Il Piano Beruto è il primo piano regolatore della città di Milano. Steso ad opera dell'ingegner Cesare Beruto in una prima sua versione nel 1884, subì una lunga gestazione insieme con una profonda e accurata revisione, trovando l'approvazione definitiva soltanto nel 1889, anno in cui entrò in vigore.
Storia del piano Le forti pressioni maturate nei primi anni Ottanta dell'Ottocento e la problematica risoluzione delle controversie legate all'edificazione della Piazza d'Armi e delle aree intorno al Castello, spinsero l'Amministrazione Comunale a incaricare della stesura di un piano regolatore l'ingegnere capo dell'Ufficio Tecnico Cesare Beruto (1835-1915), in data 27 maggio 1884. Egli nel giro di diversi mesi redasse il primo progetto di piano, che sarebbe stato presentato in Consiglio Comunale il 9 marzo 1885. Approvato in questa sua prima versione il 12 gennaio 1886 (relatore Giovanni Battista Pirelli), venne tuttavia respinto dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, in particolare per un problema legato all'eccessiva grandezza degli isolati. Il 20 giugno 1888 ne venne approvata una seconda versione, che sarebbe stata approvata definitivamente dal Ministero in data 11 luglio 1889.
Il nuovo piano regolatore della città di Milano avrebbe dovuto impedire il riproporsi di situazioni imbarazzanti per l'Amministrazione Comunale, come quella avvenuta in relazione alla lottizzazione del Lazzaretto da parte della Società Fondiaria Milanese (creata appositamente per l'operazione dalla Banca di Credito Italiano che aveva precedentemente acquistato l'area dall'Ospedale Maggiore di Milano nel 1881). Il suo compito primario era dunque coordinare lo sviluppo e la crescita della Milano ottocentesca, contenendo le eccessive ambizioni speculative del privato, contrapposte agli interessi del pubblico.
Le premesse storiche: Milano all'Unità d'Italia (1861) Il quadro urbano e territoriale Alle soglie dell'Unità d'Italia (1861) Milano è una città di quasi abitanti, analizzabile per le tre distinte aree che la caratterizzavano. La città innanzitutto si fonda su un nucleo storico circolare non del tutto edificato, risalente all'epoca medievale, chiuso da una cerchia di navigli. Fra questa parte di città consolidata e le Mura spagnole, i cosiddetti Bastioni, convertiti a passeggiate alberate ed impiegati come cinta daziaria, coesistono insediamenti urbani (concentrati perlopiù lungo gli assi che si dipartivano dal centro alla volta delle porte cittadine) e ampi terreni agricoli ancora del tutto inedificati. La terza area è quella costituita dalla municipalità dei Corpi Santi, un comune a corona che circondava tutta Milano, comprendendo quanto vi si trovasse immediatamente fuori dalle mura. In quest'ampia area sono facilmente individuabili insediamenti abitativi spontanei nati "fuori porta", fra i quali emergono senz'altro i borghi lineari di San Gottardo e della Ripa, fuori Porta Ticinese, e quello degli Ortolani, fuori Porta Tenaglia.
Il sistema idrografico milanese A metà dell'Ottocento Milano si presentava ancora come una città intimamente legata all'acqua e in qualche modo su questa plasmata. Il nucleo centrale della città, quello delimitato un tempo dalle mura medievali di Milano, è stretto dalla Cerchia interna, l'antica fossa realizzata a partire dal 1155 per proteggere la città dal Barbarossa. È alimentata dalle acque della Martesana (1457-1496), che vi si immette attraverso il tombone di San Marco; giunta nei pressi della Darsena vi scarica le proprie acque attraverso la Conca del Naviglio. La Darsena viene invece alimentata dalle acque dell'Olona e del Naviglio Grande (1177-1211); a sua volta scarica le proprie acque nel Naviglio Pavese (1601-1919) e nel Ticinello (di epoca medievale). Altri importanti canali scaricatori in città sono il Redefossi, realizzato in epoca asburgica per deviare le acque della Martesana, e la Vettabbia, risalente addirittura a canalizzazioni romane. A completare il quadro sull'idrografia milanese vale la pena citare infine la fittissima rete di fontanili e di rogge che ancora solcano l'area compresa fra la Cerchia interna e le Mura spagnole, e tutti i Corpi Santi.
Se nei secoli precedenti tuttavia il sistema idrografico cittadino era stato senza dubbio un'importantissima risorsa, sia dal punto di vista strategico, sia dal punto di vista economico, le mutate condizioni dell'epoca, insieme con la fisionomia stessa della città e la sua rapida crescita, obbligavano ad un'importante riflessione sul suo ruolo e sulla sua presenza all'interno del tessuto della Milano che si apprestava a sorgere.
Il sistema ferroviario e il Lazzaretto A partire dal 1840, anno in cui veniva aperta la prima linea ferroviaria per Monza, e dalla successiva apertura nel 1846 della Ferdinandea, la linea per Treviglio (che arriverà nel giro di undici anni a collegare Milano con Venezia), si andava a costituire un articolato sistema ferroviario che correndo tutt'attorno a Milano formava la cosiddetta Cintura, che aveva il suo centro nella Stazione Centrale vecchia, aperta nel 1864 sull'area attualmente occupata da piazza della Repubblica. Tale apertura aveva portato alla soppressione dei due collegamenti storici che penetravano più internamente in città (con le relative stazioni di Porta Nuova e di Porta Tosa). I vari spezzoni della cintura vennero attivati nell'arco di una trentina d'anni, rispettivamente nel 1858 (nord), 1861 (est), 1870 (ovest) e 1891 (sud).
Tutt'attorno la città la Cintura ferroviaria corre su un terrapieno. Per la sua realizzazione nel 1857 viene addirittura approvato l'attraversamento del Lazzaretto, risalente al XV secolo, all'interno del quale il rilevato si inserisce con arcate che beffardamente riprendono quelle sforzesche della struttura. Al tempo il Lazzaretto riversava in uno stato di evidente abbandono: l'Ospedale Maggiore lo affittava come deposito o per attività artigianali; le restanti parti erano occupate da diverse famiglie immigrate dalle campagne. Nel 1881 viene finalmente battuto all'asta alla Banca di Credito Italiano, che lo demolirà fra il 1882 e il 1890 per potervi successivamente costruire.
La riorganizzazione del centro e il problema del Castello Il centro di Milano nel 1865 appariva ancora praticamente intatto e nelle sue forme originali: è appunto solo di quest'anno la posa della prima pietra della futura Galleria, che costituirà il primo tassello nell'intera riqualificazione di piazza Duomo, che qui viene infatti ancora rappresentata nella sua forma trapezoidale, colmata dai vecchi edifici popolari in seguito abbattuti. Si tratta del grandioso progetto del Mengoni che rimarrà tuttavia incompiuto a seguito della sua tragica morte. La raggiunta Unità d'Italia (1861) aveva infatti fatto sì che il dibattito del tempo si concentrasse sulle forme che il nuovo centro italiano di Milano avrebbe dovuto assumere, conformemente alle nuove strutture e alle nuove forme che avrebbe imposto il rinnovato prestigio della città. È dunque con queste premesse che vengono approvati i primi sventramenti del centro, fra i quali l'ampliamento della via Orefici, la risistemazione di piazza dei Mercanti (che qui appare ancora nella sua originaria struttura chiusa), la realizzazione dell'attuale Cordusio (dalla forma ellittica) e la realizzazione di un collegamento diretto fra quest'ultimo e il Castello (l'attuale via Dante).
Il Castello in particolare costituiva un problema irrisolto non da poco all'interno del dibattito del tempo. Privato della sua funzione militare appariva come un grande gigante addormentato al centro di una vastissima area inedificata, che comprendeva anche l'enorme piazza d'armi che si estendeva alle sue spalle. Le precarie condizioni in cui riversava ne facevano analogamente al Lazzaretto una ghiotta preda per le mire speculative del tempo, ancor più appetibile per la posizione e l'estrema vicinanza col centro. Una proposta di edificazione, redatta dall'ingegner Clemente Maraini ne prevedeva addirittura la parziale demolizione per connettere l'Asse del Sempione col Cordusio, attraverso la futura via Dante. L'accesa discussione tuttavia che si era venuta a creare sia sul fronte dell'indignazione popolare, sia sul fronte del dibattito urbanistico e architettonico spingono il Ministero della Pubblica Istruzione a porre il veto sulla demolizione, costringendo in qualche modo il Comune a intervenire nella regolazione degli appetiti speculativi, in particolare quelli della Società Fondiaria Milanese (creata dalla Banca di Credito Italiana al tempo delle speculazione sul Lazzaretto) sull'area della ex piazza d'armi.
Il Piano Beruto
I «principali direttivi» e il superamento del dualismo fra città e suburbio Il Beruto nella stesura del proprio piano individua innanzitutto i due principi cardine a cui questo si sarebbe dovuto ispirare: la fede, «quella del prospero avvenire economico e materiale della città», e un convincimento, «quello della necessità, di fare cosa pratica che potesse avere immediato principio di esecuzione come è assolutamente d'uopo, non dimenticando insieme al necessario e all'utile, di soddisfare alle esigenze del decoro ed anche del bello».Cesare Beruto, Progetto del Piano Regolatore della Città di Milano, relazione all'Onorevole Giunta Municipale (31 dicembre 1884); riportato in AAVV, La Milano del Piano Beruto (1884-1889), Società, urbanistica e architettura nella seconda metà dell'Ottocento, Edizioni Angelo Guerini e Associati, 1992 - Vol. II, pp. 227-238. V. legge 11 luglio 1889, n. 6210, che approva il piano regolatore di ampliamento pel circondario esterno della città di Milano.
Successivamente ai presupposti su cui si fonda il piano, il Beruto individua tre cosiddetti principali direttivi, che si sarebbero dovuti prendere a guida nella compilazione di quest'ultimo. Innanzitutto il più importante, «quello di procurare il maggior possibile collegamento, la maggior possibile unione delle due grandi parti, interna ed esterna, fondendole, per così dire insieme, per modo da formulare un tutto solo». Il secondo è «quello di dotare la città della voluta capacità di espansione in relazione ai suoi molteplici bisogni, specialmente industriali, ed in proporzione agli aumenti di popolazione che già si verificano sperabili futuri». In ultimo «quello, finalmente, di migliorarla nelle sue condizioni meno perfette, risolvendo i vari problemi che presenta nel suo attuale stato di iniziata trasformazione ed avviato ampliamento, onde dal complesso delle opere che si progettano possa raggiungere quel conveniente assetto che le si addice di grande città, prospera e civile». Tutto questo tenendo tuttavia espressamente conto dell'esistente, delle trasformazioni già in atto e anche delle convenzioni già stipulate fra pubblico e privato, oltre che di un più generico principio di «savia economia», evitando quanto di inutile e di eccessivamente dispendioso si può evitare.
Il primo passo per unire non solo idealmente la città interna ai Bastioni e quella sviluppatasi spontaneamente – in particolar modo nell'ultimo ventennio – al suo esterno è il prolungamento attraverso la cinta muraria delle strade presenti internamente ed esternamente alla città, in modo da dar loro continuità. La sempre attuale necessità di aprire nuove porteNegli ultimi anni erano state ricavate nei Bastioni Barriera Principe Umberto, per consentire l'accesso diretto alla città dalla nuova Stazione Centrale (1864); Porta Genova, per permettere il collegamento con la nuova Stazione di Porta Ticinese (1870); Porta Volta, per agevolare la connessione fra la città e il Cimitero Monumentale e creare un collegamento diretto con la nuova strada per Como (1880). e nuovi attraversamenti attraverso i Bastioni non è altro che la dimostrazione di questo bisogno da parte di entrambe le parti di un'unificazione più seria. Viene pertanto sostenuto lo spianamento dei Bastioni, che sarebbe cominciato immediatamente già nel 1885.