Esponente di primo piano del movimento populista russo, fece parte delle organizzazioni Zemlja i Volja e Narodnaja volja, della quale, dopo l'attentato allo zar Alessandro II, rimase l'unica dirigente. Per la sua bellezza fu chiamata «la Venere della Rivoluzione».
Biografia Origini familiari e infanzia
Vera Figner nacque in un'agiata famiglia della nobiltà russa. La madre, Ekaterina Christoforovna Kuprijanova (1832-1903), fu educata in casa, com'era costume del tempo. Il nonno materno era stato giudice distrettuale di Tetjuši e aveva dilapidato una grande fortuna: oltre 6.000 ettari di terreno in provincia di Ufa furono lasciati alla sua morte coperti di debiti, così che gli eredi preferirono rifiutare l'eredità.
Il nonno paterno, Aleksandr Figner, nativo della Livonia, nel 1828 aveva raggiunto il grado di tenente colonnello e apparteneva alla nobiltà della provincia di Kazan'.Non esisteva alcuna relazione di parentela con Aleksandr Samojlovič Figner (1787-1813), un famoso combattente della guerra del 1812. Il padre, Nikolaj Figner (1817-1870), fu istruito nel Corpo forestale e dopo la laurea prestò servizio come ufficiale forestale dapprima nel distretto di Mamadyš e poi in quello di Tetjuši. Dopo la liberazione dei servi divenne giudice di pace.V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, 1929, p. 15.
Vera fu la prima di sei figli:A parte due altri figli morti poco dopo la nascita. nacquero poi Lidija (1853-1920), che la seguì nella sua avventura politica, Pëtr (1855-1916), ingegnere minerario che, già giovane rivoluzionario, divenne un affermato dirigente d'industria, Nikolaj (1857-1918), un famoso tenore, Evgenija (1858-1931), rivoluzionaria di Narodnaja Volja, e Ol'ga (1862-1919), un'altra rivoluzionaria populista.V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, pp. 15-16.
Nei primi sei anni della sua vita, Vera visse in una casa completamente isolata da ogni altra abitazione, a 40 chilometri da Mamadyš e ai margini di un vastissimo bosco di cento ettari, con la madre, quattro servitori e l'anziana nutrice Natal'ja. Il padre, spesso assente per lavoro, aveva un carattere duro e oppressivo, usava facilmente con i figli maschi le punizioni corporali, la madre era buona e gentile ma sottomessa al marito e poco espansiva, e « in questa atmosfera mortale di caserma e d'insensibilità, l'unico punto luminoso, di gioia e di consolazione » fu l'affetto della njanja, la vecchia nutrice.V. N. Figner, Zapečatlennyj trud, I, 1964, pp. 47-48, 57-58.
La famiglia si trasferì poi nel villaggio di Christoforovka, dove si trovavano venti fattorie di proprietà della madre e di Pëtr Kuprijanov, zio di Vera, nelle quali lavoravano numerosi contadini: verso di essi i genitori mantennero sempre un rapporto corretto. Qui vissero quattro anni e in questo periodo fu emesso il decreto di liberazione dei servi. Vera era troppo giovane per poter registrare tutte le reazioni provocate nel villaggio da quel manifesto: ricorda tuttavia di aver sentito il padre - tra l'altro, un ammiratore di Garibaldi - parlare dei « facinorosi » che dicevano che quella non era vera libertà, e che la libertà sarebbe venuta quando tutta la terra sarebbe passata gratuitamente dai proprietari ai contadini.V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, pp. 23-25.
Essendo una bella bambina con un carattere allegro, Vera veniva spesso vezzeggiata dagli amici di famiglia. Scherzando, le prospettavano l'idea di essere istruita a Pietroburgo, nel prestigioso Istituto Smol'nyj riservato alle ragazze dell'alta società. Avrebbe potuto essere presentata all'imperatore, « e forse di tutte le ragazze, lo zar sceglierà me, me ! » - diceva - « io sarò una zarina ! ».V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, p. 18. Ricorderà quest'episodio trent'anni dopo, quando i suoi compagni detenuti nella fortezza di Šlissel'burg, essendo lei e Ljudmila Volkenštejn le uniche donne carcerate, le chiamavano « regine ».V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, p. 19.
Vera e la sorella Lidija ebbero nella giovane Nadežda Dmitrievna un'istitutrice privata che insegnava loro francese e danza classica. Il suo metodo punitivo - il classico cappello d'asino posto sulla testa dell'allieva poco diligente - non la rese simpatica nemmeno alla nutrice, che si lamentò con i genitori e dopo un anno fu sostituita da una gentile ragazza moscovita, Vera Malinina, che preparò Vera al suo prossimo ingresso nell'Istituto RodionovA. N. Rodionov fu un filantropo, che favorì l'istruzione femminile. di Kazan' dove, dal villaggio di Nikiforovo, nuova residenza dei Figner, Vera entrò nel 1863.V. N. Figner, Zapečatlennyj trud, I, pp. 76-78.
Studi e formazione
I sei anniIl ginnasio comprendeva sette anni, ma Vera fu ammessa direttamente alla sesta classe. trascorsi nell'Istituto svilupparono in Vera Figner il riconoscimento del valore del cameratismo su un piano di eguaglianza reciproca, il senso della disciplina e l'abitudine al lavoro intellettuale. Tuttavia, quella scuola le diede molto poco in termini di conoscenza scientifica e di crescita spirituale, e fu persino dannosa per l'isolamento innaturale in cui le collegiali si trovarono a vivere per anni.
Modesto era il valore degli insegnanti, ad eccezione di Porfir'ev, professore di letteratura russa e straniera, ma il suo corso trascurava gli autori moderni. Il corso di storia del professor Znamenskij si basava sul manuale di Ilovajskij, molto diffuso nelle scuole russe e concepito secondo una visione sciovinistica della storia russa. Non venivano adottati altri libri di testo, l'apprendimento era soltanto orale e basato sugli appunti presi dagli studenti durante le lezioni, nell'Istituto non esistevano laboratori e alle materie scientifiche erano dedicate poche ore.
Il corso di calligrafia durava quattro anni e sette quello di disegno, nel quale l'insegnante fu sempre incapace d'ispirare qualunque piacere al lavoro. Nessun esercizio fisico, tranne l'ora settimanale di danza, e nessun incoraggiamento alla lettura: i libri della biblioteca dell'istituto rimasero sempre custoditi rigorosamente sotto chiave.V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, pp. 27-30.
Lo zio Kuprijanov le fece però prestare dall'Istituto due numeri di una rivista che pubblicava romanzi di Friedrich Spielhagen. Il romanzo In Reih' und Glied, tradotto in russo Un uomo solo in campo non è un soldato, le fece un'impressione durevole, come fece, del resto, a tanti giovani radicali di quel tempo. I due protagonisti Sylvia e Leo hanno aspirazioni nobili, ma vivono in un meschino ambiente borghese cercandovi invano un sostegno: « nessun romanzo aprì tanto il mio orizzonte come fece questo; ritrasse due campi nettamente contrapposti. In uno, vi erano alti ideali, conflitti e sofferenza; nell'altro, sazio autocompiacimento, vuoto spirituale e orpelli dorati ».V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, p. 31.
Vera Figner racconta anche della poesia Saša di Nekrasov studiata negli anni di collegio. Il sofisticato Agarin, proveniente dalla capitale, conosce Saša, una semplice ragazza di paese e contribuisce a crearle una nuova coscienza, raccontandole dei problemi sociali e della necessità di elevare la condizione delle classi popolari. Si rivedono anni dopo e Saša, nel frattempo maturata intellettualmente e moralmente, comprende il vero volto di Agarin, uomo di belle parole ma incapace di qualunque azione. Quella poesia - scrive Vera - « mi ha insegnato a far sì che le mie parole coincidano con le mie azioni, a esigere tale coerenza da me stessa e dagli altri. E questo divenne il motto della mia vita ».V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, p. 32.
La sua migliore amica di scuola fu Ol'ga Sidorova, di due anni più grande, la migliore allieva dell'Istituto. Conosceva gli scritti di Pisarev, leggeva di nascosto il « Kolokol », la rivista liberale fondata da Herzen e si era permessa, con grande scandalo, di dire al pope di essere atea. La famiglia ostacolò il suo desiderio d'indipendenza e lei morì, forse suicida, a 19 anni, dopo l'annunciato matrimonio con uno dei fratelli Žemčužnikov.I poeti Aleksandr o Vladimir Žemčužnikov: V. N. Figner, Zapečatlennyj trud, I, pp. 84-85.
A Nikiforovo
Terminato il ginnasio, nel 1869 Vera tornò a Nikiforovo « vivace, felice, allegra, apparentemente fragile ma sana nella mente e nel corpo », e però con una conoscenza della vita e delle persone puramente letteraria, che tale rimase ancora, data la mancanza di rapporti personali nel piccolo paese, che favoriva in compenso seri pensieri su di sé e sul mondo. Ricordava le parole della sua insegnante Černusova: « Non pensate che uscendo dall'Istituto la vostra formazione sia finita. Per tutta la vita, fino alla tomba, non finirete d'imparare ».V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, p. 33.
Gli zii e i Golovnja, una coppia di proprietari imparentati con i Figner,Mečeslav Golovnja, di origine polacca, aveva sposato Elizaveta Kuprijanova, una zia di Vera. costituirono le sole relazioni intrattenute in questo periodo da Vera. Avevano idee liberali e democratiche, prive di pregiudizi religiosi, ma non socialiste, così che lei non sentì mai parlare in casa di Fourier, di Saint-Simon o di Lassalle. Sua madre, una persona che s'istruì da sé, le fece leggere la migliore rivista russa del tempo, gli « Otečestvennye Zapiski » (Annali patrii) e il « Sovremennik » (Il contemporaneo) mentre nella biblioteca dello zio trovò il « Russkoe slovo » (La parola russa), lo « Slovo » (La parola) e il « Delo » (La causa).
Lesse con grande interesse i libri di Dixon, l'autore de La Svizzera e gli Svizzeri e L'America e gli Americani, e poi conobbe Darwin, Lyell, Lewes, Vogt, Pisarev e Černyševskij. La mente di Vera Figner - così scrive - era allora libera da qualsiasi tipo di idee politiche e sociali, un terreno vergine su cui crebbero, volontariamente o meno, i semi gettati dall'ambiente che la circondava.V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, pp. 34-36.
Vera aveva letto sul « Delo » la notizia che per la prima volta nella storia una donna russa, Nadežda Suslova (1842-1918), nel 1867 si era laureata in medicina all'Università di Zurigo. In Russia, come in molti altri paesi, era vietato alla donne frequentare un regolare corso universitario e laurearsi, seppure, in qualche Università, fosse loro permesso di assistere alle lezioni. Quello fu lo spunto che spinse Vera Figner a diventare medico. Non vi era ancora in lei l'idea di compiere « un dovere verso il popolo » - quest'impulso verrà in seguito - ma il desiderio di fare, « un eccesso di vitalità, un senso gioioso di libertà » dopo gli anni passati tra le quattro mura del collegio.V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, p. 36.
Il matrimonio
Chiese al padre il permesso di stabilirsi all'estero, ma le fu negato. I genitori vedevano ogni sorta di pericoli alla sola idea che la figlia vivesse da sola e lontano da casa, ma il padre le disse anche che qualunque cosa lei avesse deciso di fare, ci sarebbe sicuramente riuscita. Si sentì gratificata e volle essere consigliata in proposito, ma suo padre - « con fastidio, voltando la testa dall'altra parte » - si rifiutò. Vera comprese in quel momento che ciascuno deve prendere da solo le più gravi decisioni che riguardano la propria vita.V. Figner, Memoirs of a Revolutionist, pp. 38-39.