La preistoria della Sicilia è quel lasso di tempo che va dalla comparsa dei primi uomini sull'isola fino alla colonizzazione greca dell'VIII secolo a.C.

Le origini della presenza dell'uomo in Sicilia sono oggetto di dibattito tra gli studiosi di paletnologia, così come dubbia è la sequenza di altre forme di vita che precedettero l'uomo..

Le prime tracce certe della presenza umana sull'isola sono databili al 12.000 a.C. circa..

La Sicilia prima dell'uomo Prima della comparsa dell'uomo, la Sicilia, posta com'è al confine tra la placca africana e quella euroasiatica, ha subito grandi evoluzioni di tipo geologico, giungendo all'attuale conformazione intorno al 4.500 a.C..

Per datare la comparsa di fauna in Sicilia va tenuta in conto la distanza dagli epicentri dei fenomeni di glaciazione del Nord Europa e dell'arco alpino. Per questa ragione, in Sicilia come in tutto il Mediterraneo, ai dati relativi alle sedimentazioni vanno sovrapposte le informazioni derivate dagli studi dei fenomeni eustatici (innalzamento e abbassamento del livello del mare): le diverse linee di riva vengono evidenziate o da fenomeni erosivi o da serie di fori circolari prodotti dai litodomi.

L'isola è formata principalmente da tre blocchi: l'altopiano ibleo (un plateau calcareo) a sud-est, l'area centro-occidentale (formata da sedimenti terrigeni) e quella settentrionale (dalla conformazione assai varia, per lo più calcarea nei monti intorno a Palermo e derivata da sedimenti terrigeni o metamorfici per i Nebrodi e i Peloritani). Una serie di bacini circondarono i tre blocchi fino al Pleistocene inferiore (circa 700.000 anni fa). Durante il Pleistocene medio, movimenti tettonici e abbassamento del livello del mare contribuirono alla formazione di vaste pianure costiere, con numerose grotte poste sulle antiche rupi calcaree..

L'altopiano ibleo rimase un'isola fino a circa 700.000 anni fa, quando prese avvio l'attività vulcanica (sottomarina) dell'Etna. È probabile poi che si sia unito all'area occidentale verso la fine del Pleistocene inferiore. Quanto all'area dello Stretto di Messina, nel Pleistocene medio esso era forse occupato da una striscia di terra, detta "Formazione di Messina", formata da ghiaie e probabilmente frutto di movimenti tettonici. Sarà stato forse in questa fase che fauna dalla penisola italiana si diffuse in Sicilia.

Di seguito vengono mostrate le fasi di formazione della Sicilia odierna. +MappaDenominazioneEpocaTortoniano11 milioni di anni faMessiniano7 milioni di anni faPliocene5 milioni di anni faPleistocene inferiore1,8 milioni di anni faPleistocene superiore20 000 anni fa

La fauna pleistocenica e la comparsa dell'uomo

Non è chiaro quando l'uomo sarebbe giunto in Sicilia. L'unica cosa che sembra certa è che vi sia giunto dall'esterno (non sarebbe cioè una evoluzione interna dei primi ominidi). A queste condizioni, diventa fondamentale la presenza del mare, una barriera invalicabile prima della scoperta della navigazione; eppure sappiamo anche che l'uomo è giunto in Sicilia prima di conoscere tale arte. Diversi animali, del resto, erano giunti in Sicilia prima dell'uomo. Ne deriva che con molta probabilità la Sicilia debba essere stata attaccata all'Italia o (meno probabilmente) all'Africa, in modo da permettere il passaggio di questa fauna.

Il quesito sull'origine della presenza umana in Sicilia è dunque legato all'ipotetica esistenza di un collegamento geologico tra la Sicilia e l'Italia o l'Africa, ancora oggi oggetto di discussioni (vedi approfondimento a lato).

L'era quaternaria è caratterizzata da quattro ere glaciali, durante le quali l'emisfero nord della Terra era coperto dal ghiaccio. In queste fasi di freddo (e in particolare nei cosiddetti "pleniglaciali", periodi di massimo freddo) i mari si ritiravano, abbassandosi di circa 120-130 metri. Nelle ere interglaciali (caratterizzate da un innalzamento delle temperature verso i livelli odierni), i ghiacciai si scioglievano e il livello del mare si innalzava.. In queste epoche, la Sicilia era una regione steppica, con aree cespugliose alternate a prateria alpina e forse ghiacciai montani. Le Egadi e Malta erano unite alla Sicilia e una immensa penisola a ovest arrivava quasi a lambire l'Africa. È probabile che la Sicilia fosse a quell'epoca unita alla penisola italiana e che di qui giungesse sull'isola la prima fauna. In alcune fasi pleistoceniche, diverse pianure siciliane furono sommerse dall'acqua, isolando certa fauna, che, divenuta endemica, sviluppò nanismo o gigantismo. Dopo l'ultima glaciazione (detta Würm), le temperature si innalzarono e, intorno al 4500 a.C., le coste raggiunsero la conformazione attuale: il paesaggio passò da steppico a boscoso. La megafauna pleistocenica era a quel punto scomparsa e l'uomo si era già stanziato sull'isola.

In quasi tutte le grotte dell'isola, al di sotto dei livelli epigravettiani (20.000 a.C. ca.) si trovano strati più antichi di sedimento rossiccio (le cosiddette "terre rosse"), che presentano una ricca fauna pachidermica ora estinta, ma nessuna traccia dell'uomo. Assai significativa risulta la presenza dell'elefante (Palaeoloxodon mnaidriensis, Palaeoloxodon melitensis e Palaeoloxodon falconeri, quest'ultimo alto appena 90 cm), oltre a quella della iena, dell'ippopotamo e del ghiro gigante Leithia melitensis. Si tratta di specie tipiche dell'isola, il che farebbe pensare a forme di vita ormai isolate, quindi posteriori alla glaciazione Riss. In particolare, le datazioni su questi resti fossili (ottenuti attraverso racemizzazione degli amminoacidi) hanno indicato per Palaeoloxodon falconeri della grotta di Spinagallo un valore di 550 000 anni, mentre 180 000 anni avrebbero i resti di Palaeoloxodon mnaidriensis della grotta dei Puntali.Questo quadro della fauna presente nei livelli a terra rossa (sequenza quaternaria più antica), sottostante il livello con resti di industria litica, è tratto da . Nonostante ipotesi contrarie, accolte con scetticismo dalla comunità scientifica, i livelli a terra rossa costituiscono il terminus post quem stratigrafico della comparsa dell'uomo in Sicilia (). Mancando una correlazione stratigrafica tra la presenza umana e questa fauna ormai estinta, rimarrebbe confermata l'ipotesi secondo cui l'uomo sarebbe giunto in Sicilia solo nel tardo Pleistocene..

Se smentiti i rinvenimenti di resti umani attribuiti a Homo erectus, la più antica testimonianza umana sull'isola datata con il radiocarbonio 14 è l'epigravettiano finale della grotta dell'Acqua fitusa, presso San Giovanni Gemini (Agrigento), non più antico dell'ultimo pleniglaciale di Würm (13.760 +-330 BP, cioè l'11.180 a.C..).

L'uomo sarebbe dunque apparso in Sicilia alla fine del Pleistocene. A quell'epoca, esemplari di Homo simili all'uomo moderno presero a frequentare la maggior parte delle grotte costiere. I pachidermi del Pleistocene medio erano già del tutto scomparsi: questi abitatori di grotte non poterono incontrare le varie specie endemiche di elefante nano, né lHippopotamus pentlandi Meyer.LHippopotamus pentlandi Meyer della grotta di San Teodoro è stato datato intorno ai 190 000 anni fa con il metodo della racemizzazione degli amminoacidi (cfr. ). Gli unici grandi mammiferi che vivevano in questa epoca erano lEquus hydruntinus, un equide simile all'asino, e l'uro (Bos primigenius). Altre prede dell'uomo erano il cinghiale (Sus scrofa ferus), la volpe e il cervo e vari bovini (l'associazione faunistica detta "stadio del Castello"). Alla caccia si accompagnava la raccolta di vegetali spontanei..

Tali attività erano supportate da strumenti in selce e quarzite, ottenuti tramite scheggiatura. La comparsa dell'uomo sull'isola coinciderebbe peraltro con il fenomeno di miniaturizzazione dei manufatti litici, un'evoluzione universalmente attestata, che facilitò l'innesto dei manufatti su supporti lignei o ossei.Normalmente, le sequenze stratigrafiche non sovrapposte sono state disposte cronologicamente pensando a una progressiva miniaturizzazione degli strumenti litici. In certi casi, la sovrapposizione degli strati ha suggerito eccezioni a questo presupposto, come ad esempio, nel caso della grotta di San Teodoro (ad Acquedolci, in provincia di Messina): qui alcuni livelli con manufatti microlitici risultano più antichi di quelli con diminuzione del microlitismo (). Il microlitismo prenderà comunque piede in Sicilia, in modo inequivocabile, nel Mesolitico.

Intorno al 10.000 a.C., il lembo di terra che aveva unito (forse in modo intermittente) Sicilia e Malta fu sommerso definitivamente dal mare..

Età della pietra Paleolitico superiore

Il Paleolitico superiore sembra essersi sviluppato in Sicilia con un certo ritardo rispetto a quello peninsulare: delle tipiche industrie post-musteriane sono rappresentate solo le fasi più tarde. Le evidenze archeologiche più importanti, almeno in termini di quantità, provengono dalle grotte della costa nord-occidentale e sud-orientale dell'isola.Ciò, forse, anche a motivo della prossimità di questi luoghi di scavo con i centri culturali più importanti: Palermo, Catania, Siracusa, dove, all'inizio del XX secolo, si sviluppò un fervido interesse delle classi agiate per la preistoria isolana (). Esse sono il prodotto di campagne di ricerca che hanno evidentemente sottovalutato la ricchezza dei resti di altre zone. Non sono mai state rintracciate nelle sequenze archeologiche riferibili a questo periodo sovrapposizioni tra tipologie di industria diverse, in modo da consentire di relazionarle tra loro nel tempo: si è quindi soliti adottare in questi casi metodi statistici ed evidenziare tendenze, anche se a volte tale metodologia è ostacolata dal fatto di avere a disposizione soltanto dati e analisi provenienti da scavi vecchi, effettuati senza curarsi del mantenimento della sequenza stratigrafica.

L'approccio statistico di Georges LaplaceLes subdivisions du Leptolithique italien. Étude de typologie analityque, BPI, LXXIII, 1964, pp. 25 sgg. ha consentito di concludere che le origini del Paleolitico superiore in Sicilia vanno poste all'inizio dell'Aurignaziano evoluto (come al riparo della Fontana Nuova di Marina di Ragusa, risalente a circa 30 000 anni fa). Concorda con questa opinione Luigi Bernabò Brea.In La Sicilia prima dei Greci, Il Saggiatore, Milano, 1958, citato da . A Fontana Nuova, l'industria litica si caratterizza per l'assenza di lame e punte a dorso abbattuto, uno dei manufatti caratteristici dei più tardi complessi epigravettiani. Il piano di percussione di alcune lame indica una certa arcaicità, collegabile a tipologie musteriane. Una differenza notevole rispetto alle tipologie proprie dell'Aurignaziano è l'assenza di punte d'osso a base spaccata, forse perché quegli strumenti erano ormai in disuso (uno dei motivi per cui Laplace propende per una datazione bassa del complesso). Unico risulta infine essere un piccolo cilindro di calcare, di sezione ellittica e con alcune tacche disposte in parallelo, apparentemente delle marques de chasse, cioè dei promemoria indicanti il numero di prede uccise. L'attribuzione dell'industria del riparo all'Aurignaziano è stata confermata da una serie di studi compiuti negli anni novanta, nel corso dei quali si è proceduto anche allo studio della fauna e dei pochi resti umani associati. L'insieme faunistico appare nettamente dominato dal Cervus elaphus (92% circa dei reperti identificati), a cui si affiancano pochi resti di uro e cinghiale.

L'orizzonte epigravettiano

A parte l'industria di Fontana nuova, ipoteticamente attribuita all'Aurignaziano medio o evoluto, le altre industrie litiche rinvenute in Sicilia, almeno le più antiche, appartengono tutte a un momento assai avanzato del Paleolitico superiore che sull'isola prende il nome di epigravettiano finale siciliano e sono attribuite a gruppi umani giunti dalla penisola italiana.