Il rastrellamento del ghetto di Roma fu una retata antiebraica compiuta durante l'occupazione tedesca di Roma, tra le 5:30 e le 14:00 di sabato 16 ottobre 1943, da cui il ricordo di questo giorno come sabato nero.

Condotto da truppe tedesche appartenenti alle SS e alla polizia d'ordine (Ordnungspolizei), con la collaborazione dei funzionari del regime fascista della Repubblica Sociale Italiana, il rastrellamento portò all'arresto di persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, quasi tutti appartenenti alla comunità ebraica romana. Gli arresti vennero attuati principalmente in via del Portico d'Ottavia e nelle strade adiacenti, ma anche in altre differenti zone della città di RomaMarisa Musu, Ennio Polito, Roma ribelle. La resistenza nella capitale. 1943-1944, Teti Editore, Milano, 1999, p. 91Robert Katz, Roma Città Aperta. Settembre 1943-Giugno 1944, Il Saggiatore, Milano, 2004, p. 130..

Dopo il rilascio di un certo numero di componenti di famiglie di sangue misto (mischlinge) o stranieri, rastrellati furono deportati direttamente nel campo di sterminio di AuschwitzRobert Katz, cit., p. 140. Soltanto 16 di loro sopravvissero (15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino morta nel 2000)Robert Katz, cit., p. 429.

Gli ebrei a Roma

I primi ebrei si erano insediati a Roma nel II secolo a.C. e la loro consistenza aumentò sensibilmente dopo la prima guerra giudaica condotta dal futuro imperatore Tito (66-70 d.C.).

Nel 1555, papa Paolo IV ordinò la reclusione di tutti gli ebrei di Roma in un'area del rione Sant'Angelo, tra l'antico Portico d’Ottavia e la sponda del TevereCarla Benocci, Il rione S. Angelo, Rari Nantes, Roma, 1980, p. 52. Il luogo, recintato da mura, era dotato di porte che venivano chiuse dal tramonto all'alba e, così come l'analogo luogo di reclusione veneziano, fu ben presto chiamato "ghetto"Carla Benocci, cit., p. 53. Nel 1825, papa Leone XII ampliò il ghetto ebraico con un ulteriore isolato dell'attuale via della ReginellaCarla Benocci, cit., p. 56.

Pio IX, nel 1848, abbatté le mura del ghetto e liberalizzò la residenza degli ebrei a Roma. Il rione, tuttavia, continuò ad essere abitato, in stragrande maggioranza, da cittadini di religione ebraica.

Nel settembre del 1943, la comunità ebraica romana contava tra le Marisa Musu, Ennio Polito, cit., p. 90 e le Robert Katz, cit., p. 88 persone.

Il ricatto di Kappler All'indomani dell'occupazione tedesca di Roma (10 settembre 1943), Herbert Kappler, tenente colonnello delle SS, comandante dell'SD e della Gestapo a Roma, ricevette un messaggio da Heinrich Himmler, ministro dell'interno, comandante delle forze di sicurezza della Germania nazista e teorico della soluzione finale della questione ebraica: "i recenti avvenimenti italiani impongono una immediata soluzione del problema ebraico nei territori recentemente occupati dalle forze armate del Reich"Robert Katz, cit., p. 87.

Il 24 settembre successivo, Himmler fu più esplicito: in un telegramma segreto e strettamente riservato per il colonnello Kappler disponeva che "tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell'impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa".

Nel pomeriggio di domenica 26 settembre 1943, Kappler convocò presso il proprio ufficio a Villa Wolkonsky il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ugo Foà, e quello dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Dante Almansi, intimando loro la consegna, entro trentasei ore, di almeno 50 chilogrammi d'oro, minacciando, prima, la deportazione di duecento ebrei romani verso la Germania, poi, di tutta la comunità ebraicaRobert Katz, cit., p. 95-96. In cambio dell'oro, Kappler promise agli ebrei l'incolumitàRobert Katz, cit., p. 96.

La mattina dopo iniziò la raccolta dell'oro all'interno del Tempio maggiore (sinagoga). Nel pomeriggio la Santa Sede, informata del ricatto di Kappler, comunicò in via ufficiosa che avrebbe autorizzato un prestito in lingotti d'oro sino al raggiungimento dei 50 chilogrammi richiesti dalla polizia tedesca, ma ciò non fu necessarioRobert Katz, cit., p. 101-102.

Alle ore 18 di martedì 28, dopo una proroga dei termini di quattro ore, accordata dallo stesso Kappler, i capi della Comunità ebraica romana si presentarono a Villa Wolkonsky per la consegna dell'oro. Kappler li fece accompagnare da una scorta nel vicino edificio di Via Tasso 155, dove l'oro fu pesato per ben due volte e alla fine risultò pesare 50,3 chilogrammiRobert Katz, cit., p. 102-103.

Kappler spedì immediatamente l'oro a Berlino, al capo dell'ufficio centrale per la sicurezza del Reich, generale Ernst Kaltenbrunner, con una lettera di accompagnamento nella quale si esprimevano perplessità sulla fattibilità della deportazione e si suggeriva di utilizzare gli ebrei romani come mano d'opera per lavoro obbligatorioRobert Katz, cit., p. 103-104.

Kaltenbrunner rispose sdegnato: "È precisamente l'estirpazione immediata e completa degli ebrei in Italia nell'interesse speciale della situazione politica attuale e della sicurezza generale in Italia". A guerra finita, l'oro fu trovato intatto nella cassa, in un angolo dell'ufficio di KaltenbrunnerRobert Katz, cit., p. 105.

Nei primi giorni di ottobre arrivò a Roma con uno staff di una decina di uomini Theodor Dannecker, collaboratore di Eichmann e dotato di esperienza acquisita nell'organizzare la deportazione degli ebrei da diverse città europee, il quale chiese a Kappler collaborazione logistica e operativa per la progettata deportazione degli ebrei romani. «Gli risposi - avrebbe dichiarato Kappler al processo del 1948 che lo vide imputato - di rivolgersi al commissario Raffaele Alianello, della polizia fascista, che faceva da collegamento con quella tedesca e costui fornì venti agenti».. Scrive lo storico Bruno Maida: «Alloggi, forze da utilizzare, la schedatura completa degli ebrei romani: Dannecker ebbe in poche ore tutti gli strumenti per organizzare la "caccia" nella città. Altri quattordici ufficiali e sottufficiali tedeschi, seguiti da trenta militi, lo raggiunsero nei giorni seguenti, portando con loro l'esperienza acquisita nella caccia agli ebrei in Europa orientale»..

Il 14 ottobre successivo, Kappler ordinò il saccheggio delle due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico e fece caricare due vagoni ferroviari diretti in Germania con materiale di inestimabile valore culturale. Gli agenti di Kappler portarono via anche gli elenchi completi dei nomi e degli indirizzi degli ebrei romani. Alla successiva individuazione dei domicili collaborarono anche i commissari di pubblica sicurezza Raffaele Aniello e Gennaro Cappa.

Lo stesso giorno, Kappler inviò una lettera al comandante del campo di sterminio di Auschwitz, Rudolf Höss, comunicandogli che avrebbe ricevuto intorno al 22-23 ottobre un carico di oltre ebrei italiani e di prepararsi a concedere loro il "trattamento speciale".

La retata

All'alba di sabato 16 ottobre 1943, giorno festivo per gli ebrei, scelto appositamente per sorprenderne il più possibile, 365 uomini della polizia tedesca, coadiuvati da quattordici ufficiali e sottufficiali, effettuarono il rastrellamento in maniera mirata (grazie al censimento degli ebrei svolto anni prima dal governo Mussolini) degli appartenenti alla comunità ebraica romana. Nessun italiano fu ritenuto abbastanza fidato da Kappler per partecipare all'azione. Un centinaio di uomini circa furono destinati all'operazione all'interno del ghetto e i rimanenti nelle altre zone della città.

A parte l'Einsatzkommando di Dannecker (meno di dieci persone), le forze tedesche che attuarono il rastrellamento erano composte in prevalenza da uomini della polizia d'ordine (Ordnungspolizei), in numero di oltre trecento, provenienti da tre unità «formate pochi mesi prima e composte prevalentemente da riservisti», le quali «si trovavano a Roma per sorvegliare le strade d’accesso alla “città aperta” e le sedi ufficiali delle forze di occupazione tedesca, compreso il carcere di Regina Coeli».. Più in specifico furono coinvolte le seguenti unità della Ordnungspolizei: la quinta compagnia del II battaglione del 15º reggimento di SS e polizia, proveniente dall’Alsazia-Lorena; l'undicesima compagnia del III battaglione del 12º reggimento, proveniente da Amburgo; la terza compagnia del I° battaglione del 20º reggimento, proveniente dall’Austria..

I tedeschi operarono prima bloccando gli accessi stradali e poi evacuando un isolato per volta e radunando man mano le persone rastrellate in strada. Anziani, invalidi e malati furono gettati con violenza fuori dalle loro abitazioniMarisa Musu, Ennio Polito, cit., p. 92; si videro bambini terrorizzati che si aggrappavano alle gonne delle madri e donne anziane che imploravano invano pietàRobert Katz, cit., p. 133. Nonostante la brutalità dell'operazione, le grida e le preghiere strazianti, i rastrellati si ammassarono abbastanza disciplinatamente, tanto che, a detta di Kappler, non fu necessaria l'esplosione di alcun colpo di arma da fuoco.

I complessivamente rastrellati, molti di loro ancora vestiti per la notte, vennero caricati in camion militari coperti da teloni e trasportati provvisoriamente presso il Collegio Militare di Palazzo Salviati in via della Lungara 82-83; rimasero nei locali e nel cortile del collegio per circa trenta ore, separati per genere ed in condizioni assolutamente disagiate. Tra essi vi fu anche un neonato, partorito il 17 ottobre dalla ventiquattrenne Marcella PerugiaRobert Katz, cit., p. 141.

Il rapporto sull'operazione inviato via radio da Kappler al generale delle SS Karl Wolff, documento poi presentato durante il processo ad Adolf Eichmann dall'accusa, recita:

Secondo lo storico Michael Tagliacozzo, ci sono molte probabilità che il fascista menzionato da Kappler sia Ferdinando Natoni, riconosciuto come Giusto tra le nazioni per aver salvato dal rastrellamento le gemelle Mirella e Marina Limentani.

Svariate decine, o addirittura centinaia di ebrei, riuscirono a salvarsi grazie all'aiuto del gerarca fascista Achille Afan de Rivera e di sua moglie Giulia Florio, che abitando a ridosso del ghetto, a palazzo Costaguti, permisero ai fuggitivi di entrare attraverso una porta di servizio e poi scappare dall'ingresso principale in una zona non sorvegliata. 16 famiglie rimasero nascoste all'interno dell'edificio, salvandosi solo grazie all'adesione politica del padrone di casa, che convinse gli ufficiali della Gestapo a non perquisire l'abitazione.

La verifica dello status dei prigionieri condusse al rilascio di 237 di loro, identificati come cittadini stranieri, compreso uno di nazionalità vaticana, componenti di unioni o famiglie miste, compresi i partner ebrei ed altri arrestati risultati di “razza ariana”Robert Katz, cit., p. 139-140. Una giovane ventenne originaria di Ferrara, tal Piera Levi, arrestata casualmente con la madre nel centro di Roma mentre si trovavano ospiti di alcuni parenti, saputo che né il suo nome né quello della madre risultavano negli elenchi delle persone ricercate, riuscì a convincere Theodor Dannecker, che le interrogò quel pomeriggio tramite un interprete, che entrambe erano cattoliche e lei stessa ebrea solo per metà, ottenendo il rilascio di entrambeRosetta Loy, La parola ebreo, Einaudi 1997, ISBN 9788806174033. Rimase nel gruppo una donna cattolica che si dichiarò ebrea per non abbandonare un giovane orfano molto malato che era stato affidato alle sue cure. Entrambi furono assassinati nella camera a gas al loro arrivo ad Auschwitz.

La deportazione I deportati furono trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, dove furono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Ad essi si aggiunse spontaneamente Costanza Calò, sfuggita alla retata, ma che non volle abbandonare il marito e i cinque figli catturatiRobert Katz, cit., p. 143-144.