Lantropologia delle tecniche è un campo dell'antropologia che si occupa di evoluzione, storia, usi e funzioni degli oggetti tecnici e delle operazioni e abilità tecniche umane. Termini analoghi sono quelli di cultura materiale e di tecnologia culturale.
Saper fare In antropologia culturale le tecniche non sono solo gli oggetti prodotti e gli utensili per produrre. La tecnica è soprattutto un saper fare fornito di aspetti cognitivi di previsione e controllo dei processi e dei gesti tecnici. L'antropologia delle tecniche non si limita dunque a una descrizione delle tecniche, ma s'interessa anche degli aspetti cognitivi, a ciò che l'homo faber pensa e sente quando agisce tecnicamente nell'ambito di un particolare modo di vivere (cultura) e secondo diversi modi di appartenenza a una società.
Tra il fare e altre dimensioni della vita umana, come i generici pensare, dire e sentire estetico, non è possibile una distinzione o separazione netta e protratta oltre gli scopi di una osservazione approssimata, come rilevato anche dalla semiotica, per esempio in Charles Sanders Peirce che evidenzia l'importanza della coerenza, nell'uomo, fra ciò che fa e ciò che pensa per esprimere qualcosa che sia intelligibilePierce 2003, 109. Il fare e il dire, l'esperire facendo e dicendo, è caratteristica umana importante perché è in questa interazione continua del dire nel fare e del fare nel dire che si costituiscono, si sviluppano e si modificano le pratiche così come i linguaggi gestuali e verbali, i comportamenti e le comunicazioni verbali, coagendo anche a livello cognitivoM. Alinei, 1999. Sebbene fra il dire e il fare non si possano tracciare confini, i saperi esplicitabili attraverso la dimensione linguistica e i saperi impliciti connessi alla percezione umana, alle abilità apprese e incorporate, alla pratica, all'osservazione ravvicinata non sono privi di distinzioni e peculiarità.
L'epistemologo Michael Polanyi, nei due saggi Personal Knowledge. Towards a Post Critical Philosophy del 1958 e in The Tacit Dimension del 1966, individua nella conoscenza, insieme a una dimensione esplicita, anche una dimensione implicita, tacita, che ci consente di conoscere più di quello che si può esplicitare (“we can know more than we can tell”), una conoscenza tacita che ha il suo fondamento nella esperienza vissuta e nella dimensione corporea, ineliminabile mezzo di relazione dell'uomo con la realtà in cui vive. I processi comunicativi codificati e strutturati si poggiano su forme di conoscenza inespresse, pre-linguistiche e, aspetto rilevante, mai del tutto esprimibili, per cui si può affermare che la conoscenza esplicita comprende sempre anche una conoscenza che rimane implicita, precedentemente interiorizzataPolányi 1958 e 1966. Oggetto di conoscenza tacita sono per Michael Polányi le abilità che acquisiamo nella nostra esperienza. Un esempio, diventato classico, è l'acquisizione da parte di un soggetto della capacità di andare in bicicletta o di nuotare. Sostiene Polányi che, pur potendo ognuno di noi dire che sa andare sulla bicicletta o che sa nuotare, non potrebbe dire come riesca a mantenersi in equilibrio sulla bicicletta o a galleggiare quando nuota. L'abilità acquisita non è in relazione alla capacità di ognuno di noi di dire in che cosa consista e come sia riuscito ad acquisirla. Anche senza conoscere le leggi scientifiche sul moto, noi siamo in grado di diventare degli abili ciclisti e nuotatori, anzi la conoscenza delle leggi sul moto non consente affatto di imparare a nuotare o di andare in bicicletta, perché è l'esperienza diretta, la pratica, che ci consente di apprendere la tecnica e di diventare abili. Polányi trasferisce nell'ambito delle teorie della conoscenza alcune riflessioni della psicologia della Gestalt, che si basavano sull'idea che il tutto non fosse formato dalla semplice somma delle singole parti. Polányi sostiene che esiste una dimensione tacita nelle abilità percettive dell'uomo, che consente di ottenere la comprensione di una fisionomia, una dimensione tacita che funziona come una sorta di “controparte intellettuale della performance di una abilità” (Polányi 1962, 603). In sintesi, nella dimensione tacita della conoscenza Polányi inserisce le abilità e le competenze che si acquisiscono con l'esperienza e che rimangono in buona parte indicibili anche in ambito scientifico; ampia è infatti l'arte del conoscere che rimane non specificabile. Ciò è connesso alle nostre modalità conoscitive dato che la nostra attenzione può reggere solo un fuoco per volta. La consapevolezza sussidiaria comporta quindi un processo conoscitivo indiretto, che agisce tacitamente, la cui indicibilità però può essere ridotta quando spostiamo l'attenzione focale dall'entità nella sua interezza ai particolariPolányi 1958, 143-146; e 1962, 601.
L'impianto epistemico di Michael Polányi fa comprendere quanto il sapere esplicito, dicibile e codificato, incorpori un ampio sapere implicito, non proposizionale, tacito, che come in un iceberg costituisce la parte sommersa che non percepiamo e di cui spesso non abbiamo consapevolezza. L'emergere del sapere esplicito è dovuto alla sommersione di altro sapere che agisce tacitamente: non potrebbe esistere il sapere esplicito se non avessimo incorporato il sapere tacito. La conoscenza di una entità nella sua interezza non può aversi senza lo spostamento della nostra attenzione dai particolari al tutto e senza la sommersione dei dettagli, i quali non vengono dimenticati ma incorporati: “La nostra consapevolezza sussidiaria degli strumenti e delle sonde può essere adesso considerata come l'atto con cui li rendiamo parti del nostro corpo. Il modo con cui usiamo un martello o un cieco usa il bastone mostra il fatto che in ambedue i casi spostiamo fuori di noi i punti in cui prendiamo contatto con le cose che osserviamo come oggetti al di fuori di noi stessi. Mentre facciamo affidamento su di un arnese o su di una sonda, questi non vengono impiegati come oggetti esterni. Possiamo controllare l'arnese secondo la sua efficienza o la sonda secondo la sua convenienza, per esempio per scoprire dettagli nascosti di una cavità, ma lo strumento e la sonda non possono mai appartenere al campo di queste operazioni; essi restano necessariamente dalla nostra parte, sono parti di noi stessi in quanto persone operanti. Noi ci trasferiamo in essi e li assimiliamo come parti della nostra esistenza. Noi li accettiamo esistenzialmente collocandoci in esse'’Polányi 1958, 148.
L'incorporazione Il processo di incorporazione è un aspetto fondamentale del sapere e del saper fare, o della conoscenza in generale. Quanto il saper fare implicito sia incorporato nei nostri gesti quotidiani e nelle nostre abilità tecniche è stato già oggetto di riflessione da parte di Marcel Mauss, uno dei padri fondatori dell'etnologia francese, nel saggio su Le tecniche del corpo, e poi soprattutto da parte del suo allievo André Leroi-Gourhan, che sull'articolazione del gesto tecnico e sui processi di acquisizione delle concatenazioni operazionali elementari, per imitazione, per esperienza e tentativi e attraverso la comunicazione verbale, ha costruito la parte più significativa della sua ricerca sull'uomo, la memoria e la tecnicaLeroi-Gourhan 1965 (it. 1977).
A questa tradizione scientifica della tecnologia culturale è collegabile anche la tematizzazione sull'incorporazione della cultura materiale elaborata da ultimo, tra gli altri, da Giulio Angioni e da Jean-Pierre WarnierG. Angioni, Fare, dire, sentire. L'identico e il diverso nelle culture, Nuoro, Il Maestrale, 2011; J.-P. Warnier 1999 (2005), secondo i quali il soggetto umano è tutt'uno con i suoi oggetti incorporati, per cui il soggetto è tale perché, grazie alle sue condotte sensorio-motrici, forma una sintesi con i suoi oggetti, la cui materialità, spesso trascurata dalle scienze sociali, è invece, più di qualsiasi altro sistema di segni, protagonista essenziale del processo di soggettivazione, cioè della propria consapevolezzaWarnier 1999. Warnier spiega come l'auto, per chi non sa guidare, pur essendogli familiare, sia un corpo estraneo, ma che quando avrà imparato egli farà tutt'uno con l'auto e guiderà senza quasi pensare agli automatismi gestuali tanto più quanto avrà imparato bene: avrà cioè realizzato la sua sintesi corporale integrando nel suo corpo una percezione implicita del volume dell'auto, della dinamica accelerazione-frenata, della distanza di sicurezza eccetera. Così i saperi impliciti, incorporati, la memoria corporea sono dimensioni che, diventate concatenazioni meccaniche di ragionamenti e di gesti operativi, diventano seconda natura, quasi parte della zona istintuale, mentre la coscienza vigile riaffiora solo in caso di difficoltà, di qualcosa che turbi la normalità, che invece non richiede un comportamento sempre lucido o un'attenzione molto svegliaLeroi-Gourhan 1965; Warnier 1999; Angioni 1986. Le tecniche del fare quotidiano, come quelle di mestiere, di solito chiamate povere, si sono sviluppate in modo autonomo dalla conoscenza e dal discorso che diciamo scientifico o tecnologico, senza apprendimento formale ed esplicito, da maestro ad allievo, di padre in figlio, per inferenza implicita, per impregnazione.
Diventa così importante lo studio delle nozioni implicite e delle abilità incorporate, delle nozioni e delle capacità acquisite nel fare, depositate nella memoria corporea, in quella specie di memoria operativa che fa sì che il corpo possa operare nel lavoro senza il controllo teso e continuo della mente e della volontà, con quel tipo di memoria che permette la prontezza dell'animale che agisce per istinto, memoria corporea. L'agire pratico combina cose e idee, fare e saper fare, azione e coscienza, corpo e mente, astratto e concreto, simbolico e pratico, corporeo e incorporeo, segnico e fabrile.
Saperi della mano Gli antichi greci individuarono nelle mani, e insieme nella stazione eretta e nell'intelletto, oltre che nelle téchnai, gli elementi distintivi dell'umanità.
Se per Aristotele l'intelligenza e la manualità formavano un sistema già dato nell'uomo, così non era stato per alcuni componenti della Scuola di Mileto del VI secolo a.C., come Anassimandro che formulò una sorta di dottrina evolutiva delle specie animali. Anassagora di Clazomene nel V sec. a.C. sostenne poi che l'uomo è più intelligente degli animali grazie al fatto che ha le mani, dando così il primato alle mani e alle téchnaiLongo 1991; 2000; 2006, 101-103.
Passeranno millenni prima che la mano, la stazione eretta e l'intelletto siano riconsiderati esiti di processi evolutivi lunghi e complessi. L'importanza data alle mani, alla ragione e alle tecniche intese come abilità, come saper fare, spesso si accompagna alla consapevolezza dell'incompletezza degli uomini rispetto agli altri animali. Già Platone, nel mito del Protagora sulla nascita delle stirpi mortali, narra che per colpa di Epimeteo l'uomo fu l'unica stirpe alla quale non vennero distribuite doti naturali per procurarsi il cibo e per proteggersi dal freddo e dagli altri animali. Vi pose rimedio Prometeo, che, per salvare la stirpe umana, penetrò nella “comune dimora” di Atena ed Efesto, rubando il sapere tecnico (éntechnos sophìa) e il fuoco, per darli all'uomo. Egli così, “usando l'arte, articolò ben presto la voce in parole e inventò case, vesti, calzari, giacigli, e il nutrimento che ci dà la terra”Platone, Protagora, 320d-324d; trad.it. di F. Adorno.