Biografia I primi anni Nacque ad Alessandria in una modesta famiglia di impiegati, figlio di Ernesto Audisio e Nataliana Perasso. Di temperamento calmo e diligente, nella cittadina piemontese studiò e prese il diploma di ragioniere nel 1928 presso il Regio Istituto Commerciale Da Vinci, quindi partì per il servizio militare come sottotenente di complemento del Regio Esercito di fanteria, fino al 1929. Quando si congedò, in un periodo di generale crisi economica, riuscì a farsi assumere presso la nota azienda manifatturiera di cappelli Borsalino di Alessandria, dove svolse attività di contabile.

Nel 1931 entrò nelle file dell'allora Partito Comunista d'Italia, divenuto in quel periodo un movimento clandestino contro il regime fascista italiano, e dove conobbe la figlia di un allora militante, Ernestina Ceriana, che sposò nel 1932, ma i due non ebbero mai figli. Nello stesso anno iniziò a collaborare con i movimenti antifascisti di Alessandria, fino al suo arresto nel maggio 1934 da parte della Vigilanza Repressione Antifascista.

Fu condannato a cinque anni di confino a Ponza (Isole PonzianeDizionario Biografico degli Italiani, Audisio, Walter; Commissione di Alessandria, ordinanza del 16.6.1934 contro Walter Audisio per "attività comunista". In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia al confino 1926-1943. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, Milano 1983 (ANPPIA/La Pietra), vol. I, p. 17), dove continuò ad avere numerosi scambi politici e sovversivi con gli antifascisti di tutta Italia, fino ad aderire alla protesta collettiva nel 1935 per le pessime condizioni dei confinatihttps://www.campifascisti.it/scheda_campo.php?id_campo=41; per tal motivo, scontò dieci mesi di carcere a Poggioreale, per poi essere ricondotto al confino di nuovo a Ponza, ove rimase fino al 19 giugno 1939https://blog.libero.it/wp/triballuepensioni/2024/11/01/walter-audisio/.

La Seconda Guerra mondiale Nel maggio 1939 si ammalò di pleurite, riuscendo quindi ad ottenere una licenza temporanea per curarsi presso l'ospedale di Alessandria. Nella propria città natale trovò la moglie anch'ella malata e la famiglia in cattive condizioni economiche, dunque chiese il proscioglimento dal suo confino al Prefetto, previa abiura dei suoi principi sovversivi antifascisti. Accolta la richiesta, Audisio fu liberato, e riprese il suo lavoro di ragioniere, proprio all'indomani dell'entrata in guerra. Le sue ancor precarie condizioni di salute tuttavia, gli consentirono di non essere precettato nelle azioni militari.

Nel 1942 riuscì a ricontattare gli antifascisti della sua città, riavvicinandosi all'attività clandestina grazie al falso nome di Giovanbattista Magnoli, e contribuendo ad organizzare la Federazione Comunista alessandrina. Dopo l'Armistizio di Cassibile del settembre 1943, Audisio tentò, fallendo, di organizzare una sorta di resistenza contro l'occupazione nazifascista di Torino ad opera del reggimento corazzato tedesco Panzer-Grenadier.

Ricercato dalla milizia nazifascista, dovette riparare nelle campagne del Monferrato, dove organizzò le prime brigate partigiane di Resistenza, riuscendo a prendere contatti con i militanti sia della Repubblica partigiana dell'Alto Monferrato sia del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, sezione di Torino. Nel 1944 riuscì ad organizzare i gruppi combattenti di Vigevano, che riuscirono a compiere alcuni sabotaggi in tutto il ticinese. Col nome di battaglia di "Colonnello Valerio", si spostò quindi a Milano, dove organizzò altri gruppi combattenti, quindi a Varese e Bergamo, fino a comandare le formazioni della Brigata Garibaldi della Resistenza operanti nel mantovano e nel basso Po.

I fatti di Dongo e Giulino

All'inizio del 1945, fu affidata ad Audisio la responsabilità dei compiti di polizia militare presso il comando generale del Corpo volontari della libertà. Contestualmente alla proclamazione dell'insurrezione nazionale (25 aprile 1945), il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), riunitosi a Milano, aveva approvato un documento organico ove, all'art. 5, si prevedeva che: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d'aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l'ergastolo”. L'esecuzione era comunque subordinata a una sentenza dei tribunali di guerra da costituirsi in base all'art. 15 del documento medesimoGian Franco Venè, La condanna di Mussolini, Fratelli Fabbri, Milano, 1973. Il documento fu approvato “a maggioranza” da un comitato esecutivo composto da Sandro Pertini, Emilio Sereni, Leo Valiani, Achille Marazza e Giustino Arpesani.

Appena a conoscenza dell'arresto di Benito Mussolini – effettuato a Dongo dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" nel pomeriggio del 27 aprile – la direzione del CLNAI decise di agire senza indugio e di giustiziarlo immediatamente, evitando la consegna di Mussolini agli alleati. Walter Audisio fu quindi incaricato di eseguire la volontà del comitato mediante processo sommario e immediata fucilazione. A tal fine la sera del 27 aprile 1945, a Milano, insieme ad Aldo Lampredi, nome di battaglia Guido, ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi e uomo di fiducia di Luigi Longo, Audisio contattò immediatamente il generale Raffaele Cadorna con la richiesta di un salvacondotto, che, sia pur con molta riluttanza, gli fu accordatoPeter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Tropea, Milano, 2001, pag. 328.

Alle 7 del mattino del 28 aprile, il colonnello Valerio partì dalla scuola di Viale Romagna, Milano, con il supporto di una dozzina di partigiani provenienti dall'Oltrepò Pavese, agli ordini di Alfredo Mordini "Riccardo". Giunto a Como, Audisio esibì il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto Virginio Bertinelli e al colonnello Sardagna, assicurando loro che avrebbe trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a MilanoGiorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946), Garzanti, Milano, 2009, pag. 61. Trattenuto a Como fino alle 12.15, Audisio raggiunse Dongo, ove nel frattempo era giunto Lampredi, intorno alle 14.10.

Incontratosi con il comandante "Pedro" della 52ª Brigata Garibaldi, al secolo Pier Luigi Bellini delle Stelle, Valerio comunicò di aver avuto l'ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri; le sue credenziali furono ritenute attendibili dal suo interlocutore, che acconsentìGiorgio Cavalleri, Franco Giannantoni e Mario J. Cerighino, cit., pagg. 69-70. Alle 15.15 Audisio e Lampredi si mossero quindi verso Mezzegra, distante 21 km, più a sud, dove - in frazione Bonzanigo – Mussolini era prigioniero, accompagnati dal partigiano Michele Moretti “Gatti”, che era a conoscenza del luogo. Audisio era armato di un mitra Thompson, che non risulterà esser stato utilizzato al momento della sua riconsegna al commissario politico della divisione partigiana dell'Oltrepò, Alberto Maria CavallottiPierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Mondadori, Milano, 2009, pag. 154. Lampredi era armato di pistola Beretta modello 1934, calibro 9 mmPierluigi Baima Bollone, cit., pag. 145. L'arma fu donata da Lampredi al partigiano Alfredo Mordini “Riccardo”, ed è attualmente conservata al Museo storico di Voghera., mentre Moretti di mitra francese MAS 38 calibro 7,65 lungoPierluigi Baima Bollone, cit., pag. 193. L'arma, consegnata da Audisio a un partigiano albanese, è attualmente conservata al Museo storico nazionale di Tirana..

Poco dopo le ore 16 del 28 aprile 1945, l'ex duce e la sua amante Claretta Petacci furono prelevati e – dopo un breve viaggio in vettura - obbligati a scendere in un angusto vialetto (via XXIV Maggio) davanti a Villa Belmonte, un'elegante residenza in località Giulino di Mezzegra, per essere fucilati. La storiografia italiana ha molto dibattuto su ciò, tanto che esistono diverse versioni sull'accadutoGiorgio Cavalleri, Ombre sul lago, Piemme, 1995Alessandro Zanella, L'ora di Dongo, Rusconi, 1993Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni, Mario J. Cereghino, cit.Luciano Garibaldi, Franco Servello, Perché uccisero Mussolini e Claretta, Rubbettino, 2010Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Il Saggiatore, 1996. Tuttavia, le varie versioni fornite o riferite a Walter Audisio, pur differendo su particolari minori, descrivono la stessa meccanica dell'evento. L'ultima descrizione degli stessi, pubblicata postuma, a cura della moglie di AudisioWalter Audisio, In nome del popolo italiano, Teti Stampa, Milano, 1975, è sostanzialmente confermata dal memoriale di Aldo Lampredi, consegnato nel 1972 e pubblicato su "l'Unità" nel 1996.

Moretti e Lampredi furono inviati a bloccare la strada nelle due direzioni, mentre il colonnello tentò di procedere all'esecuzione, con la celebre frase da lui stesso riportata: «Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano». Tuttavia, il suo mitra s'inceppò; intervenne allora Moretti che, di corsa, gli portò il suo. Con tale arma, Audisio scaricò una raffica mortale sull'ex capo del fascismo. La Petacci, postasi improvvisamente sulla traiettoria del mitra, fu colpita ed uccisa involontariamente. Viene poi inferto ancora un colpo di grazia sul corpo di Mussolini con la pistola. Di certo, un colpo di pistola fu inferto anche su Claretta, in quanto due proiettili, calibro 9 mm corto, compatibili con quelli della pistola del Lampredi, furono poi rinvenuti nel corpo della donna nel corso dell'esumazione effettuata il 12 aprile 1947Pierluigi Baima Bollone, cit., pagg. 89 e succ.ve.

Sul luogo dell'esecuzione furono poi rinvenuti proiettili calibro 7,65, compatibili con quelli del mitra francese del Moretti. Alle 17 circa, dopo aver eseguito la sentenza del CLNAI, Audisio rientrò a Dongo per l'esecuzione di 15 gerarchi della R.S.I., che egli stesso selezionò da tutti i prigionieri della Brigata, circa due ore prima. Il numero dei fucilati infatti, doveva eguagliare quello dei partigiani che, per rappresaglia, il 10 agosto 1944, i tedeschi avevano fatto fucilare dai fascisti ed esporre al pubblico in Piazzale Loreto a Milano. Ciò dimostrerebbe l'intenzione di voler vendicare quella strage. L'esecuzione fu materialmente effettuata alle 17:48, da un plotone di partigiani capitanati sempre da Mordini (Riccardo) https://raffaellabonsignori.it/blog/?mm--morte-di-mussolini,-ovvero-misteri-e-menzogne, presso la ringhiera del Lungolago della oggi piazza ParacchiniLa scelta non era stata improvvisata quella notte, era stata suggerita dai nostri compagni milanesi, e io avevo in mente la staccionata, il piazzale, quell'angolo del piazzale dal 10 agosto 1944 (W. Audisio, In nome del popolo italiano, cit., pag. 367). Marcello Petacci, inizialmente non compreso nell'elenco dei giustiziati, tentò la fuga a nuoto nel Lago di Como, ma fu raggiunto da raffiche di mitra e perì anch'egli.

Piazzale Loreto Verso le 18 di quel 28 aprile, furono caricati i corpi dei gerarchi fascisti a Dongo su un camion (compreso il cadavere di Marcello Petacci, fratello di Claretta). Audisio partì quindi alla volta di Milano, passando per lo slargo di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra per recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci, nel frattempo presidiati dai partigiani "Lino" (Giuseppe Frangi) e "Sandrino" (Guglielmo Cantoni). Durante il viaggio, il comandante si imbatté in vari posti di blocco di partigiani e di alleati anglo-americani che gli dettero qualche problema, fino all'intervento del Comando Generale, che ne autorizzò il proseguimento fino al centro città.