È legata in particolare alla città natale di Viterbo, della quale è compatrona e dove sono conservate le sue spoglie nel santuario a lei dedicato. Il culto, sviluppatosi dopo la morte nel XIII secolo, è rimasto strettamente connesso alla vita religiosa e civile della città.

La memoria liturgica ricorre il 6 marzo, anniversario della morte, mentre a Viterbo le principali celebrazioni si svolgono all'inizio di settembre e culminano nel Trasporto della Macchina di Santa Rosa. La sera del 3 settembre una grande torre votiva, la Macchina di Santa Rosa, viene trasportata a spalla per le vie del centro storico; la celebrazione è collegata alla memoria della traslazione del corpo della santa, ricordata localmente il 4 settembre.

Biografia Fonti e origini La ricostruzione della vita di Rosa presenta diverse difficoltà, poiché alle testimonianze più vicine agli avvenimenti si sovrappose nei secoli una vasta tradizione agiografica. La fonte narrativa più antica, convenzionalmente denominata Vita I, è un testo anonimo e mutilo composto poco dopo la metà del XIII secolo, caratterizzato da una precisa scansione cronologica e probabilmente basato su testimonianze dirette. La Vita II, redatta invece all'inizio del XV secolo, riprese e ampliò il racconto precedente introducendo episodi provenienti dalla tradizione successiva. Un'ulteriore fonte è costituita dagli atti del processo di canonizzazione celebrato a Viterbo nel 1457, le cui numerose deposizioni riflettono tuttavia una tradizione orale formatasi a circa due secoli di distanza dagli avvenimenti. Gli atti del secondo processo, indetto da papa Callisto III nel 1456 e celebrato l'anno seguente, sono conservati nell'archivio storico del monastero di Santa Rosa e sono stati pubblicati integralmente in edizione critica nel 2022.

Rosa nacque a Viterbo probabilmente nel 1233; l'anno è ricavato dalla tradizione che la vuole diciottenne al momento della morte, avvenuta verosimilmente nel 1251, mentre mancano documenti che consentano di stabilire con precisione le due date. I nomi dei genitori, Giovanni e Caterina, sono attestati soltanto da una deposizione resa durante il processo del 1457 e vanno quindi considerati probabili. La famiglia abitava nel quartiere di San Matteo in Sonza, nella parrocchia di Santa Maria in Poggio, in una casa successivamente inglobata nel complesso monastico dedicato a Rosa.

Esperienza religiosa Il primo episodio descritto dalla Vita I è una grave malattia che colpì Rosa nel giugno del 1250. La fonte colloca la fase più critica tra il 21 e il 22 giugno, alla vigilia della festa di san Giovanni Battista. Durante la notte, assistita dalla madre e da altre donne, la giovane si sarebbe improvvisamente ripresa e avrebbe manifestato la volontà di consacrarsi a una vita di penitenza.

Gli studi compiuti successivamente sul corpo conservato nel santuario hanno individuato in Rosa una grave malformazione congenita riconducibile alla pentalogia di Cantrell, caratterizzata da anomalie della parete toracica e dell'apparato cardiaco. Dopo la malattia, secondo le fonti medievali, Rosa pronunciò una rinuncia ai beni terreni e chiese alla madre di ricevere la tonsura, un cingolo ricavato da una corda e una tunica di cilicio. La Vita I descrive una vestizione privata, mentre la più tarda Vita II trasformò l'episodio in una cerimonia celebrata dal clero nella chiesa parrocchiale.

La tradizione successiva ha presentato Rosa come appartenente al Terz'Ordine francescano, qualifica accolta anche negli atti quattrocenteschi. Le fonti duecentesche non documentano però una sua formale ammissione a un'organizzazione terziaria: la storiografia contemporanea tende piuttosto a collocarla nel più ampio movimento penitenziale femminile del XIII secolo, caratterizzato in questo caso da evidenti elementi della spiritualità minoritica. La stessa esistenza a Viterbo, alla metà del Duecento, di un ramo femminile strutturato del movimento penitenziale francescano non risulta documentata.

L'esperienza religiosa assunse presto una dimensione pubblica. Rosa riunì nella propria abitazione alcune donne della contrada e partecipò a una processione penitenziale attraverso Viterbo, lungo un percorso che toccava le chiese di San Giovanni in Zoccoli, San Francesco e Santa Maria in Poggio. Secondo la Vita I, durante la processione portava un'immagine sacra o un crocifisso; in seguito la sua casa divenne luogo d'incontro per un gruppo di devoti e soprattutto di donne legate alla sua esperienza religiosa.

Predicazione ed esilio Per circa sei mesi Rosa svolse un'attività pubblica per le strade di Viterbo portando una croce. La città era allora coinvolta nel conflitto tra il papato e l'imperatore Federico II di Svevia e ospitava gruppi eterodossi, fra i quali erano presenti esponenti del catarismo. La Vita I riferisce che alcuni eretici residenti in città sollecitarono il podestà imperiale Mainetto di Bovolo a intervenire contro di lei; la successiva Vita II accentuò ulteriormente il carattere antiereticale della sua predicazione.

Rosa fu quindi bandita da Viterbo insieme alla famiglia. La prima destinazione fu Soriano nel Cimino, dove giunse il 5 dicembre 1250. Secondo il racconto più antico, al suo arrivo annunciò l'imminenza di un grande avvenimento; pochi giorni dopo giunse la notizia della morte di Federico II, avvenuta il 13 dicembre. La successiva tradizione agiografica interpretò l'episodio come una vera e propria predizione della morte dell'imperatore.

Dopo circa dieci giorni la famiglia si trasferì a Vitorchiano, dove rimase per un breve periodo. A questo soggiorno la Vita II associa alcuni degli episodi miracolosi più celebri della biografia di Rosa, fra i quali la guarigione di una donna cieca chiamata Delicata e la cosiddetta prova del fuoco: la giovane si sarebbe esposta alle fiamme senza riportare danni per indurre una donna ritenuta eretica a convertirsi. Poiché tali episodi sono tramandati dalla fonte quattrocentesca e presentano caratteri propri della letteratura agiografica, non possono essere considerati testimonianze contemporanee agli avvenimenti.

Ultimi mesi e morte Dopo la morte di Federico II Rosa rientrò a Viterbo. La tradizione riferisce che chiese di essere ammessa presso le religiose di San Damiano, ma non venne accolta. Le motivazioni tramandate dalle fonti non sono concordi: secondo una testimonianza del processo quattrocentesco il rifiuto sarebbe stato dovuto alla mancanza della dote necessaria. La Vita II aggiunge che Rosa avrebbe allora predetto alle religiose che, pur non essendo stata accolta da viva, sarebbe entrata nel monastero dopo la morte.

Non è possibile stabilire con precisione la data della morte. Le fonti consentono di collocarla nella primavera del 1251, certamente dopo la morte di Federico II e prima della bolla Sic in Sanctis suis del 25 novembre 1252, nella quale Rosa era già ricordata con espressioni indicative della venerazione sorta intorno alla sua memoria. La tradizione liturgica ne fissa la morte al 6 marzo. Fu sepolta presso la chiesa parrocchiale di Santa Maria in Poggio, inizialmente nella nuda terra.

La fama di santità si sviluppò rapidamente. Nel 1252, poco dopo la morte, fu richiesto a papa Innocenzo IV l'avvio di un processo di canonizzazione. Di questo primo procedimento non sono sopravvissuti gli atti, ma ne rimangono la bolla Sic in Sanctis suis e la Forma interrogatorii, che costituiscono, insieme alla Vita I, alcune delle testimonianze più antiche sulla giovane viterbese.

Traslazione delle spoglie Il corpo rimase inizialmente presso Santa Maria in Poggio. Quando papa Alessandro IV trasferì la Curia a Viterbo, tra il 1257 e il 1258, maturò la decisione di trasferire le spoglie presso le religiose di San Damiano. La tradizione, recepita anche dalle fonti del monastero, collega il provvedimento a ripetute apparizioni in sogno di Rosa al pontefice.

La traslazione avvenne il 4 settembre 1258: Alessandro IV fece trasferire solennemente le spoglie dalla chiesa di Santa Maria in Poggio alla chiesa di Santa Maria delle Rose, presso il monastero delle religiose che in seguito sarebbero appartenute all'Ordine di Santa Chiara. L'intervento del pontefice e la traslazione del 1258 sono ricordati anche dalla Santa Sede come l'origine remota delle celebrazioni viterbesi sviluppatesi successivamente intorno alla santa.

Il monastero non assunse immediatamente il nome della santa: la sua intitolazione a Rosa è documentata soltanto dal 1309. Le spoglie continuarono invece a esservi custodite e venerate. Un incendio verificatosi nel 1357 interessò il luogo nel quale era conservato il corpo, che ne uscì annerito ma non distrutto.

La commemorazione della traslazione del 4 settembre divenne uno dei momenti principali del culto cittadino. Da essa ebbero origine le celebrazioni che, attraverso successive trasformazioni, portarono al Trasporto della Macchina di Santa Rosa; la documentazione storica del trasporto nella forma sviluppatasi in età moderna risale almeno al XVII secolo.

Canonizzazione La vicenda della canonizzazione di Rosa da Viterbo presenta caratteristiche particolari. Un primo procedimento fu avviato poco dopo la sua morte, quando la fama di santità della giovane era già diffusa a Viterbo. Il 25 novembre 1252 papa Innocenzo IV, con la bolla Sic in Sanctis suis, incaricò il priore del convento domenicano di Santa Maria in Gradi e l'arciprete della chiesa di San Sisto di raccogliere testimonianze sulla vita e sui miracoli attribuiti a Rosa, in vista dell'esame della sua santità.

Di questa prima inchiesta non si conservano gli atti delle deposizioni, ma sono giunte la bolla pontificia e la relativa Forma interrogatorii, contenente le questioni sulle quali dovevano essere interrogati i testimoni. Il procedimento non condusse tuttavia alla canonizzazione.

Nel frattempo il culto di Rosa continuò a svilupparsi. Un ruolo decisivo ebbe papa Alessandro IV, che durante il soggiorno della Curia pontificia a Viterbo dispose nel 1258 la traslazione delle sue spoglie da Santa Maria in Poggio al monastero di San Damiano, poi intitolato alla stessa Rosa. Il trasferimento solenne del corpo, avvenuto il 4 settembre 1258, contribuì al consolidamento della venerazione locale.

A distanza di circa due secoli la questione della canonizzazione venne nuovamente affrontata. Nel 1456 papa Callisto III autorizzò l'apertura di una nuova inchiesta, celebrata a Viterbo nel 1457. Il procedimento produsse un'ampia documentazione testimoniale sulla vita, sul culto e sui miracoli attribuiti a Rosa; gli atti, conservati nell'archivio storico del monastero di Santa Rosa, costituiscono una delle principali fonti sulla formazione della sua tradizione agiografica.

Anche il secondo procedimento non giunse però alla promulgazione di una formale canonizzazione pontificia. Non è pertanto corretto affermare, come avvenuto talvolta nella tradizione divulgativa, che Rosa sia stata «canonizzata da Callisto III nel 1457»: in quell'anno si svolse il processo destinato ad accertarne la santità, senza che a esso facesse seguito l'atto conclusivo di canonizzazione.

L'assenza di tale atto non impedì tuttavia la prosecuzione del culto, già radicato da secoli e accompagnato dalla venerazione delle reliquie nel santuario viterbese. Rosa continuò a essere venerata come santa e a essere indicata come tale anche nella tradizione ecclesiastica. La Santa Sede utilizza tuttora la denominazione «Santa Rosa da Viterbo» e riconosce il legame tra il suo culto, la traslazione delle spoglie voluta da Alessandro IV e la tradizione religiosa della città.