La parola Ātman (devanāgarī आत्म ) o Atta (Pāli) si riferisce a un "Io" o "Sé". Viene anche tradotta come "anima" o "ego". Le parole ātman e atta derivano dalla radice Indo-Europea *ēt-men (respiro) e sono parenti dell'inglese antico æthm, del tedesco Atem, e del greco atmo
Primi significati del termine Per quanto riguarda il significato più generale del termine, vedi la voce Ātman.
Tale termine compare per la prima nel Ṛgveda, la più antica raccolta degli inni vedici (XX-XV secolo a.C.) dove indica che l'essenza, il soffio vitale, di ogni cosa è identificabile nel Sole (Sūrya):
Esso trae il significato da varie radici an (respirare), at (andare) va (soffiare)Monier Monier-Williams. Sanskrit-English Dictionary, ma anche Margaret Stutley e James Stutley. Dizionario dell'Induismo. Roma, Ubaldini, 1980, pag. 46..
Nel Śatapatha BrāhmaṇaŚatapatha Brāhmaṇa X, 5,3,2-3, uno dei commentari in prosa dei Veda probabilmente composti in un periodo compreso tra il X secolo l'VIII secolo a.C., questa descrizione come "essenza" e "soffio che dà la vita" propria del Ṛgveda viene interpretata come una unità, trascendente ed immanente al tempo stesso, di tutta la Realtà cosmicaMargaret Stutley e James Stutley. Dizionario dell'Induismo. Roma, Ubaldini, 1980, pag. 46. e in questo senso un analogo del Brahman, la formula sacrificale che genera e mantiene il Cosmo.
Le successive riflessioni degli Āraṇyaka, con l'importanza data alla «coscienza di Sé» (prajñātman), e poi delle Upaniṣad, intorno all'VII-IV secolo a.C., iniziano a delineare l'ātman come Sé individuale distinto eppure inscindibile dal Sé universale (Brahman).
Anche se il buddismo è fondato sulla teoria del "non sé" Anatta, alcuni insegnamenti della scuola Mahāyāna sostengono l'esistenza di una realtà ultima di un atman [Sé], che viene identificato con l'essenziale, la natura ultima della mente (Dalai Lama). Questa dottrina è conosciuta anche come Tathagatagarbha.
La definizione di atman nel buddismo Candrakīrti contestualizza così l'Atman :IAST - Bodhisattvayogacaryācatuḥśatakaṭikā "Atman è l'essenza delle cose che non dipendono da altri fenomeni, ma che possiedono una natura intrinseca non condizionata". La non esistenza di questo è Anatta - Mancanza di un sé permanente. La dottrina dell'Atman nei Vedānta e la teoria del Dharma nel buddismo, si escludono a vicenda. Il Vedanta tenta di stabilire un Atman come base di tutto, mentre il buddismo afferma che tutto nel mondo empirico è solo un flusso di Dharma che passano (processi impersonali ed evanescenti), che devono quindi essere definiti Anatta, cioè, senza un sé persistente, senza un'esistenza indipendenteVedanta and Buddhism - A Comparative Study - edited by - Helmuth von Glasenapp. Il significato della parola Attan (nominativo: Atta, sanscrito: atman, nominativo: atma) si divide in due gruppi: nell'uso quotidiano, Attan ("Sé") serve per denotare la propria persona, e ha la funzione di un pronome riflessivo. Questo utilizzo è, per esempio, illustrato nel capitolo 12 del Dhammapada. Come termine filosofico, Attan indica l'anima individuale come ipotizzato dai giainisti e altre scuole contemporanee, ma - al contrario - respinta dai buddisti. Questa anima individuale rappresenterebbe una monade spirituale immutabile, perfetta e beato per natura, anche se le sue qualità possono essere temporaneamente oscurate, a causa della sua caduta nel mondo materialeIbidem. Quindi il termine "sé" (atman) designa qualsiasi entità individuale, eterna e immutabile, in altre parole, ciò che la metafisica occidentale chiama "sostanza": "Qualcosa che esiste grazie a se stessa, non attraverso qualcosa d'altro, né è collegata a, o inerente a, qualcosa d'altro"Sutta-nipata, v 477. Nell'uso filosofico buddista, Attan è, quindi, qualsiasi entità di cui si può erroneamente supporre che esista indipendentemente da tutto il resto, e che esista in base esclusivamente alle proprie forze.
La definizione di Anatta
Anattan (nominativo: anatta) è un sostantivo (sanscrito: Anatman) e significa "non-sé", nel senso di un ente che non è indipendente. Anatman significa "ciò che non è Anima (Sé o Spirito)," anche le scritture brahmaniche (fonti sanscrite)(Bhagavad Gita, 6,6; Shankara a Brahma Sutra I, 1, 1, Bibl, pag 16; Vedantasara Sezione 158) lo usano in questo senso. Il suo utilizzo frequente nel buddismo si spiega con la preferenza per le definizioni in negativo. Frasi come rupam anatta devono pertanto essere tradotti "gli aggregati del corpo sono un non-sé" o "non sono un'entità indipendentevedi Dhammapada 379;. Geiger." La parola anatta è quindi qui tradotta con "non ha il carattere di un sé, non è indipendente, è priva di un sé (persistente), è priva di una sostanza (eterna)", ecc. Ciò è particolarmente evidente nel caso della parola anatta, che può essere sia un singolare sia un sostantivo plurale. Nella ben nota frase sabbe sankhara anicca - sabbe sankhara dukkha - sabbe dhamma anatta(Dhp. 279), "tutti i fattori dell'esistenza condizionata sono transitori, soggetti al dolore, tutti i fattori - condizionati e non condizionati (Nirvana incluso) - sono privi di un sé" si afferma che un Sé permanente non esiste, ne' nel mondo condizionato (che cade sotto i nostri sensi), ma nemmeno tra i dhamma non condizionati che non hanno avuto inizio e sono "senza morte"Samyutta Nikaya (35, 85; PTS IV, p.54). Perciò è detto: Ci sono tre insegnanti in tutto il mondo. Il primo Maestro insegna l'esistenza di un ego eterno che supera la morte: questo è l'Eternalismo, come ad esempio insegna il cristianesimo o l'induismo. Il secondo Maestro insegna che esiste un'entità temporanea che viene annientata con la morte: questa è la tesi materialista. Il terzo Maestro insegna che non esiste né un Sé eterno, né uno temporaneo: questo è il Buddha. Il Buddha insegna che, ciò che noi chiamiamo ego, il sé, l'anima, la personalità ecc., sono termini puramente convenzionali che non fanno riferimento ad alcuna reale entità indipendente. E insegna che dobbiamo individuare questo processo psicofisico di cui è sostanziata l'esistenza e notare come cambia in continuazione. Questa teoria della non esistenza di un "Io PERMANENTE" costituisce l'essenza della dottrina del BuddhaEgolessness (Anattaa) by Nyanatiloka Mahathera.
Tutto è in fiamme
Una volta che un certo Monaco avvicinò il Beato, gli chiese: "Venerabile Signore, cosa si dovrebbe conoscere e sperimentare, per abbandonare una visione errata, per eliminare ogni falsa idea di un Sé permanente, per superare tutti i processi creati dall'Io? - Bhikkhu, quando si conosce e si sperimenta che ogni contatto visivo dell'occhio con le forme è impermanente, che le sensazioni che sorgono dal contatto visivo sono impermanenti, si capisce l'idea che "Questo è mio", "Questo sono io" deve essere superata, eliminata e abbandonata completamente...Samyutta Nikāya. Libro IV [147-148] Nel "Sutta del fuoco" il Buddha spiega estensivamente come l'intero apparato percettivo sia in fiamme: non solo l'occhio ma anche il suo oggetto, le forme e il processo di percezione con la conseguente sensazione causata dal contatto della forma con lo sguardo che la percepisceR. Gombrich - Il pensiero del Buddha
I diversi concetti di "Sé" Mentre i sutta attaccano decisamente la nozione di un Sé eterno e immutabile, "considerano una persona illuminata come uno il cui Sé empirico è altamente sviluppato."Peter Harvey, "The Selfless Mind." Curzon Press, 1995, page 54. Chi possiede un grande sé ha una mente che non è alla mercé degli stimoli esterni o dei suoi propri stati d'animo, ma è intrisa di autocontrollo e di contenuto. La mente diventa senza confini, non limitata da un'auto-identificazione fallace.Peter Harvey, "The Selfless Mind." Curzon Press, 1995, page 63. Al culmine del suo sentiero, l'Arahant, viene descritto come "uno che possiede un sé sviluppato" (bhāvit-Atto), che ha effettuato il processo di sviluppo personale e di fiducia in se stesso, fino a giungere alla perfezione. Un Arahant è descritto come "uno la cui mente è come un diamante": La virtù, la saggezza, e le facoltà meditative e spirituali sono ben sviluppate Il corpo è "sviluppato" e "costante" La Mente è "sviluppata", "salda", "ben liberata" e priva di volontà malvagie Di fronte agli oggetti dei sei sensi, è equanime, non si confonde, vede solo ciò che vede, e sente solo ciò che sente. Non fa proiezioni mentali e ha superato gli ostacoli come l'attaccamento, il desiderio, e l'avversione I sei sensi sono "controllati" e ben "custoditi"; Esercita il pieno "auto-controllo" (atta-Danto) e possiede "un ben controllato sé" (attanā sudantena) È "Illimitato, grande, profondo, incommensurabile, difficile da capire, un grande tesoro, sorto (come il) mare"Peter Harvey, "The Selfless Mind." Curzon Press, 1995, pages 57-58..
Il movimento Dhammakaya e i suoi insegnamenti in materia di non-sé
Nel corso degli ultimi decenni (almeno dal 1939), si è sviluppata in Thailandia un movimento di monaci e maestri di meditazione, chiamato "Dhammakaya". Il Movimento Dhammakaya insegna che è erroneo sussumere sotto la voce anatta (non-sé), il nirvana, che invece sarebbe il "vero sé" o Dhammakaya. Questo insegnamento è sorprendentemente simile a quello dei Tathagatagarbha sutra. Paul Williams spiega così il punto di vista di questo movimento: il Dhammakaya sostiene che si ottiene la realizzazione, quando la mente raggiunge il suo stato più puro, in un incondizionato "Corpo del Dhamma" (Dhammakaya) sotto forma di figura luminosa, radiosa e chiara, di un Buddha privo di tutte le contaminazioni e situato all'interno del corpo del meditante. Questo è il Nirvana o "vero Sé", che corrisponde appunto al Dhammakaya. Il buddismo Theravada rifiuta questo insegnamento e insiste sul non-sé come elemento universale. A fronte di questo, Phra Rajyanvisith del Movimento Dhammakaya (che non si considera Mahayana, ma un Theravāda riformato) sostiene che solo ciò che è composto è condizionato è non-sé - mentre il nirvana è assoluto e non condizionato, quindi possiede un Sé non dipendente e auto-consistenteP. Williams, Mahayana Buddhism, Routledge, London, 2009, pp. 127-128..
La visione dell'Atman nel buddismo Mahayana Nel buddismo Mahāyāna, esiste una classe importante di sutra, generalmente conosciuta come Natura del Buddha (Tathagatagarbha), alcuni dei quali affermano che, in contrapposizione all'impermanente sé mondano dei cinque skandha (le componenti fisiche e mentali del nostro sé), esiste un sé eterno, vero, che non è altro che il Buddha stesso, nella sua natura ultima nirvanica. Questo è il "vero sé", presente in ogni essere, la personalità ideale, raggiungibile da tutti gli esseri a causa della loro potenzialità innata di liberarsi dai condizionamenti mondani. La natura del Buddha non rappresenta un sé sostanziale (atman), ma piuttosto rappresenta la potenzialità di realizzare la buddhità attraverso pratiche corrette. L'intenzione degli insegnamenti del Buddha è soteriologica, piuttosto che teoricaHeng-Ching Shih, "The Significance Of 'Tathagatagarbha' - A Positive Expression Of 'Sunyata.'" ..
Prima del periodo Tathagatagarbha, Mahāyāna la metafisica era stata dominata dagli insegnamenti sulla vacuità. Il linguaggio usato da questo approccio è principalmente negativa, e il modello Tathagatagarbha dei sutra può essere visto come un tentativo di utilizzare un linguaggio affermativo, per evitare che le persone venissero scoraggiate da una falsa impressione di nichilismo buddista.