Nanni di Banco, il San Giovanni Evangelista di Donatello, il San Matteo di Bernardo Ciuffagni e il San Marco di Niccolò di Piero Lamberti. Opere di livello qualitativo e cifra stilistica assai differenti, sono un'importante testimonianza dell'avanzare del rinnovato stile poi definito "rinascimentale" a fronte degli eccessi decorativi del tardo gotico ormai agli sgoccioli: le prime due statue spiccano infatti per la solenne compostezza, l'assenza di fronzoli, le deformazioni prospettiche per slanciarsi dal punto di vista ribassato dello spettatore. Le seconde invece, pur di alta qualità, mostrano ancora il panneggio che si incurva in falcate ritmiche e gli orli che si aggrovigliano in ghirigori senza fine, soprattutto in quella di PieroMandragora, cit., p. 34 e seguenti..
Demolizione e nuovi progetti
La facciata di Santa Maria del Fiore è stata per secoli il grande problema irrisolto del complesso episcopale fiorentino; circondata da capolavori dell'architettura di tutti i tempi, tutti coperti di una veste smagliante di marmi multicolori, la facciata incompiuta in pietraforte spiccava in modo inaccettabile. Già nel 1491 Lorenzo il Magnifico aveva promosso un concorso per il completamento, ma egli stesso sospese ogni decisione rimandandola a tempi migliori. Uno dei progetti elaborati, per opera dei fratelli Francesco e Benedetto Buglioni, venne riciclato adattandolo per la chiesa di Santa Cristina a Bolsena, su incarico del figlio di Lorenzo, il cardinale Giovanni de' Medici, tra il 1492 e il 1494.
Nel 1515, per il trionfale ingresso in città di papa Leone X, fratello di Piero de' Medici scacciato nel 1494, la facciata fu allestita con ordini binati e rilievi simulanti sculture di Jacopo Sansovino e Andrea del Sarto (come descrisse il Vasari).
Nel 1587 fu ordinato all'architetto di corte Bernardo Buontalenti di rimuovere tutti i marmi e le sculture e di coprire la martoriata facciata con un soprammattone su cui fosse eseguita una facciata dipinta di gusto manierista. La demolizione avvenne tra il 21 gennaio e il 9 luglio, ed esiste un resoconto di anonimo che riporta puntualmente le vicende dello smantellamento. In tale scritto, rinvenuto nel 1757 dal Richa tra le carte di Francesco Rondinelli, si legge tutto il rammarico dello spettatore davanti allo scempio: «non vi fu marmo alcuno che si cavasse intiero: fino alle colonne stesse furono spezzate; che fu nel vero un compassionevole spettacolo»Mandragora, cit., p. 23.. Non è chiaro perché il granduca Francesco I prese tale decisione: forse era sua intenzione avviare una politica di lavori pubblici per fronteggiare la miseria seguita alla carestia del 1586; altri attribuiscono all'influsso del Buontalenti e del provveditore dell'Opera Benedetto Uguccioni desiderosi di dare al tempio una facciata "moderna", come avvenne qualche anno dopo, proprio per mano di Buontalenti, alla chiesa di Santa Trinita.
In quell'anno fu indetto un concorso a cui parteciparono i maggiori artisti contemporanei dell'epoca fornendo modellini lignei e disegni oggi conservati nel Museo dell'Opera. Essi erano Giovanni Antonio Dosio, don Giovanni de' Medici, Bernardo Buontalenti (due progetti), il Cigoli e Giambologna: tutti ispirati da una misura teatrale e monumentale che prendeva spunto, in varia misura, da Michelangelo. I progetti erano a due ordini, tranne il secondo progetto del Buontalenti e quello del Cigoli a tre ordini, e ognuno proponeva un ricco apparato decorativo, con statue, rilievi e pitture. Del progetto però non si fece nulla, poiché il 19 ottobre il granduca morì fulminato da una malattia. Nel Seicento Ferdinando II de' Medici riprese l'iniziativa, ma non bandì una nuova gara, scegliendo invece il modello predisposto nel 1587 da Giovanni Antonio Dosio: tale decisione arbitraria sollevò le proteste degli addetti ai lavori e della cittadinanza, tanto che fu approntato un nuovo modello nel 1635 da parte degli artisti dell'Accademia delle arti del disegno. Caratterizzato dal triplo ordine e da una ricca ornamentazione, fu affidato all'architetto dell'Opera Gherardo Silvani, che avviò il cantiere. I lavori però vennero presto interrotti, per i conflitti presto nati tra il Silvani e il presidente dell'Accademia, Giovanni Battista Pieratti. L'arresto definitivo si ebbe nel 1639Mandragora, cit., p. 162.. È stato notato come nessuno di questi progetti cinque/seicenteschi si curasse di armonizzare la facciata con la struttura gotica della chiesa e con la cupola rinascimentale, né di rapportarla spazialmente con gli edifici circostanti.