La guerra economica è un tipo di conflitto ibrido, focalizzato sull'impiego di strumenti commerciali, finanziari, industriali e legali, che ha come obiettivo l'indebolimento e/o la distruzione dell'economia dello stato avversario.
Le guerre economiche possono essere totali o settoriali: settoriali se i belligeranti circoscrivono il conflitto a segmenti specifici, come il divieto di esportare una categoria di bene o la militarizzazione di un'intera industria, totali se coinvolgono una pluralità di settori e hanno natura sfaccettata.
Le politiche e le misure tipiche delle guerre economiche includono gli acquisti preclusivi, i dazi, il disinvestimento, il congelamento di beni, la sospensione di aiuti allo sviluppo e linee di credito, la speculazione finanziaria, gli embarghi, le sanzioni economiche e le svalutazioni competitive.
La storia della guerra economica Uno dei primi a parlare di guerra economica nel senso in cui la si intende oggi è stato l’ex Consigliere del Presidente francese Georges Pompidou, Bernard Esambert, che nel 1991, ossia paradossalmente proprio all’inizio del decennio di relativa pace nei rapporti internazionali seguito al crollo dell’Urss e precedente l’attacco alle Torri gemelle di New York, pubblicò un’opera controcorrente per l’epoca. Fin dalle prime pagine La guerra economica mondiale sfatava il mito allora in costruzione di un mondo multilateralista e pacifico sotto l’egida dell’Onu. In un contesto di economia globalizzata quale potenzialmente si presentava all’indomani della caduta del comunismo e del conseguente ingresso di un consistente numero di economie nazionali sul mercato globale, l’antico colonialismo territoriale si trasformava in conquista delle tecnologie più all’avanguardia e dei mercati più redditizi .
Alla violenza delle armi si sostituirebbe dunque una lotta a suon di prodotti e servizi, la cui esportazione costituisce il mezzo a disposizione di ogni nazione per cercare di vincere questa guerra di tipo nuovo, in cui le imprese costituiscono gli eserciti e i disoccupati le vittime. L’origine di questa guerra è da ricercare nella confluenza di tre rivoluzioni, di cui ricostruiremo qui di seguito la cronologia.
Si è visto come il concetto di guerra economica non sia di recente definizione. La sua forma contemporanea, tuttavia, può essere fatta risalire all’immediato secondo dopoguerra e, più precisamente, alla firma degli accordi del Gatt nel 1947, evento che pone le basi (regolamentate) della competizione commerciale multilaterale allo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. L’ambito originario dell’accordo era comunque di portata limitata, dal momento che restarono esclusi sia il settore primario sia il settore terziario, divenuti oggetto di discussione dei negoziati solo a cavallo del passaggio di millennio; inoltre, anche la logica dei blocchi e il contesto geopolitico della Guerra fredda limitavano le rivalità economiche, evidenziando maggiormente la necessità della solidarietà interna fra le varie economie di mercato piuttosto che prese di posizione a difesa di singoli prodotti e/o settori industriali. Questa situazione di relativo equilibrio viene scossa nel 1991 dalla caduta del blocco comunista, che lascia il posto al modello capitalista (e in particolare alla sua forma neoliberista) come unico sistema economico funzionante a livello mondiale. Non solo gli ex Paesi comunisti vengono integrati a poco a poco nell’economia mondiale (l’ingresso della Cina nell’Omc, istituzione nata dal Gatt, è del 2001, quello della Russia del 2011), ma anche i Paesi del cosiddetto terzo mondo spingono per accedere ai mercati globali: è il trionfo della globalizzazione, iniziata negli anni Settanta con le prime misure di deregolamentazione e il nuovo scenario politico-economico di un mondo non più diviso in due.
Nell'antichità
Nell'era medievale
Nell'era moderna
Nell'era contemporanea La terza rivoluzione che ha portato all’attuale contesto di guerra economica in cui gli Stati in costante competizione fra loro mirano ad accaparrarsi risorse di ogni genere (non solo materie prime, dunque) è di tipo teorico, per non dire ideologico . È possibile parlare, infatti, di un ritorno al mercantilismo, ovviamente con sembianze moderne, nella misura in cui la potenza si esprime principalmente sotto forma di esportazioni. Nelle parole di Bernard Esambert, “esportare è l’obiettivo della guerra economica e della sua componente industriale” perché “significa occupazione, stimolo, crescita. La posta in gioco è conquistare la maggior parte possibile [dei mercati mondiali]”. Non è difficile riconoscere la stretta correlazione esistente fra volume delle esportazioni e potenza economica nella classifica dei principali Paesi esportatori, che vede sul podio la Germania (che da sola detiene il 9,5% delle esportazioni mondiali) seguita da Cina e Stati Uniti, oltre alle principali potenze del G7 (Giappone, Francia, Italia, Regno Unito e Canada) e ad alcuni Paesi emergenti (Corea del Sud, Russia, Hong Kong e Singapore) fra le prime quindici posizioni. Anche fra i principali Paesi importatori, d’altra parte, ritroviamo le massime potenze economiche mondiali come Stati Uniti, Germania, Cina, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia, Canada, Spagna, Hong Kong, Corea del Sud e Singapore, segno dunque del ruolo fondamentale che, più in generale, rivestono gli scambi ai fini delle considerazioni sulla potenza economica.
È dunque un nuovo trionfo degli Stati sovrani come protagonisti delle relazioni internazionali quello evidenziato da questa tendenza neo-mercantilista, che di fatto scredita in parte le tesi del loro indebolimento progressivo e inevitabile in epoca di globalizzazione. Il politologo Edward N. Luttwak esprime bene questa concezione quando afferma che nell’arena degli scambi mondiali dove si vedono americani, europei, giapponesi e altre nazioni sviluppate cooperare e rivaleggiare allo stesso tempo, le regole nel complesso sono cambiate. Quale che sia la natura o la giustificazione delle identità nazionali, la politica internazionale rimane dominata dagli Stati (o da associazioni di Stati come la Comunità Europea), i quali si basano sul principio del “noi” in opposizione all’ampio insieme formato dagli “altri”. Gli Stati sono delle entità territoriali delimitate e protette da confini gelosamente rivendicati e spesso ancora sorvegliati. Anche se non pensano a rivaleggiare militarmente, anche se cooperano quotidianamente in decine di organizzazioni internazionali o di tutt’altro tipo, gli Stati restano fondamentalmente antagonisti.
La fine della Guerra fredda, come già evidenziato precedentemente, è lo snodo cruciale che ha rimesso al centro delle relazioni internazionali i singoli Stati, anche se gli anni Novanta, con l’apparente trionfo del multilateralismo, sembravano affermare il contrario. Infatti, proprio nel momento in cui, da un lato, si dava impulso alla creazione di un’Organizzazione mondiale del commercio orientata al libero scambio e garante di rapporti equi e paritari fra Stati in ambito commerciale, dall’altro lato, risultavano indeboliti, o addirittura svuotati di significato, i legami di solidarietà che univano i membri del blocco occidentale, che da alleati diventavano così concorrenti. Questa lettura viene interpretata da alcuni critici della nozione di “guerra economica” come il risultato della mancanza generale di cultura economica nella società, tale da favorire l’individuazione di nemici e colpevoli esterni per le oscillazioni più o meno brusche dell’economia interna. In realtà, questa visione dipende piuttosto da un rinnovato impulso della volontà di potenza degli Stati: è una pura espressione irrazionale e non coincide esattamente con l’interesse generale.
Il cambiamento interpretativo emerso in concomitanza con questa congiuntura storica è fortemente legato alla pubblicazione di alcune opere (tuttavia non disponibili in traduzione italiana) da parte di economisti e analisti politici particolarmente influenti, prima fra tutte Head to Head: The Coming Battle among America, Japan and Europe (1992) di Lester Thurow, stimato studioso delle conseguenze della globalizzazione, il quale ha ricevuto fin dagli anni Sessanta la considerazione del governo statunitense. Del Segretario del Lavoro degli Stati Uniti durante la presidenza di Bill Clinton, Robert Reich, è invece The Work of Nations (1993), opera di analisi della concorrenza fra le nazioni, e dello stesso tenore è fin dal titolo A Cold Peace: America, Japan, Germany and the Struggle for the Supremacy (1992) di Jeffrey Garten, anch’egli divenuto membro della prima amministrazione Clinton come Sottosegretario di stato per il commercio estero. Tutti questi lavori, scritti da uomini di Stato e decisori politici che hanno imposto, fra gli altri, la “diplomazia degli affari” dell’era Clinton, hanno contribuito a plasmare l’odierna accezione di guerra economica grazie alle loro descrizioni dell’economia mondiale in termini di scontri fra Stati.
D’altra parte, per quest’ultimi si trattava di una esigenza particolarmente pressante: l’unico modo di riaffermare la loro supremazia soprattutto nei confronti delle multinazionali, che sembravano essere le uniche padrone e detentrici del controllo dell’economia mondiale. È ancora una volta Luttwak a suggerire un’interpretazione di quest’improvvisa conversione delle élite al dogma della guerra economica, suggerendo ai burocrati europei e giapponesi, come a quelli americani, l’idea che la geo-economia sia l’unico sostituto possibile dei ruoli diplomatici e militari del passato: infatti, sarebbe solo invocando gli imperativi geo-economici che le amministrazioni statali possono rivendicare la loro autorità sui semplici uomini d’affari e sui loro concittadini in generale.
Le guerre economiche nel Duemila I fondi sovrani la fanno da padrone in questo ambito, soprattutto quelli cinese e quelli di Singapore i quali, avvantaggiati dalla crisi economica che ha colpito le mature economie europee e statunitense, detengono quote significative di importantissime imprese fra cui, ad esempio, Morgan Stanley e Merrill Lynch . Questi esempi dimostrano come non solo il debito pubblico dei Paesi capitalisti è oggi nelle mani dei cosiddetti Paesi emergenti, ma ormai anche una parte dello stesso prodotto interno lordo, attraverso il controllo dei capitali delle imprese o, come nel caso dell’Arabia Saudita, attraverso la creazione di ricchezze permessa dall’uso del petrolio arabo. Come è logico dedurre, il vantaggio strategico che ne deriva per questi Paesi è considerevole. Guerra economica e intelligence Infine, c’è un’altra risorsa cruciale il cui controllo risulta determinante in un contesto di guerra economica: la conoscenza del livello tecnologico, del mercato di riferimento, di partner e concorrenti, in poche parole della strategia economica di imprese e Stati “nemici”, ossia dell’intelligence. Si tratta di una risorsa relativamente nuova, resa però fondamentale dallo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni, al pari dei capitali finanziari necessari all’avvio e al mantenimento delle imprese, delle materie prime per la produzione e delle risorse umane impiegate. I programmi di intelligence economica gestiti e coordinati dallo Stato sono perciò diventati indispensabili per non subire ritardi inammissibili in un quadro concorrenziale sempre più competitivo e duro.
La guerra economica per Paese Gli Stati Uniti