Vada Volaterrana (in latino Vada Volaterrana, Vadis Volaterranis nelle fonti itinerarie) era lo scalo marittimo di Volterra nel periodo etrusco e romano, situato sulla costa toscana nel territorio dell'odierna Vada, frazione di Rosignano Marittimo. Il nome designava insieme un tratto di costa bassa e lagunare fra le foci del Fine e del Cecina, la stazione della via Aurelia che vi sorgeva e lo scalo marittimo protetto dalle secche di Vada.. Le fonti letterarie lo ricordano da Cicerone a Rutilio Namaziano, che nel V secolo ne descrisse l'ingresso fra le secche..
L'area dell'attuale abitato fu occupata da un villaggio dell'età del ferro già nel IX secolo a.C. e, dopo una lunga frequentazione di età repubblicana, vide sorgere nei primi decenni del I secolo d.C. un quartiere commerciale in località San Gaetano, con magazzini (horrea), due impianti termali, una fontana e la sede di un collegio professionale, in uso fino al VII secolo.. Il quartiere, scavato dall'Università di Pisa dal 1982, è uno dei pochi complessi portuali romani di media grandezza indagati in modo sistematico in Italia; la statua di Attis rinvenuta nelle terme è conservata al Museo civico archeologico di Rosignano Marittimo..
Toponimo Il nome latino vada (plurale di vadum) indica le secche, i guadi e in generale le acque poco profonde, marine o fluviali. Rutilio Namaziano lo commenta come appropriato al luogo (vero Vada nomine), e anche gli autori tardoantichi lo spiegano con i tratti di mare in cui si può camminare, quelli che i Greci chiamavano bráchea.. La specificazione Volaterrana ne fissa l'appartenenza al territorio di Volterra, che in età etrusca e romana si estendeva fino al mare fra il Fine e Bolgheri..
Il toponimo compare al plurale nella forma Vada Volaterrana in Cicerone e in Plinio il Vecchio, come Vadis Volaterranis nellItinerarium Antonini e come Vadis portus nellItinerarium maritimum; la Tabula Peutingeriana lo registra come Vadis Volateris e l'Anonimo Ravennate come Badis Volatianis e Vadis Volatianis.. In Strabone la lezione dei codici (Ouadeterras, Oualdesterras) è considerata corrotta: nel 1902 Otto Cuntz propose di leggervi i "Vada di Volterra", correzione accolta da Gerhard Radke e messa a testo nelle edizioni di Wolfgang Aly e di Stefan Radt, mentre altre edizioni (Jones, Sbordone) correggono semplicemente in "Volterra"..
Paolo Sangriso ha osservato che nell'antichità il nome poteva riferirsi a tre realtà distinte: la subregione geografica delle acque basse e delle lagune retrolitoranee, la statio posta sulla strada consolare e lo scalo marittimo (Vadis portus). Le tre cose non coincidevano necessariamente nello stesso luogo né nella stessa epoca, e per questo, secondo lo studioso, non è detto che il nome abbia indicato sempre il medesimo insediamento fra il II secolo a.C. e il V secolo d.C.
Le fonti antiche La prima menzione sicura del nome è in Cicerone, nell'orazione Pro Quinctio: nel gennaio dell'83 a.C. Publio Quinzio, lasciata Roma, fu visto "ai Vada Volaterrana, come sono chiamati" da un certo Lucio Publicio, che conduceva dalla Gallia giovani schiavi da vendere. La precisazione "come sono chiamati" fa pensare a un riferimento geografico generico più che a un centro abitato, ma la presenza di un carico di schiavi proveniente dalla Gallia implica l'esistenza di uno o più approdi, e la data invernale suggerisce una sosta forzata dal maltempo...
Una notizia anteriore riguarda indirettamente la costa volterrana: Livio ricorda che nel 205 a.C. i Volterrani fornirono alla flotta di Scipione frumento e interamenta navium, termine altrimenti sconosciuto che sembra indicare attrezzature interne delle navi;Il Thesaurus linguae Latinae registra interamenta come un unicum liviano; lOxford Latin Dictionary lo rende con "inside fittings". Sangriso esclude che i Volterrani fornissero il fasciame e pensa a elementi mobili dell'attrezzatura di bordo. . il passo è stato letto come indizio di una tradizione marinara e cantieristica della città.. Nel 225 a.C., invece, il console Gaio Atilio Regolo sbarcò le legioni provenienti dalla Sardegna a Pisa e non nella zona dei vada: Polibio non nomina il sito, e la scelta del porto pisano è stata spiegata con la difficoltà di far entrare una flotta da guerra in un'area lagunare e di bassi fondali..
Strabone (V, 2, 5) riporta le distanze costiere da Luni a Pisa (oltre 400 stadi), da Pisa ai vada (280 stadi) e da questi a Populonia (270 stadi); la fonte è probabilmente Polibio, e il passo attesterebbe quindi l'esistenza del toponimo latino già nel II secolo a.C..La conversione dei 280 stadi dipende dal valore adottato per lo stadio: con lo stadio alessandrino di 185 metri si ottengono 51,8 km, pari a 35 miglia romane, con quello filetereo di 211 metri circa 59 km, pari a quasi 40 miglia. LItinerarium maritimum conta invece 27 miglia fra i vada e la foce dell'Arno. . Pomponio Mela, nel suo elenco di luoghi e fiumi etruschi, nomina invece Populonia, il Cecina e Pisa e ignora i vada.. Plinio il Vecchio li cita due volte nel terzo libro della Naturalis historia: nella descrizione della costa, fra Pisa e il fiume Cecina, e come punto di partenza della rotta per la Corsica, distante 62 miglia.. Quest'ultima indicazione, che presuppone un punto d'arrivo preciso, è stata messa in relazione con la costruzione del quartiere portuale di San Gaetano nella prima età imperiale..
Gli itinerari tardoantichi danno le distanze stradali e marittime. LItinerarium Antonini colloca Vadis Volaterranis a 25 miglia da Populonia e a 17 da ad Herculem; lItinerarium maritimum, datato di recente fra il 511 e il 535, pone il Vadis portus a 30 miglia dal porto di Populonia e a 18 dal Portus Pisanus (presso Livorno), ed è l'unica fonte antica che lo qualifica espressamente come portus, cioè come un bacino riparato, naturale o artificiale, in cui le navi potevano passare anche l'inverno.. La Tabula Peutingeriana segna Vadis Volateris con la vignetta a doppia torre, a 10 miglia da Populonia e a 10 da Velinis, sulla riva sinistra di un fiume che la carta chiama Vesidia ma che corrisponde al Cecina.. L'Anonimo Ravennate e Guidone ripetono il nome nelle loro liste di località senza indicarne la funzione portuale..
La descrizione più ampia è quella di Rutilio Namaziano nel De reditu suo. Nell'autunno del 417 (secondo altre ricostruzioni del 415), risalendo la costa da Populonia verso la Gallia con un piccolo convoglio di imbarcazioni, il poeta entra "nel tratto di Volterra che a buon diritto si chiama Vada": il marinaio di prua sorveglia il fondale e guida il timoniere, l'imboccatura incerta è segnalata da due alberi e da pali infissi ai lati, ai quali si usa legare rami di alloro perché il passaggio fra il "denso limo" resti riconoscibile.Rutilio chiama i due limiti dell'imboccatura symplegades, con riferimento alle rupi mobili del mito degli Argonauti; l'immagine, unita al limus e al termine semita (sentiero stretto), è alla base della lettura di Sangriso, che vi vede l'ingresso di un bacino interno e non un canale in mare aperto. . Un improvviso vento di maestrale lo costringe a fermarsi e a rifugiarsi nella villa dell'amico Albino (Cecina Decio Acinazio Albino, poco dopo prefetto dell'Urbe), dalla quale osserva le saline, descritte con precisione tecnica.. Il valore documentario del poema è stato messo in dubbio da Italo Lana, che lo considerava un componimento letterario privo di scrupoli di esattezza, ma la maggior parte degli studiosi lo utilizza come testimonianza topografica..
Storia delle ricerche Le prime notizie moderne provengono dagli eruditi settecenteschi: Giovanni Targioni Tozzetti, che percorse la zona fra il 1743 e il 1745, descrisse presso il Cecina i cumuli di frammenti di anfore e altri laterizi che segnalavano gli scarichi delle fornaci antiche.. Nel 1925, durante lo scavo della condotta idrica fra Vada e lo stabilimento Solvay, nella piazza della chiesa emersero fondazioni di muri, una colonna di mattoni, tombe, monete imperiali, lucerne e ceramica bollata; nell'aprile 1931 l'assistente C. Baronetti segnalò al Podere di San Gaetano, in località Pietrabianca, i muri di un grande edificio romano con pavimenti a mosaico policromo e zoccolo marmoreo, oggi non più rintracciabili.. Gli scassi agricoli per l'impianto di vigneti, fra il 1930 e il 1935, distrussero una necropoli tardoimperiale in località Le Saracine, sulla sponda destra del Fine, dalla quale secondo Mario Lopes Pegna proverrebbero due iscrizioni del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL XI 1740 e 1783)..
Le indagini della Soprintendenza cominciarono alla fine del 1957, quando l'ispettore G. Monaco accertò nel podere di San Gaetano una dispersione di materiale romano su almeno 20 ettari. Lo scavo del 1958 e del 1959 mise parzialmente in luce alcuni ambienti delle terme più piccole, con una vasca a mosaico bianco, e alcune inumazioni entro anfore; le strutture furono poi reinterrate.. Dal 1975 al 1977 i volontari del Gruppo Archeologico locale, guidati dall'ispettore onorario D. Agostini, cofondatore del museo di Rosignano, riportarono alla luce le Piccole Terme e parte degli horrea scavando per livelli artificiali di 20-30 centimetri, con un metodo che ha compromesso la stratigrafia di gran parte dell'area; i materiali, privi di siglatura, sono conservati fuori contesto nel museo...
Il vincolo archeologico fu emesso alla fine del 1980 e dal 1982 l'area è oggetto di campagne sistematiche dell'insegnamento di Topografia antica dell'Università di Pisa, dirette da Marinella Pasquinucci, affiancata dal 2008 da Simonetta Menchelli, che dal 2015 dirige le ricerche... Lo scavo si è accompagnato a ricognizioni sistematiche sui fondali e nell'entroterra, a prospezioni geofisiche e a un progetto di "archeologia totale" sui paesaggi della costa nord-etrusca; dal 2014 la Vada Volaterrana Summer School accoglie studenti stranieri.. La mostra Porti, navi e commerci nel Mediterraneo antico. Vada Volaterrana e il suo retroterra, allestita nel 2004 al museo di Rosignano, presentò la statua di Attis dopo il restauro.. Le ricerche sono sostenute dal Comune, dalla Solvay e poi dalla INEOS, all'interno del cui parco di sicurezza si trova l'area archeologica..
Il territorio e il porto
La pianura di Vada è la parte più bassa di un bacino subsidente che va da Rosignano a San Vincenzo, colmato nel Pleistocene da argille e sabbie e poi, nell'Olocene, da depositi di spiaggia, di laguna e di palude che fra le foci del Fine e del Cecina raramente superano i 4 metri sul livello del mare. Due cordoni di sabbia paralleli alla costa sbarrarono il deflusso delle acque e generarono i ristagni bonificati soltanto fra la metà del XIX secolo e gli anni sessanta del XX secolo: il cordone più interno era già frequentato nella prima età del ferro, quello più vicino alla riva cominciò a formarsi dopo la prima metà del I secolo d.C.. Al largo, le secche di Vada si estendono per circa sei miglia e riparano dai venti dominanti il tratto di costa antistante; il fondale a dieci metri di profondità è formato da flysch cretaceo, con sabbie pleistoceniche nella parte orientale, e le secche sono delimitate da pareti quasi verticali corrispondenti a due faglie...