Divenuto negus dello Scioa nel 1865, Menelik, dopo la morte dell'imperatore Teodoro II, fu per due decenni il più potente monarca dell'Etiopia e condusse una serie di campagne di conquista che portarono all'espansione dell'Impero etiope fino ai confini attuali. Nel 1886 scelse come propria capitale Addis Abeba.
Incoronato imperatore d'Etiopia dall'abuna Matteo, Menelik intraprese un'opera di modernizzazione del Paese e riuscì a mantenere l'indipendenza dell'Impero sconfiggendo le truppe italiane ad Adua nel 1896.
Biografia Primi anni
Sahle Mariam nacque il 17 agosto 1844 ad Ancober, capitale dello Scioa (una regione all'epoca nella parte meridionale dell'Impero d'Etiopia), da Hailé Melekot, figlio del negus locale Sahle Selassié, e Ijigayehu, la quale molto probabilmente aveva umili origini.. Hailé Melekot subentrò nella guida dello Scioa alla morte del padre nel 1847.
Durante l'infanzia Sahle Mariam ebbe come tutore Ato Nadaw e fu educato nel palazzo negussita di Ancober...
Il regno di Hailé Melekot venne travolto dalle campagnie militari del negus neghesti Teodoro II, il quale, dopo la lunga era dei principi, mirava a riportare sotto il controllo diretto imperiale le regioni dell'Etiopia. Nell'ottobre del 1855 le forze di Hailé Melekot furono sconfitte dall'esercito di Teodoro II e il negus dello Scioa, probabilmente malato, morì nel dicembre dello stesso anno..
Teodoro II prese in ostaggio il giovane Sahle Mariam e lo condusse nella fortezza di Magdala, al fine di assicurarsi la fedeltà dei capi scioani. A tal fine gli diede una sua figlia in sposa, che però Sahle Mariàm abbandonò, fuggendo nel 1865 da Magdala, dopo dieci anni di prigionia, ritornando nello Scioa. In tal modo offese profondamente Teodoro, che da allora fu un suo nemico implacabile.
Re dello Scioa Tornato in patria, salì al trono paterno con il nome di Menelik II, ricollegandosi così al biblico Menelik, figlio di re Salomone e della regina di Saba, da cui pretendeva di discendere. Il nuovo negus intraprese subito delle campagne militari per rafforzare il suo regno, sconfiggendo la popolazione degli Oromo, stanziati nell'Etiopia meridionale, riconquistando territori che dopo il XVI secolo, con la grande migrazione, alcune tribù Oromo avevano conquistato a scapito di popolazioni di etnia Amhara, Gurage e altri gruppi etnici minori.
Dopo la morte dell'imperatore a seguito della spedizione punitiva britannica del 1868 e il fugace regno di Teclè Ghiorghìs II, Menelik divenne uno dei re più potenti dell'Etiopia, subito dopo lo stesso imperatore Giovanni IV, salito al trono nel 1871. Poiché Giovanni era in guerra contro l'Egitto, allora formalmente indipendente ma di fatto protettorato inglese, gli egiziani cercarono di istigare il negus dello Scioa contro il suo sovrano, ma il loro piano fallì, perché occuparono nell'ottobre del 1875 la città-stato di Harar, considerato sia da Menelik che da Giovanni come una provincia etiope ribelle. Tuttavia l'esercito egiziano fu sconfitto dalle forze etiopi di Giovanni IV nelle battaglie di Gundat (16 novembre 1875) e di Gura (9 marzo 1876), scontri che rafforzarono la posizione dell'imperatore. Ciò indusse il riottoso Menelik II a fare atto di sottomissione a Giovanni il 20 marzo 1878: in cambio, il Negus Neghesti gli riconobbe il titolo regale, incoronandolo di persona sei giorni dopo.
Dopo questo atto di vassallaggio, Menelik governò il suo regno, introducendovi usi e costumi moderni, importati dai primi esploratori bianchi che si avventurarono in Africa. Infatti, nel 1876, il re scioano concesse all'esploratore italiano Orazio Antinori un terreno a Lit Marefià, non lontano dalla capitale Ancober, dove fu costruita una piccola base scientifica e ospedaliera, divenuta punto di partenza per le future operazioni coloniali italiane. Altro esploratore degno di nota fu il missionario Guglielmo Massaia (divenuto in seguito cardinale), che fondò la missione di Finfinnì, sul luogo dove Menelik volle edificare la sua nuova capitale. Nel 1879, infatti, visitando sul monte Entoto le rovine di un'antica città medievale e di una chiesa incompiuta, il sovrano etiope pensò bene di fissare qui la propria residenza, da dove si sarebbe poi sviluppata la futura capitale etiope, Addis Abeba. Frattanto, nel 1883, il re scioano si sposò con Taitù Batùl, potente principessa Amara della regione del Semien, che avrebbe influenzato notevolmente le future decisioni politiche del marito. Fu lei ad esempio a dare nuovo impulso alla creazione della nuova capitale, quando la regina fece restaurare una chiesa sul monte Entoto e il re decretò la costruzione di un altro edificio religioso nella zona. Poiché però il luogo era inadatto al popolamento, a causa della mancanza di acqua e legna da ardere, il primo nucleo abitativo sorse nel 1886 nella valle a sud della montagna: Taitù volle infatti edificare un palazzo presso le sorgenti minerali di Filwoha, chiamate dagli Oromo con il nome di Finfinne, dove la famiglia reale amava passare le vacanze.
Sul suo esempio anche molti nobili e personale di servizio alla corte decisero di stabilirsi in zona, mentre Menelik fece ampliare la casa della moglie, che divenne il Palazzo Imperiale, tutt'oggi sede del governo etiope. La città appena fondata fu nominata Addis Abeba, ossia "Nuovo Fiore".
L'ascesa al trono e la guerra contro l'Italia
Frattanto, un nuovo contendente si era intromesso negli affari interni dell'Etiopia, ossia il Regno d'Italia, che, volendo entrare nel novero delle grandi potenze intraprendendo una politica di espansione coloniale, nel febbraio del 1885 inviò un distaccamento militare ad occupare il porto di Massaua, ambìto dall'imperatore Giovanni. Questi, premuto dai Dervisci del Sudan che compivano scorrerie nell'Etiopia settentrionale, cercò di intavolare trattative con il re italiano Umberto I, inviandogli una lettera che proponeva un'alleanza contro Menelik. Questi, da parte sua, gliene inviò un'altra, asserendo che era l'imperatore a sobillare i ras (governatori) contro gli italiani, sperando di contare sull'appoggio dell'Italia per salire al trono. Dopo l'incidente di Dogali (gennaio 1887), nel quale circa cinquecento italiani, al comando del colonnello Tommaso De Cristoforis, mal condotti in uno sconfinamento dall'Eritrea, vennero annientati dalle forze etiopiche di ras Alula, le autorità italiane, a lungo incerte su a chi affidarsi, decisero di parteggiare per Menelik. Nel 1889, dopo la morte di Giovanni IV nella battaglia di Metemma (9 marzo 1889) contro i Dervisci, il re scioano rivaleggiò contro ras Mangascià, figlio naturale del defunto negus, per ottenere il trono etiope. Per fare ciò, entrambi i contendenti cercarono l'aiuto italiano, che alla fine andò a Menelik, dietro promessa di favorire gli interessi italiani. Divenuto quindi Negus Neghesti, Menelik II unì il territorio dello Scioa a quelli del Tigrè e dell'Amara, portando i confini del suo impero a quelli dell'odierna Etiopia.
Subito dopo, l'imperatore cominciò a tessere accordi diplomatici con il governo di Roma, nella persona dell'ambasciatore italiano conte Pietro Antonelli, che riuscì a concludere una trattativa, nota come trattato di Uccialli (dal nome della località dove fu firmato, all'epoca un feudo della regina Taitù), siglato il 2 maggio 1889. In base a questo accordo internazionale, che regolava i rapporti tra Italia e Abissinia, Menelik II accettava le conquiste coloniali italiane in Eritrea e (apparentemente) la supervisione politica italiana sul suo regno. Dopo la firma del trattato, il 20 agosto, una delegazione etiope guidata dal cugino del negus, ras Maconnen, si recò a Roma, dove fu ricevuta dal sovrano Umberto I, portando in dono persino un elefante (oggi esposto, imbalsamato, presso il Museo di zoologia di Catania) e ricevendo in cambio un quadro raffigurante l'Ascensione. In aggiunta al trattato di Uccialli, la delegazione etiope sottoscrisse a Napoli, il 1º ottobre, una convenzione finanziaria che concedeva all'Etiopia un prestito di 4 milioni di lire, con l'interesse del 6%. Una discrepanza del trattato, che, secondo la tradizione era stilato in due lingue, riguardava però l'articolo 17, differente nelle due versioni: in quella italiana, infatti, Menelik accettava che le relazioni internazionali etiopi passassero attraverso l'Italia, stabilendo di fatto un protettorato italiano sull'Abissinia; in quella amarica, invece, il negus dava soltanto la facoltà di essere rappresentato dal governo di Roma presso le altre potenze.
Non fu mai chiaro se questo fosse un errore di traduzione oppure un'abile mossa di una delle due parti per indurre l'altra a firmare l'accordo. Il capo del governo italiano, Francesco Crispi, notificò l'articolo alle maggiori potenze (Francia, Inghilterra, Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Austria-Ungheria, Belgio, Svezia, Norvegia, Russia, Spagna, Portogallo, Turchia e Stati Uniti); la notizia fu accolta malissimo dall'ambasceria etiope, che sarebbe ripartita il 4 dicembre 1889. Le prime incomprensioni sulla diversa interpretazione dell'articolo arrivò nell'agosto 1890, quando Menelik allacciò relazioni diplomatiche con Russia e Francia senza informarne il governo italiano, il quale protestò presso il sovrano africano, che a sua volta richiese la revisione del trattato, ottenendo un netto rifiuto. Ciò fu all'origine della guerra d'Abissinia, che sarebbe scoppiata di lì a pochi anni. Infatti la guerra non iniziò subito poiché, nel gennaio 1891, il governo Crispi cadde e fu sostituito da altri esecutivi che non ritenevano necessaria l'avventura africana. Questo lasso di tempo servì al negus per potersi meglio preparare alle ostilità, sfruttando il prestito italiano per acquistare una fornitura d'armi composta da migliaia di fucili Carcano Mod. 91 e circa quattro milioni di cartucce, dal momento che l'Etiopia non possedeva fabbriche di polvere da sparo. Menelik II, comunque, cercò in ogni modo di molestare i possedimenti italiani in Africa, per esempio aizzando i Dervisci del Sudan contro le truppe coloniali. Il 21 dicembre 1893, tuttavia, una colonna di 2000 àscari e 400 italiani, al comando del colonnello Giuseppe Arimondi, sbaragliò un esercito di 10.000 dervisci, calati in Eritrea su richiesta etiope, nella seconda battaglia di Agordat. Sull'onda di questo successo e nel clima di grande euforia che aveva prodotto nel Paese, Crispi, ritornato al potere, decise di far pagare al negus il fatto di aver "tradito" l'Italia dopo averla usata per arrivare al trono imperiale. Quindi ordinò, nel gennaio 1895, al generale Oreste Baratieri, governatore dell'Eritrea, di avanzare nell'altopiano etiope, impegnandosi in un'operazione militare che durò tre mesi e portò entro aprile all'occupazione della regione del Tigrai e delle città di Macallè, Adigrat ed Adua.
Menelik era rimasto neutrale fino ad allora, perché tutti questi territori erano controllati da ras Mangascià, suo fiero avversario. Quando ras Mangascià fece atto di sottomissione, Menelik decise di intervenire. Quindi, radunato il suo esercito forte di 100.000 uomini (di cui 80.000 armati di fucili), nel novembre del 1895 dichiarò guerra all'Italia, prendendo a pretesto l'invasione nemica. L'imperatore lanciò dunque un contrattacco, lanciandosi in una controffensiva che portò alla conquista di importanti zone strategiche: il 1º dicembre l'avanguardia etiope, guidata da ras Maconnen, distrusse nella battaglia dell'Amba Alagi un presidio italiano di 2500 uomini al comando del maggiore Pietro Toselli, mentre dal 15 dicembre 1895 al 22 gennaio 1896 vi fu l'assedio di Macallè, roccaforte strategica presidiata da 1300 uomini al comando del tenente colonnello Giuseppe Galliano, che, dopo un'accanita resistenza, ottenne da Menelik e Maconnen il permesso di lasciare il forte con l'onore delle armi. Gli italiani marciarono davanti agli etiopi come se fossero scudi umani, per evitare sorprese da parte di Baratieri, ricongiungendosi presso le loro linee il 30 gennaio.