Il dialetto massese è una varietà linguistica di tipo toscanoGiacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pgg. 55-65 parlata nella città italiana di Massa e in alcune frazioni del suo territorio comunale.
Classificazione Il massese, a differenza dei contigui dialetti carrarese e lunigiano, ascritti alla lingua emilianaMichele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 111, è considerato come un dialetto di tipo toscano, come ad esempio nella Carta dei dialetti d'Italia di Giovan Battista Pellegrini del 1977, nella classificazione di Luciano Giannelli del 1988 o, in maniera ancora più approfondita, da Daniele VitaliLuciano Giannelli, 1988. Aree linguistiche VI. Emilia Romagna. LRL 4: 594·606., nel primo volume della collana dialetti emiliani e dialetti toscani del 2020. Tuttavia, in studi meno recenti il massese è inserito nei dialetti lunigiani o lunigianesi e perciò ascritto al sistema gallo-italicoLeonardo Maria Savoia, Recensione a "Lunigiana" di P. Maffei Bellucci, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, classe di Lettere e Filosofia, serie III, 8, 1978, pagg. 1914-1918. Per altri ancora è la sola variante urbana del centro storico di Massa a poter essere ritenuta esposta a parziale toscanizzazione, mentre tutto intorno si sarebbero mantenute varietà prettamente gallo-italicheLuciano Giannelli, Profilo dei dialetti italiani: Toscana (seconda edizione), Pacini editore, Pisa, 2000, pagg. 129-130 e nota 469Michele Armanini, Ligures Apuani. Lunigiana storica, Garfagnana e Versilia prima dei Romani, Padova 2015, pagg. 47-67.. Vi è inoltre chi rileva che persino l'estremità meridionale dell'area apuana risulti già nettamente separata dal territorio linguisticamente toscanoA.C. Ambrosi, Osservazioni sugli attuali limiti dell'area fonetica cacuminale nelle Alpi Apuane, in «Giornale storico della Lunigiana», a. VII, n. 1-2: 5-25, 1956. Per aiutare nella classificazione del dialetto massese si riportano gli elementi caratterizzanti dei dialetti galloitalici: 1) La sincope fonetica e l'indebolimento delle sillabe atone. 2) la scomparsa delle consonanti geminanti (possiede il raddoppio fonosintattico e l'autogeminazione) 3) la generale tendenza all'apocope (caduta delle vocali singolari finali differenti da A) fenomeno al quale è estraneo il ligure, salvo che nel caso di vocaboli che hanno per penultima lettera N ed M (es. can e sian). 4) l'utilizzo del pronome clitico soggetto e la costruzione della frase nell'ordine obbligatorio soggetto-verbo-oggetto, come in francese. Mentre in toscano o italiano l'ordine è libero. E i clitici del fiorentino (obbligatori) dove li mettiamo? 5) La riduzione della [ a ] latina tonica a [ e ], visibile particolarmente negli infiniti dei verbi della prima coniugazione, fenomeno assente tra gli altri dialetti in ligure. 6) La S sonora, cioè simile a Z, in posizione intervocalica. 7) La lenizione, ossia il fenomeno della trasformazione delle occlusive sorde del latino in sonore (es. fatica-fadiga). 8) La trasformazione di é in è (es. nèva o nèa per néve). 9) La trasformazione di ò in ó (es. bón piuttosto che buono). 10) In alcuni dialetti settentrionali si ha la palatizzazione di A davanti a L, che diviene E. Ebbene di detti fenomeni il massese presenta i n.1,4,5,6,7,8 e 9. completamente, il n.2 e 3 solo parzialmente. Ossia nessuno dei fenomeni tipici dei dialetti settentrionali, salvo quello riferito al punto 10, è completamente assente nel massese. Relativamente al punto 2 si ha una riduzione delle doppie in massese (es. doppia r o doppia L, e talvolta doppia T), ma non una loro totale assenza, e relativamente al fenomeno 3, questi è generalizzato solo nelle frazioni a nord del Frigido, mentre a sud del Frigido la vocali finali maschili cadono solo in un numero limitato di casi (es. “Can”, “Pan”, “Nazion”, ecc.) alla maniera del ligure.
Diffusione Il massese, ossia l'insieme delle parlate di tipo massese, fuori dal comune di Massa, si estende, sebbene con talune differenze, solo al comune di Montignoso, giacché negli altri comuni confinanti con Massa si parlano altri dialetti quali il versiliese (che pur mostra un substrato apuano), il vaglino (varietà di alto garfagnino, un tempo piuttosto affine al massese), il lunigianese (con influenze emiliane e liguri) o il carrarese (altro dialetto lunigianesePatrizia Maffei Bellucci, Lunigiana. Profilo dei dialetti italiani, Pisa 1977 distinto rispetto al massese, nonostante le affinità che rendono le due parlate totalmente intellegibili fra loro). La parlata più schiettamente massese si può ascoltare nelle frazioni montane attorno Massa, quali Forno, Resceto, Casette, mentre nella piana, sin dall'Ottocento, si è assistito a un processo di italianizzazione del dialettoLuciano Giannelli, Toscana. Profilo dei dialetti toscani, Pisa 2000, pp. 129-130, dove si afferma la presenza nelle parlate montane di spiccati tratti settentrionali, cioè gallo-italici, con sostituzioni di parole quali mo' con adesso, e in ispecial modo di quella parte del lessico più lontana dall'italiano e dal vicino toscano (es. ariatto è sostituito da ugelin oppure furbattola da farfala, così come frola da novela). Tipico della parlata della pianura è pure l'abbandono del costume di fare terminare tutti i vocaboli maschili, necessariamente in O (es. maro piuttosto che mare) e femminili in A (es.fama per fame), riallacciandosi all'italiano. Le varietà dialettali dei paesi montani, molto conservative, mostrano una maggiore arcaicità e, per certi aspetti, una certa lontananza dal toscano comune (contrariamente a quanto avvenuto per il centro di Massa, più aperto alle influenze provenienti dalla Versilia), conservando certi elementi che li accostano di più al carrarino che al dialetto del centro di Massa. Caratteri quali le cacuminali (es. Bedo, per Belo), l'uso del "te" in luogo del "tu", la pronuncia delle V, che invece sono quasi scomparse nel dialetto del centro. (es" i lavorave ", invece di "i laoraa" per dire lavorava). Anche il dileguo o, più di frequente, riduzione a vocale indistinta ǝ (scevà) delle atone in corpo di parola o, nei participi e negli infiniti, a avvicina i dialetti delle frazioni più decentrate al carrarino, piuttosto che al massese del centro urbano o Cinquale, che sono le aree più esposte alle influenze versiliesi.
Caratteristiche e storia Non è ancora chiaro perché in provincia di Massa-Carrara si parlino dialetti emiliani e di transizione verso l'emiliano in quanto l'area è appartenuta sì al ducato di Modena e Reggio, però solo per un breve lasso di tempo a cavallo tra i secoli XVIII e XIX, quando ormai il dialetto era già formato. Certamente ebbero un peso maggiore i contatti commerciali che la zona ebbe dall'Alto Medioevo con l'Emilia occidentale, in particolare con il Piacentino. Le caratteristiche emiliane che si riscontrano nella provincia di Massa e Carrara sono infatti riconducibili a quella parte di Emilia che sta a contatto con la Liguria, quindi all'area linguisticamente piacentinaPatrizia Maffei Bellucci, Lunigiana... cit..
Nonostante la parziale emilianizzazione dell'area, comunque, è evidente l'esistenza di un sostrato autoctono, che si potrebbe definire ligure-apuano, da non confondersi con l'attuale ligure sviluppatosi su basi genovesi, nel dialetto locale. Il fenomeno è evidente soprattutto nella fonetica e utenza, giacché pure la provincia della Spezia, la Versilia e la Garfagnana (entrambe in provincia di Lucca), ossia tutte le aree che costituirono il territorio dei Liguri Apuani, sebbene oggi siano a livello linguistico ripartite tra lunigianese, ligure orientale e garfagnino-versiliese, hanno evidenti affinità sia di lessico e tradizioni, e soprattutto di fonetica, essendo quest'ultimo l'aspetto più conservativo di una lingua. A tutt'oggi vi è un'alta intelligibilità' tra i dialetti parlati nell'area tra Spezia e Montignoso (spezzino, sarzanese, carrarino, massese e parlate della Lunigiana), nonostante che i dialetti locali siano stati inglobati in differenti subfamiglie dialettali. Come noto la lingua è, tra gli aspetti culturali, quello più soggetto a influenze esterne e talvolta, per ricostruire la storia linguistica di una comunità è necessario dare uno sguardo ad altri aspetti della cultura: infatti tra Lunigiana, Spezzino, Alpi Apuane, Garfagnana e Versilia, all'apparente frammentazione linguistica fa comunque da contraltare una importante omogeneità dal punto di vista etnografico (tradizioni, usi, costumi), che differenziano l'area da quelle circostanti, specialmente dalla Toscana e in buona parte anche dall'Emilia, configurandola, piuttosto, come propaggine della LiguriaMichele Armanini, Ligures Apuani... cit, pagg. 1-47. Pare che sino al X-XI sec. si fosse conservata una parlata preromana, nell'area dei Monti Apuani (forse il ligure-apuano?). Infatti nel Codice Pelavicini si fa riferimento alla strana parlata delle genti delle valli apuane (Cit, manoscritto Codice Pelavicino). Pur essendo l'area del dialetto massese affatto ampia, enorme è (o meglio era) la sua frammentazione interna, tra la parlata della piana e della città e quella delle frazioni montane del comune. Ciascuna di queste frazioni, sebbene distino quasi sempre meno di 10 km dal centro di Massa, aveva un proprio specifico dialetto, con numerose parole differenti dal massese e un accento proprio (“calata” in dialetto). Tra queste parlate della montagna, la più distante dal massese standard era el lantoneso, parlata della frazione di Antona, La vulgata afferma che ad Antona e in altri centri montani si siano stabiliti, in epoca imprecisata, gruppi di corsi, ma manca qualsiasi riscontro di tipo documentario, senza contare poi che, linguisticamente, le analogie col corso sono condivise da tutti i dialetti del comune di Massa e non da quelli di singole frazioni. Aree conservative sono anche quelle di Forno e Canali (Gronda, Guadina, Resceto), dove fino a pochi anni or sono si usava un lessico in gran parte distinto rispetto a Massa (es.Tartuffole, Bisalanga/Bisangola e Bacaculi, Butiro e Toté ossia patate, altalena, capriole, burro e nascondino).