La Festa dei Ceri si svolge a Gubbio il 15 maggio di ogni anno e consiste nel trasporto in corsa di tre ceri coronati da statue di santi: sant'Ubaldo (patrono di Gubbio), san Giorgio e sant'Antonio Abate. È una delle più antiche manifestazioni folcloristiche italiane e non è da confondersi con una rievocazione storica, infatti si tratta di un evento che si ripete annualmente fin dal XII secolo. La festa riveste ancora oggi un ruolo fondamentale, sia dal punto di vista sociale che da quello culturale per la comunità eugubina. È vissuta con grande attaccamento da tutta la cittadinanza ed è caratterizzata da forti passioni e sentimenti che ne esprimono valori e contraddizioni. Tali sono l'importanza e la popolarità, anche a livello regionale, della manifestazione, che dal 1973 i tre ceri rappresentano il simbolo della Regione Umbria e sono stilizzati nel suo gonfalone e nella bandiera ufficiale.
Storia Origini
La tradizione vuole che sia una festa religiosa cattolica in onore di sant'Ubaldo Baldassini (1085-1160), vescovo e patrono di Gubbio, e sarebbe il frutto della trasformazione di un'originaria offerta di cera che le corporazioni medievali eugubine donavano al patrono. Tali corporazioni davano luogo al trasporto dei tre ceri: quello dei muratori e scalpellini (sant'Ubaldo), merciai (san Giorgio) e asinari (sant'Antonio). Questa interpretazione fu ampiamente sostenuta e documentata da Pio Cenci (1908), sacerdote ed epigrafista eugubino, e trova ancora oggi concorde la maggior parte degli storici.
Esistono comunque altre ipotesi che sono state prospettate nel corso del tempo. Esse si possono ridurre a due grandi insiemi: ipotesi "pagana" ed ipotesi "eroica".
Secondo l'ipotesi "pagana" la Festa dei Ceri avrebbe origine da riti pagani precristiani, forse da una cerimonia in onore della dea romana Cerere (, da cui il nome "Ceri"), legata al risveglio della primavera. Questa interpretazione della festa già ipotizzata nel 1684 da Bonaventura Tondi fu approfondita da Herbert M. Bower (1897), un antropologo inglese che accostò molti aspetti della festa al rituale descritto nelle Tavole Eugubine e congetturò che i ceri fossero una testimonianza dell'"antico e diffuso culto dello Spirito dell'Albero". L'ipotesi "pagana" venne accolta da tutti i linguisti e gli antropologi, e trovò ovviamente molti sostenitori negli ambienti anticlericali.
In base all'ipotesi "eroica" la festa celebra il ricordo della vittoria su undici città alleate contro Gubbio riportata dagli eugubini nel 1151, per intercessione miracolosa del vescovo sant'Ubaldo, patrono ma anche padre della patria. Secondo questa teoria i ceri sarebbero dei carri-trofei di guerra e la parola "cero" potrebbe derivare da carroccio. L'ipotesi "eroica" fu formulata da don Angelo Carucci (1605) e successivamente da Girolamo Beni (1848), trovando un discreto consenso nel periodo risorgimentale ed in quello del ventennio fascista. L'ipotesi "eroica" è stata recentemente riproposta con la differenza che i ceri sarebbero derivati dagli arieti sottratti come trofeo alle truppe assedianti la città.
Medioevo
Dal punto di vista documentale i ceri nacquero con la morte di sant'Ubaldo (16 maggio 1160). Dopo una vita esemplare di padre spirituale della città, ma anche dopo averla salvata dai pericoli temporali, come l'assedio da parte delle undici città confederate (1151) e dal saccheggio da parte dell'imperatore Federico Barbarossa (1155), egli fu subito venerato come un santo.
Papa Celestino III lo canonizzò con apposita bolla del 5 marzo 1192, permettendo agli eugubini di festeggiarlo "hilariter" (con gioia), come già avevano cominciato a fare.
L'11 settembre 1194 il corpo di Sant'Ubaldo fu trasferito in una chiesa a lui dedicata eretta sul monte Ingino, il colle che sovrasta Gubbio, ai piedi della rocca nei pressi della pieve di San Gervasio. Da allora nacque la consuetudine di svolgere una grande processione che prevedeva una "Luminaria", cioè l'offerta devozionale di cera con processione, e che aveva luogo alla vigilia della anniversario della morte (15 maggio). Tale processione risaliva il monte fino a raggiungere il sepolcro del patrono.
Lo statuto del 1338 obbligava i rappresentanti delle comunità nel territorio comunale e delle arti a prendere parte alla Luminaria di sant'Ubaldo. I relativi rappresentanti dovevano portare in mano dei doppieri accesi, mentre quelli delle "artes petraiolorum, merciariorum et asinariorum", dovevano provvedere all'offerta tradizionale dei ceri grandi (Cereos magnos) ed i partecipanti dovevano essere "iubilantes et gaudentes".
In questo periodo avvenne la trasformazione dell'oggetto trasportato da cera in legno. Un documento, datato 1458, riferiva che i ceri erano già di legno, ricoperto di cera di vari colori.
Rinascimento
In questo periodo Gubbio appartenne alla famiglia Da Montefeltro, signori di Urbino. Sotto il loro dominio il culto di Sant'Ubaldo crebbe ulteriormente. Un ruolo centrale ebbe il duca Federico II, nato a Gubbio nel 1422, figlio naturale di Guidantonio, conte di Montefeltro. Federico amava Gubbio, considerandola la sua patria e fece della città, la seconda capitale del suo Ducato. Nel 1472 chiamò il suo erede unico con il nome di Guidubaldo, in onore del Santo Patrono di Gubbio.
Nel 1503 venne eseguito da Sinibaldo Ibi il grande gonfalone di Sant'Ubaldo, definito come miracoloso, che assunse subito un ruolo centrale nella processione del 15 maggio. Nel 1511 Elisabetta Gonzaga, vedova di Guidubaldo, e Eleonora Gonzaga, moglie di Francesco Maria Della Rovere, successore di Guidubaldo, a seguito di un voto di concessione, restaurarono ed ampliarono la chiesa di Sant'Ubaldo. Alcuni studiosi hanno recentemente ipotizzato, che l'elegante forma del cero a prismi sfaccettati sia stata elaborata sotto l'influenza degli artisti del Ducato, ispirandosi ai poligoni aurei di moda in quell'epoca.
I ceri assunsero progressivamente la connotazione attuale e la Luminaria diventò sempre più una corsa con aspetti agonistici prendendo le distanze progressivamente dalla processione. L'Università dei Merciai stabiliva l'obbligo di "diligentemente areconciare" il cero e portarlo "ben ornato" (1549) e dipinto (1578). Da ricordare è anche il bando della Magistratura eugubina (circa 1581-1590) che imponeva sanzioni per tutti coloro che potevano causare impedimento o danni al cero.
Con l'aumentare della partecipazione alla Festa dei Ceri crebbero anche i problemi di ordine pubblico. La Festa era spesso occasione di episodi di violenza e vendette personali (ma anche rivolte contro il potere) che erano facilitate dalla confusione generata dal grande concorso di popolo e dall'euforia delle libagioni. Al fine di esercitare un maggiore controllo della sicurezza ed espletare una più rapida giustizia civile e penale in occasione dei festeggiamenti per S. Ubaldo, si istituì un magistrato specifico, chiamato Contestabile (1538). Questi comandava un piccolo gruppo di uomini armati, tra cui il portabandiera che era incaricato di portare il vessillo della città.
Seicento e Settecento
Nel '600 finì il dominio dei Montefeltro e Gubbio passò sotto lo Stato della Chiesa .
La prima descrizione sufficientemente dettagliata della Festa e soprattutto della Corsa risale al 1605. È riferita da Padre Angelo Carucci che parla di "alte e pesanti piramidi" portati da tanti uomini forzuti con "allegrezza" immensa per la città e per il monte fino al tempio di Sant'Ubaldo.
La Festa, cresciuta a dismisura, diventò nel '600 oggetto di contesa tra il governo della città ed i Canonici Lateranensi, custodi della chiesa di Sant'Ubaldo. Questi contrasti si acuirono al punto che nel 1658 il Consiglio comunale obbligò a concludere la Corsa in Cattedrale invece che nella Chiesa di S. Ubaldo.
Padre Bonaventura Tondi nel 1680 descrisse la Festa in maniera particolarmente dettagliata. Da questa fonte sappiamo che i tre ceri erano coronati delle statue di Sant'Ubaldo, di San Giorgio e di Sant'Antonio Abate, e che erano portati di corsa a spalla preceduti da due trombettieri a cavallo. Padre Tondi descrive anche le birate in Piazza Grande e l'arrivo in cima al monte. A questo riguardo l'autore precisa che all'arrivo, al momento di entrare nel cortile avanti alla Chiesa del Santo "segue un cimento curiosissimo" che consiste "nell'innalzare il cero prima degli altri sopra la porta della Chiesa, ove si lasciano e restano sino all'anno seguente". È un evidente accenno alla avvenuta trasformazione in senso agonistico della antica Luminaria.
Il trasporto dei ceri, che includeva il reclutamento dei portatori (da cui il detto: "fare gli uomini per il fero") ed il loro vettovagliamento, diventò un impegno economico, sempre più pressante, a carico dei capitani, uno o due per ogni cero, che venivano sorteggiati annualmente tra gli associati alle Università dei "muratori e scalpellini" (Sant'Ubaldo), di "merciai" (San Giorgio), ed i contadini possidenti (Sant'Antonio) dal momento che gli asinari erano scomparsi da tempo.
Con l'arrivo della Rivoluzione francese anche Gubbio fu soggetta alle nuove leggi dovute all'occupazione francese dello Stato della Chiesa nel 1798. Nel mese di luglio, il nuovo commissario "cittadino" Raffaello Carbonana notificò l'abolizione della Università dei muratori e dei merciai. Per quest'ultima organizzazione, ormai in crisi da anni, fu il "colpo di grazia". Fu soppressa per sempre e nel 1799 il trasporto del cero di San Giorgio dovette essere finanziato dalle Università di Falegnami e Fabbri.
Ottocento
Il governo filo-francese del Regno d'Italia (1805-1814) aveva emesso una disposizione che prevedeva l'abolizione di tutte le tradizioni che sembravano essere "ridicole e superstiziose" ed i ceri erano certamente tra queste. L'ispettore del Dipartimento del Metauro (cui Gubbio apparteneva) aveva chiesto di fornire informazioni sul Festa dei Ceri. Il signor Anton Nicola Tei, segretario comunale di Gubbio, con l'intento di salvare la festa fece scrivere al figlio una calorosa relazione, datata 28 novembre 1811. Tale relazione fu in grado di garantire la continuità della Festa anche se i ceri si sarebbero dovuti alzare e trasportare solo sotto la supervisione della polizia. La magistratura rappresentata del Contestabile non fu più ritenuta necessaria e la sua soppressione fu confermata anche durante la Restaurazione da Papa Pio VII (1816).
Tutti questi rivolgimenti indebolirono la Festa mettendone in crisi le fonti di finanziamento. Il comune si prese l'onere economico per il trasporto del Cero di San Giorgio, dando l'appalto ad artigiani e commercianti che si proponevano anno per anno con il sistema d'asta al ribasso. Il trasporto degli altri ceri restava appannaggio dei capitani estratti tra i muratori (Sant'Ubaldo) la cui Università ancora esisteva, e tra i contadini possidenti (Sant'Antonio) che continuavano, loro malgrado, ad essere obbligati per legge comunale, a soddisfare a questo impegno.
Con l'unità d'Italia e l'avvento della nuova legislazione laica tale obbligo finì, molti capitani si rifiutarono di organizzare il trasporto e la Festa fu ancora una volta a serio rischio di scomparire. In questo frangente fu fondamentale l'azione del comune che progressivamente si prese l'onere di finanziare tutta la Festa. Con questo miglioramento economico partirono molte iniziative. Furono rifatti nuovi tutti e tre i ceri, che sono quelli che ancora corrono: Sant'Ubaldo (1883), San Giorgio (1888) e Sant'Antonio (1893) opera del falegname Giuseppe Filippetti detto "Chicchero".