La speranza è la fiduciosa attesa di un bene che quanto più desiderato tanto più colora l'aspettativa di timore o paura per la sua mancata realizzazione.Cfr. Vocabolario della lingua italiana Treccani alla voce corrispondente

La speranza tra ragione e sentimento Appaiono chiare nella stessa definizione della speranza alcune caratteristiche che sono ad essa connesse come l'attesa del futuro, il desiderio, il timore.

La speranza è tipica dell'uomo«Se un albero che non riceve la luce piega il suo tronco in direzione del sole non possiamo sostenere che l'albero spera, perché la speranza in un uomo è legata ai sentimenti e alla coscienza che l'albero non ha. (In Erich Fromm, La rivoluzione della speranza. Per costruire una società più umana. Milano, Bompiani, 2002, p.19) che, come afferma Edmund Husserl, «è un essere che progetta il suo futuro»In Antonio Poliseno, La speranza. Tra ragione e sentimento, Armando Editore, 2003 p.7 e sgg. poiché è mosso dal desiderio di una vita più felice di quella che vive nel presente e quindi esplora «con il pensiero e l'immaginazione le strade per arrivarci...Noi pensiamo al possibile perché speriamo di poterlo realizzare. La speranza è il fondamento del pensiero.Francesco Alberoni, La speranza, Milano Rizzoli, 2002, p.31» Ma la realizzazione del progetto da esplicare secondo ragioneAlfred North Whitehead, The Function of Reason, Boston, Beacon Press, 1958, p.4, mettendo da parte l'impulso e l'istinto, si scontra con il sentimento dell'indeterminatezza del futuro che genera il timore.Ernst Bloch, Philosophy of the Future, New York, 1970

La speranza nella storia del pensiero Mitologia greca

Nella mitologia greca Elpìs (Greco antico ἐελπίς, ἐελπίδος) era la personificazione dello spirito della speranza. Nell'opera del poeta greco antico Esiodo, Le opere e i giorni, essa è tra i doni che erano custoditi nel vaso regalato a Pandora (πάν δόρον "tutti i doni"), donna creata da Efesto.

Il mito narra infatti che Pandora avesse con sé un vaso che non doveva aprire, ma che aprì, spinta dalla curiosità, infliggendo all'umanità tutti i mali, ai quali rimase come rimedio ultimo quello della speranza, chiamata "Timor del futuro". Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse, con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse. Solo il Timor del futuro restò sotto l'orlo del doglio, nell'infrangibile casa, né fuori volò dalla porta, perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse, come l'egíocoRelativo all'Egida, lo scudo di Zeus Giove, che i nuvoli aduna, le impose. Ma vanno gli altri mali fra gli uomini innumeri errando, perché piena è la terra di triboli, il pelago è pieno. E vagolano morbi di giorno sugli uomini, ed altri giungon di notte, improvvisi, recando cordoglio ai mortali, muti, ché ad essi tolse la voce l'accorto Croníde: sicché, modo non c'è di sfuggire ai voleri di Giove..Traduzione di Ettore Romagnoli (1929)

Nei versi 90-105 delle Opere e giorni Esiodo descrive la conclusione della vicenda umana attraverso il mito del "vaso di Pandora". Questa giara (πίθος pithos) che dovrebbe contenere il grano (βίος bios), contiene invece i "mali" che affliggono l'uomo e che sono fino a quel momento separati da lui, ma Pandora apre il vaso e li disperde ovunque facendo sì che l'esistenza umana venga da quel momento da questi afflitta. Solo Elpis (ελπίς), la Speranza, «l'attesa o il pensiero del presente-futuro che resta nel "pithos"; riparo al male schiacciante o dominante, in primis quello delle ChereEra la dea del destino, colei che nel campo di battaglia simboleggiava la morte violenta che colpiva i guerrieri [N.d.R.] di morte»Esiodo, Le opere e i giorni, Milano, Bompiani, 2009, a cura di Cesare Cassanmagnago, p. 952. rimane nel vaso per volere di Zeus.

Da quel momento i "mali" si presentano come "beni" e quando l'uomo li riconosce come "mali", questi ormai lo hanno raggiunto. Per poter raccogliere il bios, il nutrimento, e riempire la giara di "beni" l'uomo deve affrontare la fatica e la sofferenze ormai diffuse ovunque. Solo il lavoro, la costanza e la diligenza possono riempire di beni la giara della vita e nutrirla di buone speranze, regalando così all'esistenza umana momenti di serenità in mezzo ai mali diffusi da Pandora in ottemperanza alla punizione di Zeus.

Bisogna tuttavia anche tener presente che non a caso la speranza fosse all'interno del Vaso dei Mali, e quindi in parte un male essa stessa, affine agli altri sigillati nel πιθος. È palese così l'ambivalenza che per gli antichi Greci possiede ελπις: infatti la speranza è da una parte ciò che fa distogliere lo sguardo dell'uomo dal suo destino di sofferenza e morte, ma al tempo stesso è una cortina di fumo che gli impedisce di vedere con chiarezza il futuro, la realtà e verità delle cosePietro Cerami, Mario Serio, Scritti di comparazione e storia giuridica. II: ricordando Giovanni Criscuoli, G. Giappichelli Editore, 2013 pp. 464-465.

Aristotele

Il significato del termine "speranza" nella storia della filosofia trova adeguata definizione soprattutto in Aristotele che la concepisce come un atto della volontà che nasce da una abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro difficile ma non impossibile da realizzare. In questo comportamento occorre che sia ben definito il bene che si vuole ottenere e il mezzo che rende congruamente possibile conseguirlo: per cui la speranza si riferisce non solo all'oggettivo bene verso cui tende la volontà, ma anche a ciò con cui si ha fiducia di ottenerloCfr. R. Ro. in Enciclopedia Italiana Treccani (1936) alla voce corrispondente.

Aristotele poi osserva come la speranza sia un atteggiamento che muta col mutare dell'età dell'uomo: la virtù della speranza è ben presente nella sua ben definita identità nella maturità, mentre nella giovinezza si manifesta con eccesso e nella vecchiaia difettosamente: «...I giovani sono mutevoli e presto sazi nei loro desideri...e vivono la maggior parte del tempo nella speranza; infatti la speranza è relativa all'avvenire, così come il ricordo è relativo al passato e per i giovani l'avvenire è lungo e il passato breve...»Aristotele, Rhetorica, 1389a perciò sono magnanimi perché inesperti e non ancora delusi dalla vita e, quindi, facili a sperare; i vecchi invece, amareggiati dalle asperità della vita passata e dai loro errori, sono meschini: si tengono al di sotto dei loro desideri e sperano solo ciò che attiene alla vita comune perché hanno paura del futuro.Aristotele, Rhetorica, 1389a, 1390b

La Spes romana

Nella mitologia romana, l'equivalente dell'Elpis è la Spes che viene onorata come una dea sin dai tempi più antichiLiv., II, 51, 2 (In W. Koehler, Enciclopedia dell'Arte Antica Treccani (1966) alla voce "spes". Soprattutto nel periodo dell'Impero il culto della dea assume un valore politico rappresentando l'attesa di una felice successione imperiale. A cominciare da Claudio, che fa raffigurare la dea sulle monete in occasione della nascita del figlio Britannico, la spes viene quindi caratterizzata nelle epigrafi con le epiteti di «Augusta, Augusti, Augustorum o anche 'publica e p(opuli)R(omani), a cui si aggiungono, sotto i Severi, perpetua e firma.W. Koehler, op.cit. ibidem

Con Antonino Pio la spes assume un valore religioso nella riproduzione della defunta moglie Faustina in una serie di monete che la raffigurano come la diva Spes: una giovane donna che incede, sollevando l'orlo della veste con un bocciolo di fiore nella mano destra. L'imperatore vuole quindi significare che l'azione benefica di Faustina continua anche dall'aldilà per coloro che sperano in lei.

Con gli imperatori cristiani la Spes, che non viene più rappresentata secondo l'iconografia pagana, assume un pieno significato religioso ultraterreno e perde i suoi epiteti mondani.

Lo stoicismo

Il tema della speranza è presente nello stoicismo con la sua visione di un Cosmo retto dalla Ragione universale dove vive l'uomo partecipe del lògos e portatore di una "scintilla" di fuoco eterno. L'essere umano è infatti l'unica creatura, fra tutti i viventi, nel quale il Lògos si rispecchia perfettamente: egli è pertanto un microcosmo, una totalità nel quale tutto l'universo è riprodotto.

L'uomo deve dunque adeguarsi all'ordine razionale (ομολογία) con l'annullamento delle sue passioni (apatheia) se vuole raggiungere la saggezza, garanzia di una vita serena. E tra le passioni da mettere da parte vi è in primo luogo la speranza poiché «il saggio è colui che sa vivere senza speranza e senza paura»Seneca, La fermezza del saggio, 9, 2.

Avendo fiducia di come tutto sia regolato necessariamente dal Λόγος, il saggio è tale in quanto abbandona il punto di vista relativo dell'io individuale per assumere un punto di vista assoluto, una visione della realtà sub specie aeternitatis. Al punto culminante del suo complesso itinerario spirituale, reso possibile dalla filosofia, egli approda così ad un'unione mistica e ascetica con il tutto.Arnim, SVF, III, frr. 544-656.

Ma il tutto rimane in un ambito terreno e privo di trascendenza: il divino rimane immanente all'universo e all'uomo in una concezione panteistica che ritroveremo secoli dopo in Baruch Spinoza dove «la speranza è un difetto di conoscenza e un'impotenza della mente» per cui «quanto più ci sforziamo di vivere sotto la guida della ragione, tanto più dobbiamo sforzarci di dipendere il meno possibile dalla speranza»Spinoza, Etica, 4, prop. 47, scolio.

La speranza cristiana

Se nell'ellenismo pagano si connotava la differenza tra falsa e vera speranza nella sopravvivenza nell'aldilà, già nel messaggio biblico la "speranza d'immortalità" trova certezza in Dio («Lo spirito di coloro che temono il Signore vivrà, perché la loro speranza è posta in colui che li salva»Sir. 34,13): se quindi «La speranza dell'empio è come pula portata dal vento»Sap. 5, 14; cfr.3,11; 13,10; 15,6.10 per coloro che hanno vissuto secondo il comando divino «la loro speranza è piena d'immortalità»Sap. 3,4 ed anzi essi possono sperare nella resurrezione dei corpi: «la speranza di riavere di nuovo da Dio queste membra»2Mac 7,11 e «la speranza di essere da lui di nuovo resuscitati»2Mac 7,14

Filone Alessandrino

Filone Alessandrino fonda una metafisica della speranza che diviene costitutiva dell'essenza umana. Ogni azione dell'uomo si basa sulla speranzaFilone, I premi e le pene, 10 e, come già aveva affermato la sapienza greca, «tutta la nostra vita è piena di speranze»Il commerciante non si affannerebbe nei suoi traffici se non avesse la speranza del guadagno, l'atleta non si affaticherebbe negli esercizi se non sperasse nella vittoria ecc. (Platone, Filebo, 39e).

La speranza è anche una "consolazione naturale" che quando siamo afflitti dalla disgrazia ci spinge a superare la paura e ad avere speranza in un bene futuro che rimedi al male che ci ha colpito e, del resto, se la speranza è «attesa dei beni», la paura è «attesa dei mali»:

L'essenza dell'uomo va ricercata nel rapporto che egli ha con Dio suo creatore che nel crearlo ha sperato nell'uomo che, come detentore di speranze, differisce dagli animali ma che non si deve illudere del valore delle sue false speranze poiché l'unica vera Speranza è quella riposta in Dio, «sia perché è causa della nascita stessa della speranza sia perché è l'unico in grado di custodirla intatta e pura» di modo che l'uomo diviene realmente l'essere composto di natura mortale e immortale.

I padri della Chiesa

Mentre quindi l'uomo può alimentare la speranza con timore, invece, sperando in Dio, ha quasi certezza poiché è Dio, che non può mentire, che ha promesso il bene. Dice S. Agostino: «È perché hai promesso che mi hai fatto sperare»S. Agostino, Commento ai Salmi, 118, 15, 1 ed aggiunge:

E così anche Eusebio e Sant'Ambrogio: «Ricorda la promessa fatta al tuo servo con la quale mi hai dato speranza»Sant'Ambrogio, Commento ai Salmi, 119 (118), 49.