La sua fallimentare discesa in Italia nel 1494, in passato conosciuta come "la calata di Carlo", inaugurò le cosiddette guerre d'Italia (definite "horribili" da Francesco Guicciardini): una lunga serie di otto conflitti con cui le grandi potenze europee si disputarono il controllo della penisola, terminata solo nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, che mutò profondamente la geografia politica dell'Italia.
Biografia I primi anni e la politica interna Carlo VIII nacque in Francia, ad Amboise. Quando il 30 agosto 1483 il re Luigi XI morì, essendo l'unico dei suoi figli maschi ancora in vita, ne ereditò il trono.
Ambizioso, di salute cagionevole,Tra l'altro Carlo aveva una malformazione ai piedi (sei dita ciascuno anziché cinque) e per nascondere questa sua malformazione inventò le scarpe "a becco d'anatra". considerato dai contemporanei di indole gradevole, ma privo di grande intelligenza politica e non adatto agli affari di Stato, dai tredici ai ventuno anni Carlo governò sotto la reggenza della sorella maggiore, la principessa Anna di Beaujeu, e del marito di lei, il cognato Piero di Borbone.
L'azione politica di Carlo fu anzitutto tesa a consolidare ed estendere il territorio del regno. Ottenne per vie diverse l'annessione degli ultimi due grandi ducati che godevano ancora di una forte autonomia rispetto alla corona francese: il Ducato di Angiò (comprendente l'Angiò e la Provenza), tramite un complesso meccanismo ereditario, e il Ducato di Bretagna, tramite il matrimonio, celebrato il 6 dicembre 1491, con l'erede, la duchessa Anna di Bretagna, in un'elaborata cerimonia a Château LangeaisLa quindicenne duchessa Anna, infelice dell'arrangiamento politico dell'unione, arrivò al matrimonio con il suo entourage, che trasportava due letti. Dopo il matrimonio visse a Clos Lucé, ad Amboise.. Con il matrimonio Carlo VIII si liberò quindi della reggenza della sorella e dell'influenza dei parenti: da allora poté gestire gli affari di Stato secondo le sue intenzioni.
A corte ci fu anche una vivace vita culturale: tra i poeti spicca la figura dell'umanista italiano Publio Fausto Andrelini. Con il trattato di Étaples del 1492 e con quello di Barcellona del 1493 Carlo normalizzò i rapporti con Inghilterra e la Corona d'Aragona, sebbene al prezzo di onerose concessioni. Sempre nel 1493, con il trattato di Senlis, pose fine alla guerra con il Sacro Romano Impero per la successione al trono di Borgogna, riuscendo a mantenerlo al prezzo della rinuncia alla Franca Contea, all'Artois e a parte delle Fiandre, ed annettendolo definitivamente nel 1497.
La marcia su Napoli
Pacificati i rapporti con le potenze europee, Carlo, che vantava attraverso la nonna paterna Maria d'Angiò (1404-1463) un lontano diritto ereditario alla corona del Regno di Napoli, indirizzò le risorse della Francia verso la riconquista di quel reame. Ad incoraggiarlo nell'impresa fu soprattutto Ludovico Sforza, detto Il Moro (che ancora non era duca di Milano, ma ne era solo reggente), intenzionato a vendicarsi di Alfonso II, suo cognato e re di Napoli che, appena salito al trono, gli aveva dichiarato guerra, invadendo come primo atto ostile la città di Bari, di cui Ludovico era duca. Anche i suoi consiglieri, Guillaume Briçonnet ed Étienne de Vesc, lo sollecitarono fortemente all'impresa.
La riconquista del sud della Penisola, già governato dalla casata degli Angioini durante il XIII secolo, non comprendeva, nei progetti, anche la Sicilia. Quest'ultima circostanza depone a favore della tesi secondo la quale Carlo VIII non intendeva accrescere semplicemente i domini della sua casata, ambizione comune a molte case regnanti di area mitteleuropea o anglosassone, ma farne piuttosto la base di partenza per quelle Crociate la cui eco era rinvigorita dalla cacciata degli Arabi dall'ultimo loro possedimento in terra spagnola, il Regno di Granada (1492), avvenuta proprio in quegli anni. Il progetto politico della Res Publica Christiana Pro Recuperanda Terra Sancta aveva ancora presa nelle classi dirigenti europee, nonostante la fine rovinosa cui erano andati incontro tanto i fautori di quel progetto, quanto coloro che avevano inteso realizzarlo ben prima, intorno alla metà del Duecento.
Carlo scese in Italia il 3 settembre 1494 con un esercito di circa effettivi, dei quali erano mercenari svizzeri, dotato di un'artiglieria leggera moderna, accolto festosamente dai duchi di Savoia. Il suo esercito si accampò ad Asti, dove Carlo VIII ricevette l'omaggio dei suoi sostenitori: Margarita de' Solari, fanciulla di undici anni (nel 1495 gli dedicò Les Louanges du Mariage), alloggiando Carlo nel palazzo del padre in Asti, ne ascoltò le lodi, il cardinale Giuliano della Rovere, Ludovico Sforza con la moglie Beatrice d'Este ed Ercole d'Este, duca di Ferrara. A Pavia conobbe Gian Galeazzo Sforza e la moglie, Isabella d'Aragona. Isabella ne approfittò per scongiurarlo di proteggere la sua famiglia dalle mire di Ludovico Sforza. Tuttavia, un mese dopo questo incontro, il marito Gian Galeazzo Sforza morì, probabilmente avvelenato, e Ludovico il Moro divenne signore di Milano con il benestare dei francesi.
Carlo, dapprima intenzionato a percorrere la via Emilia fino alla Romagna, ne venne dissuaso dagli atteggiamenti bellicosi di Caterina Sforza, signora di Forlì e Imola. Così, dopo una tappa a Piacenza, si diresse verso Firenze. La città era tradizionalmente filofrancese, ma la politica incerta del suo signore, Piero di Lorenzo de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, l'aveva schierata in difesa degli Aragonesi di Napoli. Il pericolo incombente dei saccheggi e delle violenze dell'esercito francese (enfatizzato da una violenta predica di Girolamo Savonarola) accentuò il rancore della maggior parte dei cittadini contro i Medici.
Carlo VIII entrò il 29 ottobre a Fivizzano, saccheggiandola, e pose l'assedio alla rocca di Sarzanello, chiedendo che gli fosse lasciato il passo per Firenze. Piero, mutato consiglio, all'insaputa della città, gli concesse più di quanto chiedesse: le fortezze di Sarzanello, di Sarzana e di Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno e il via libera per Firenze.Tornato a Firenze l'8 novembre, Piero fu immediatamente cacciato dai fiorentini che, considerato il suo atteggiamento vile e servile, proclamarono la Repubblica. Allo stesso tempo i fiorentini agevolarono l'invasione di Carlo VIII, ritenuto restauratore della loro libertà e riformatore della Chiesa, il cui papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) era considerato indegno dal Savonarola e da larga parte dei cattolici.
Carlo VIII però, timoroso di inimicarsi le potenze europee, non intendeva deporre il Borgia dal papato. Discendendo verso Roma entrò in Siena con grandissima pompa il 2 dicembre, per la Porta Camollia e ivi risedette per due giorni. Il 4 dicembre riprese la marcia verso la Città Eterna e prese dapprima Civitavecchia. Il 31 dicembre 1494, approfittando di una coincidenza fortunata, ottenne dal papa l'ingresso pacifico nella Città EternaL'amante del papa, Giulia Farnese, moglie del suo alleato Orsino Orsini, e la suocera, Adriana Mila, in viaggio da Bassanello verso il Vaticano, caddero in mano dei soldati francesi. Carlo le usò come merce di scambio: le donne vennero liberate nel giro di un mese e l'esercito francese entrò sfilando in Roma.. L'accordo non risparmiò Roma dai saccheggi delle truppe francesi. Per evitare l'ulteriore permanenza in città, il 6 gennaio 1495 Alessandro VI accolse Carlo VIII e ne autorizzò il passaggio negli Stati pontifici verso Napoli, affiancandogli come cardinale legato il figlio Cesare Borgia.
Carlo VIII assediò Tuscania, presso Viterbo, distruggendone due terzieri e uccidendone 800 abitanti, ed espugnò poi il castello di Monte San Giovanni Campano (all'epoca Monte San Giovanni), trucidando 700 abitanti; il re in persona guidò l'assalto alla fortezza.
Il 22 febbraio occupò Napoli praticamente senza combattere: il re Ferdinando II, detto Ferrandino, era già fuggito con tutta la corte in vista di una futura resistenza. Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio, quando il popolo e le armate napoletane, al grido di "ferro! ferro!", nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno.
La rapidità e la facilità con cui Carlo VIII aveva raggiunto Napoli, e la posizione di dominio in Europa che gli derivava dall'unione delle corone di Francia e di Napoli, suscitarono la formazione di una Lega antifrancese, composta da Venezia, Impero, Papato, Milano e Spagna. Carlo VIII comprese quindi che era tempo di ripiegare in Francia e cercò di valicare l'Appennino; il 6 luglio 1495 trovò però l'esercito della lega degli stati italiani a sbarrargli la strada nella battaglia di Fornovo. Carlo ne uscì sconfitto, ma riuscì a riparare in Francia, come era suo scopo.
I suoi atti sono ricordati da letterati italiani come Giorgio Summaripa ed anche nel romanzo storico di Luigi Gramegna, La sibilla del re.
Il ritorno in Francia e la morte Negli anni successivi Carlo VIII tentò di ricostituire il suo esercito, ma senza successo, a causa dei grandi debiti contratti per la spedizione precedente.
Morì a 27 anni, il 7 aprile 1498, per un incidente nel castello di Amboise: batté la testa contro l'architrave in pietra di una porta, mentre, a cavallo, si recava ad assistere a una gara di jeu de paume; nel giro di due ore entrò in coma e morì per emorragia cerebrale.
Carlo VIII fu l'ultimo esponente del ramo regale della dinastia Valois, detto "dei Valois diretti". Alla sua morte il trono passò al cugino, il Duca d'Orléans Luigi II di Valois-Orléans, che regnò come Luigi XII di Francia. Al suo successore Carlo VIII lasciò in eredità una Francia immersa nei debiti e nel disordine, risultato di un'ambizione definibile, nella forma più benevola, irrealistica. Eppure la sua spedizione ebbe anche risvolti positivi, portando contatti tra gli umanisti italiani e francesi, dando vigore alle arti ed alle lettere francesi nel tardo Rinascimento.
Aspetto e personalità Carlo era un uomo di bassissima statura e di salute malferma, descritto come mostruoso dagli italiani, tanto che Jacopo d'Atri si sentì in dovere di comunicare alla marchesa Isabella d'Este che il re "non è così deforme come nostri il fanno"La galleria dei Gonzaga, venduta all'Inghilterra nel 1627-28: documenti degli archivi di Mantova e Londra, Alessandro Luzio Cogliati, 1913, p. 223.. Aveva la testa grossa, gambe corte e storte, sei dita per piede ; inoltre era afflitto da un persistente tremore nelle mani. Secondo il cronista Marin Sanudo, non indossava l'elmo poiché la sua debole complessione non glielo permetteva. I contemporanei concordavano nel dire che l'unica sua bellezza fosse lo sguardo, nella quale si trovava una certa nobiltà..
L'ambasciatore veneziano Zaccaria Contarini così lo descrive nel 1492:Lezioni di letteratura italiana, dettate nell'Università di Napoli, Volume 2, Luigi Settembrini, 1868, p. 16.Della diplomazia italiana, dal secolo XIII al XVI, Alfred Reumont · 1857, pp. 81-82.
Era giudicato ambizioso e fanatico, ammiratore degli antichi paladini del ciclo carolingio a tal punto da volerli imitare con la sua impresa in Italia.Bernardino Zambotti, Diario Ferrarese dall'anno 1476 sino al 1504, in Giuseppe Pardi (a cura di), Rerum italicarum scriptores, p. XXXIV Era soprannominato l'Affabile o il Cortese per la sua cordialità nel disporsi con tutti. In questi termini ne parla infatti la duchessa Beatrice d'Este alla sorella Isabella: