Biografia Le origini e i rapporti familiari Luigi Pio di Savoia era figlio di Giovanna de Moura, futura duchessa di Nocera e marchesa di Castel Rodrigo, e del suo primo consorte, Giberto Pio di Savoia di Ascanio, principe di San Gregorio.
Luigi e il suo unico fratello maschio, primogenito, Francesco, rimasti orfani di padre nella primissima infanzia, crebbero per gran parte a Roma accanto allo zio cardinale Carlo, patriarca della famiglia, e all'altro zio prelato EneaPer la precisione, Carlo era il fratellastro maggiore di Giberto Pio e, come ecclesiastico, aveva rinunciato alla primogenitura, mentre Enea era il fratello più giovane. Come figlio secondogenito Luigi fu inizialmente destinato alla carriera ecclesiastica sotto la supervisione di Enea (dopo la morte del cardinale nel 1689), mentre al primogenito rimaneva riservato il diritto di maggiorasco sull'eredità di famiglia. Tra i due fratelli andò ben presto sviluppandosi una profonda avversione reciproca, Luigi non sopportando in particolare di vedersi collocato in seconda linea. Così, quando il fratello partì alla volta della Spagna per raggiungere la zia materna Leonor de Moura y Corterreal, depositaria delle fortune e dei titoli di famiglia (e priva di discendenza), Luigi, nel febbraio 1699, lasciò anch'egli Roma per cercare fortuna a Vienna.Baroni, p. 12
Al servizio degli Asburgo La carriera militare Nella capitale austriaca, con i buoni auspici del principe condottiero Eugenio di Savoia, che lo aveva preso sotto la sua protezione, ottenne di venir accolto nell'esercito imperiale, e rientrò quindi in Italia per comunicare ai suoi la definitiva rinuncia alla carriera ecclesiastica e soprattutto per raccogliere i denari necessari per comprarsi la sua carica militare. Francesco, nel frattempo, era entrato nell'esercito borbonico spagnolo e i due fratelli si trovarono quindi schierati su fronti opposti all'inizio della guerra di successione spagnola. Anche Francesco riuscì a raggiungere Roma e ottenne perfino udienza di fronte a papa Clemente XI per riaffermare i suoi diritti di primogenitura e per impedire al fratello di mettere le mani sulle fortune della famiglia. Quest'ultimo arrivò perfino, in una lettera alla sorella Margherita, a minacciare: «Faremo tirargli quattro archibugiate, e io sarò il primogenito.» Col tempo però, i contrasti tra i due fratelli si attutirono, pur permanendo il profondo astio reciproco.Baroni, pp. 15-16.
Del resto, secondo il Litta, in occasione degli scontri dinastici, era costume delle case nobiliari italiane cercar di tenere il piede su due staffe, spartendo i propri componenti tra i due partiti, in modo da risultare alla fine sempre dalla parte del vincitore e da limitare al massimo le conseguenze dannose della sconfitta dell'uno o dell'altro campo. Conseguentemente, il diverso orientamento dei due fratelli poteva tornare alla fine, e tornò effettivamente, utile. Nel novembre del 1706, alla morte della sorella Leonor, la loro madre Joana de Moura ereditò tutti i titoli della sua famiglia d'origine, tra cui quello solo nominale di marchesa di Castelo Rodrigo e quello effettivo di duchessa di Nocera, afferente al regno di Napoli. E quando, pochi mesi dopo, nel 1707, gli Austriaci si impossessarono del regno, Joana, seguendo gli orientamenti del primogenito, rifiutò di prestare giuramento al nuovo sovrano asburgico, il futuro imperatore Carlo VI, e fu conseguentemente spogliata dei suoi titoli,Orlando, III, p. 242. e, con lei, lo stesso primogenito (con effetti pratici fondamentalmente limitati al ducato di Nocera, l'unico sotto il reale controllo degli Asburgo). Due anni dopo però, i feudi e i beni confiscati a Joana furono, per così dire, "girati" al secondogenito Luigi, che si era distinto nelle guerra a fianco degli Asburgo, il quale prese possesso del ducato di Nocera il 7 luglio 1709 con atto del notaio Nunziante Siniscalco.Nel riferire l'avvenimento Orlando fa erroneo riferimento ad un altro Luigi Pio, il cognato della duchessa (e quindi zio del nostro), che era in effetti deceduto nel 1665. I beni di famiglia non finivano così dispersi tra estranei, ma rimanevano nel giro del parentado.Baroni, p. 19.
Luigi si installò allora nel Napoletano conducendo, per un paio d'anni, una vita allegra e dissipata (il bisogno di denaro resterà una costante di tutta la sua vita) e facendo carriera nell'esercito con la nomina, nel 1710, a colonnello di compagnia all'interno del reggimento «Lucini» dei dragoni, e venendo anche contestualmente insignito dell'Ordine della Chiave d'Oro. Maturò però ben presto insoddisfazione nei confronti degli sviluppi di tale carriera e, nel 1712, ottenne di lasciare l'incarico e fu autorizzato a recarsi alla corte imperiale a Vienna, dove rimase per quattro anni, seppur contrariato dal fatto che la vita mondana della capitale asburgica non fosse così godereccia come quella napoletana.Baroni, pp. 21-23.
Il 2 maggio 1716, finalmente, divenne gentiluomo di camera dell'imperatore, il 20 giugno ottenne l'incarico di colonnello effettivo del nuovo reggimento navale istituito a Napoli per potenziare la flotta imperiale, e il primo luglio, a comprova della stima di cui godeva presso il monarca, fu nominato «sergente generale di battaglia» e membro di diritto del consiglio di guerra. Nella sua nuova posizione, una volta tornato a Napoli, Luigi venne però immediatamente ai ferri corti con il viceré e, non trovando il nuovo impiego conforme alle sue ambizioni, ottenne di essere esonerato dall'incarico e rientrò a corte nel 1717 come gentiluomo di camera, prestando da allora onorato servizio senza dare più adito a critiche, ma cessando definitivamente la carriera militare.Baroni, pp. 24-27.
Corte e diplomazia Nel luglio 1717 Luigi fu colpito dalla notizia della morte a Venezia della madre, alla quale era notevolmente attaccato (come del resto il fratello e la sorella). Non senza qualche timore che ciò potesse metterlo in cattiva luce, si risolse anche, come scrisse a Margherita, ad «andare a chiedere permissione all'imperatore di mettere lo scoruccio», cioè il lutto, perché, non avendo la donna fatto giuramento di fedeltà, la «si [considerava] come angioina, e non si [poteva] mettere il lutto senza licenza». Egli fu comunque sempre molto attento a tenere le distanze dal fratello filo-borbonico, nel frattempo salito, ai massimi onori della monarchia spagnola, facendosi addirittura rilasciare, negli anni seguenti, con atto ufficiale dell'imperatore, un riconoscimento formale della sua posizione di primogenito al posto del fratello fellone. Si trattava ovviamente solo di un riconoscimento di prestigio perché la gran parte dei beni del maggiorasco continuava a restare sotto giurisdizione spagnola, ma non mancò di mandare Francesco su tutte le furie di fronte al «più grande sproposito di quanti finora ha commesso don Luigi». Nel 1723, però, Francesco perì annegando per l'improvviso straripamento del Manzanarre, e, dopo di allora, il riconoscimento imperiale fu, per così dire, messo nel cassetto dal fratello, il quale non cercò in alcun modo di ostacolare il passaggio della primogenitura al nipote Gisberto, che era comunque anche il suo erede legale, non avendo egli avuto figli maschi legittimi, e, per quanto se ne sa, neanche naturali, nonostante la sua passione per il bel sesso.Baroni, pp. 27-28. E nonostante il matrimonio che, a dispetto della sua conclamata allergia per tale istituto, pochi mesi prima della morte del fratello, si era alla fine lasciato indurre a contrarre con una dama di corte, alla venerabile età di quasi cinquant'anni, matrimonio che certamente si rivelò tutt'altro che felice.Baroni, pp. 24.
Luigi conservò comunque il ducato di Nocera, di cui era stato investito dall'imperatore e le cui rendite erano fondamentali per garantire in qualche modo la sua suo posizione finanziaria sempre sull'orlo del tracollo e con i creditori alle calcagna. Secondo lo storico nocerino ottocentesco Gennaro Orlando, sempre nel 1723, in seguito all'accusa di aver congiurato contro l'imperatore, il feudo gli sarebbe stato confiscato, solo per essergli restituito due anni dopo.Orlando, III, pp. 245-249. L'autore cita ampi stralci di un «istrumento» del «Notar Andrea Scafati». Successivamente (pag. 249) riferisce che «per la pace di Vienna, seguita l'anno 1725, D. Luigi Pio fu reintegrato dei suoi feudi». Secondo Pier Giovanni Baroni invece, la fedeltà agli Asburgo fu una costante della vita di Luigi e non vi sono tracce di tale confisca negli atti della famiglia Pio, né tanto meno dell'asserita congiura: Orlando potrebbe essere stato fuorviato da qualche provvedimento cautelare preso in occasione della morte di Francesco, senza quindi conseguenze sul possesso del feudo da parte di Luigi.Baroni, p. 20.
Le cose cambiarono invece nel 1735 a seguito della conquista di Napoli da parte dei Borbone di Spagna, avvenuta l'anno precedente con la proclamazione regia dell'infante Don Carlos: si determinò così una situazione capovolta rispetto a quella del 1707, e conseguentemente il ducato venne ricondotto nel maggiorasco della casa dei Pío de Saboya come si chiamava ora il ramo iberico di essa, con investitura del primogenito Gisberto. E Luigi fu costretto a bussare alla corte imperiale per cercar di ottenere in qualche modo una reintegra delle sue entrate.Baroni, pp. 20-21.
Grande appassionato della musica, Luigi Pio aveva nel frattempo prestato servizio a corte, dal 1721 al 1732, come «Cavagliere di musica» (Hofmusik-Oberdirektor),Oesterreichisches Musiklexikon. alle dirette dipendenze del Maggiordomo Maggiore (Obersthofmeister), conte Sigmund Rudolf von Sinzendorf-Thannhausen (1670-1747). In tale sua posizione si era fatto promotore, nel 1725, della costituzione a Vienna, sotto gli auspici di Carlo VI, di una sorta di confraternita ceciliana (Cäcilienbruderschaft) che aveva come compito la promozione della musica, l'organizzazione di eventi ed anche l'assistenza e il soccorso dei membri della congregazione che si trovassero infermi o comunque bisognosi. Luigi Pio fu proclamato, per volere unanime dei congregati, «supremo presidente di tutta la musica imperiale» e si servì poi, anche durante la successiva attività diplomatica, della fitta rete di contatti che aveva intrecciato con compositori e artisti sempre in giro per l'Europa, come di una vera e propria agenzie di informazioni.Baroni, Supremo presidente di tutta la musica imperiale, p. 33 e ss. Nel 1729, probabilmente all'insaputa dei superiori, il Pio si arrogò la competenza di invitare direttamente Pietro Metastasio ad entrare al servizio dell'imperatore affiancando a corte Apostolo Zeno come «poeta cesareo», aprendo anche la trattativa sulle ingenti richieste economiche avanzate dal drammaturgo romano. L'iniziativa del Pio ebbe comunque successo e nel 1730 Metastasio si stabilì definitivamente a Vienna come sostituto dello Zeno, per restarvi poi oltre cinquant'anni, fino alla morte.