Fu cronista della peste del 1630 di Milano; scrisse una Storia di Milano e una storia della Chiesa milanese. Fu latinista presso il cardinale Federigo Borromeo e Real Historico presso il Governo spagnolo di Milano. Subì un processo da parte del Sant'Uffizio in circostanze non del tutto chiarite. Dimenticato per quasi due secoli, nel XIX secolo ispirò Alessandro Manzoni e fu la fonte storica principale de I promessi sposi. A lui è intitolata la via più lunga di Milano, nei pressi della quale Alessandro Manzoni stampava le proprie opere.

Il contesto storico Il Ducato di Milano era dal 1535 sotto il dominio spagnolo. È il periodo della Guerra dei trent'anni (1618-1648). La crisi economica affannava tutta Europa, aggravata in Italia dalla riduzione dell'attività commerciale, da un'elevata fiscalità, dal rincaro delle materie prime, dallo stato di abbandono delle campagne: si diffondeva la miseria e la criminalità; la repressione fu spesso dura. Il governo spagnolo non riuscì a superare il disordine amministrativo e sociale del Ducato.

Milano fu colpita dalla carestia e poi dalla peste tra gli anni venti e gli anni trenta. Nel 1630 i Lanzichenecchi, inviati a Mantova da Ferdinando II d'Asburgo, passarono da Milano. Predominarono in questo periodo a Milano le figure di san Carlo Borromeo e del più giovane cugino cardinale Federico Borromeo. Entrambi, accanto all'opera di governo e di assistenza, daranno grande impulso allo sviluppo di istituzioni erudite nella città, soprattutto il secondo fu mecenate e umanista e fondò la Biblioteca Ambrosiana. Molto fervida fu la loro attività nell'applicazione dei dettami della Controriforma (il Concilio di Trento si era concluso nel 1563). Il cardinale Federico Borromeo fondò diversi seminari, e fece costruire diverse nuove chiese; si impegnò nella lotta alle eresie con numerosi scritti; affrontò i protestanti dei Grigioni nelle valli alpine a nord di Milano. Il Ripamonti lo seguirà e sarà cronista delle sue visite pastorali in quei luoghi. Nella prima metà del 1600 a Milano vennero celebrati diversi processi per stregoneria conclusisi col rogo in pubblico delle accusate. Anche persone colte, come lo stesso Federico Borromeo, non furono esenti da superstizioni, che toccheranno il momento più drammatico nell'arresto e nella condanna a morte degli untori.

Il governo del Ducato era affidato a una pletora di organi, le cui competenze e giurisdizioni spesso si sovrapponevano. Il Governatore di Milano era spagnolo, di nomina reale e con incarico triennale. Aveva ampi poteri. Presiedeva il Consiglio Generale dei 60 decurioni (il più importante organo dell'amministrazione cittadina milanese), aveva potere normativo e giudiziario (anche di concedere le grazie ai condannati). Era affiancato dal Consiglio segreto, un organo collegiale consultivo, e si avvaleva di un apparato burocratico, denominato Cancelleria segreta. Il comando delle forze armate era affidato al Castellano; spesso le cariche di governatore e di castellano erano affidate alla stessa persona. Vi era inoltre il Senato, organo collegiale, composto, nel 1600, da 15 giureconsulti con incarico a vita, tre spagnoli e gli altri appartenenti al patriziato milanese. Aveva soprattutto funzioni giudiziarie, di corte suprema e poteva sentenziare della illegittimità delle leggi. Si occupava inoltre della censura dei libri e della tutela della salute pubblica, attraverso un magistrato di sanità.

I conflitti di potere tra autorità spagnole e autorità religiose erano iniziati dal tempo di Carlo Borromeo. Nel 1615, dopo anni di trattative e di mediazioni, si arrivò a definire le giurisdizioni di entrambi: Federico Borromeo e il governatore di Milano firmarono la Concordia Iurisdictionalis inter Forum Ecclesiasticum et Forum SaeculareConcordia iurisdictionalis inter Forum Ecclesiasticum et Forum Saeculare, Mediolani, 2 giugno 1615, in Ordines Excellentissimi Senatus Mediolani ab anno 1490 usque annum 1748, Mediolani 1748, Malatesta, pp. 212-218. Il testo è citato e commentato in: Giorgio Dell'Oro, Il regio Economato, il controllo statale sul clero nella Lombardia asburgica e nei domini sabaudi, Milano, Franco Angeli, 2007, ISBN 9788846489654. La Concordia sarà controfirmata da papa Paolo V e dal re Filippo III di Spagna nel 1617 e pubblicata nel 1618. Questo atto però non risolse i problemi, ampliò comunque il potere giurisdizionale alla chiesa milanese in campo finanziario (gestione dell'Economato) e fiscale.

Biografia Da Tegnone a Milano Giuseppe Ripamonti nacque a Tegnone, piccolo borgo, frazione di Colle Brianza in provincia di Lecco. Nel 1863 il nome della località fu cambiato nell'attuale Ravellino. Tegnone faceva parte della pieve di Missaglia, compresa nell'Arcidiocesi e nel Ducato di Milano. Fu battezzato nella parrocchia di San Michele Arcangelo nella vicina Nava il 28 agosto 1577 con il nome di Joseph. Il padre, Bertolino Ripamonti, e la madre, Lucrezia, erano contadini in discrete condizioni economiche, nonostante la crisi agricola dell'epoca e la scarsa fertilità delle terre della zona.Francesco Cusani, Da un ragionamento inedito sui principali storici e cronisti milanesi, in G. Ripamonti, La peste di Milano del 1630. Libri cinque cavati dagli annali della Città e scritti per ordine dei LX decurioni dal canonico della Scala Giuseppe Ripamonti; volgarizzati per la prima volta dall'originale latino da Francesco Cusani, Milano, Tipografia Libreria Pirotta, 1841. “Il fanciullo, di belle forme, cresceva robusto nell'aria balsamica di que' ridenti colli; e siccome appalesava ingegno precoce e svegliatissimo, fu dai genitori destinato alla carriera ecclesiastica, che allora schiudeva largo campo d'onori anche ai giovani del ceto medio”Francesco Cusani, Da un ragionamento inedito sui principali storici e cronisti milanesi, in G. Ripamonti, La peste di Milano del 1630. Libri cinque cavati dagli annali della Città e scritti per ordine dei LX decurioni dal canonico della Scala Giuseppe Ripamonti; volgarizzati per la prima volta dall'originale latino da Francesco Cusani, Milano, Tipografia Libreria Pirotta, 1841, p. XXII.

Molte delle notizie biografiche del Ripamonti furono tratte da Ignazio Cantù (1810-1877) e Francesco Cusani (1802-1879), due secoli dopo i fatti, dall'archivio della famiglia Borromeo, dove erano conservati gli atti del processo e la trascrizione degli interrogatori (costituti).

Il Cusani non trovò nessun documento significativo riguardo al Ripamonti nella Biblioteca Ambrosiana, sebbene le vicende biografiche del Ripamonti fossero molto note nella Milano del suo tempo, come i provvedimenti giudiziari che lo colpirono (il “processo era stato lungo e clamoroso”); lo stesso decurioneIl Consiglio generale dei 60 decurioni fu un organo di amministrazione del Ducato di Milano in età spagnola, in funzione dal XVI secolo al 1796 Girolamo Legnano, che fece pubblicare postume le Storie patrie, affermava genericamente, nell'introduzione, solo che egli “provò varj casi di fortuna, ora prospera ora avversa”. Il Cusani attribuisce questo silenzio a motivi di opportunità: “per deferenza ai Dottori dell'Ambrosiana e alla Congregazione degli Oblati, parecchi membri della quale non figurarono troppo bene in quel processo. E la venerazione altresì al cardinale Federico indusse probabilmente al silenzio, giacché, quantunque Egli non solo mitigasse la pena al Ripamonti, ma lo tenesse in seguito vicino a sé, colmandolo di favori, pure è sempre vero che lo aveva lasciato languire in carcere molt'anni per lenta procedura”Francesco Cusani, Da un ragionamento inedito sui principali storici e cronisti milanesi, in G. Ripamonti, La peste di Milano del 1630. Libri cinque cavati dagli annali della Città e scritti per ordine dei LX decurioni dal canonico della Scala Giuseppe Ripamonti; volgarizzati per la prima volta dall'originale latino da Francesco Cusani, Milano, Tipografia Libreria Pirotta, 1841, pag XI e segg..

Ripamonti riferì, nell'interrogatorio del Tribunale dell'Inquisizione (costituto del 14 settembre 1619), che fino all'età di 17 anni era stato allevato dallo zio Battista Ripamonti, curato della vicina Barzanò nella Chiesa parrocchiale di San Vito. Lo zio conosceva il latino e l'ebraico e sembra avesse in mente di trovare il modo per lasciare la parrocchia, e i suoi diritti, al nipote. Spinse perciò il nipote a frequentare il Seminario a Milano a sue spese. Ciò lascia pensare che Giuseppe Ripamonti “vi andò quindi più che per un'autentica vocazione per quelle che vengono in questi casi chiamate «circostanze famigliari»”.Edgardo Franzosini, Sotto il nome del Cardinale, Milano, Adelphi Edizioni, 2013, p. 28.

Il Seminario Ripamonti frequentò il Seminario di Milano detto “della Canonica”, vicino a Porta Nuova, che ospitava circa sessanta giovani seminaristi di ceto poco abbiente e che quindi non potevano permettersi dei precettori in casa. I Seminari di Milano erano stati istituiti fin dal 1564 dal cardinale Carlo Borromeo, cugino più anziano di Federico, in applicazione delle decisioni del Concilio di Trento (XXIII sessione). L'educazione nel Seminario si basava sui tre principi della disciplina, delle pratiche di devozione e dello studio. In particolare, nel Seminario “della Canonica”, lo studio riguardava la composizione di testi in latino con l'approfondimento degli autori classici, soprattutto Cicerone, la formazione dei confessori e le Sacre Scritture. Fu lo stesso cardinale Federico Borromeo (succeduto dal 1595 al cugino Carlo e a Gaspare Visconti nella carica di arcivescovo di Milano) ad esaminare Giuseppe Ripamonti prima dell'ammissione in seminario: probabilmente fu colpito dalla sua preparazione in latino ed ebraico (che doveva allo zio canonico) e dalla sua intelligenza.

Gli studi Giuseppe Ripamonti entrò nel convitto del Seminario nel 1596 e vi rimase fino a quando lo zio curato provvide a pagare la retta. Quando però lo zio fu certo che il Ripamonti non sarebbe più tornato in paese come curato della parrocchia lo abbandonò al suo destino. Due erano i motivi del rifiuto da parte del giovane Ripamonti: innanzitutto desiderava proseguire gli studi di filologia e lingue classiche, che lo appassionavano molto più delle materie ecclesiastiche e del progetto di diventare curato, ma anche per un motivo pratico. La parrocchia dello zio era ambita da un'altra famiglia del luogo, i Pirovano, che già deteneva dei diritti su di essa e sul reddito che generava. I litigi tra il curato Battista Ripamonti e il prete Gasparo Pirovano durarono diversi anni e si conclusero nel sangue: Gasparo Pirovano uccise il curato, zio del Ripamonti, e finì in prigione. Giuseppe Ripamonti anche a quel punto rifiutò di tornare temendo la vendetta dei parenti dell'assassino.

A quel punto, senza risorse, il giovane seminarista dovette lasciare il convitto e andò ad abitare con un suo compagno, Antonio Giudici di Macconaga, in una camera in affitto vicino al collegio dei Gesuiti di Brera. Lì frequentò il corso di logica, primo anno del dottorato di filosofia destinato ai seminaristi. Dopo, venuto a mancare il sostegno non solo dello zio, ma anche della famiglia, lavorò nella casa di Gian Giacomo Resta come precettore del figlio Francesco. Gian Giacomo Resta era un notabile milanese, funzionario pubblico, ma anche professore di eloquenza nelle scuole palatine; il suo palazzo, che ospitò il Ripamonti per quattro anni, era nel quartiere di Porta Vercellina, vicino alla residenza dei Borromeo.