Nato in Argentina, da famiglia italiana, a Milano frequentò l'Accademia di Brera dedicandosi alla scultura; rientrato a Buenos Aires redasse il Manifiesto blanco con cui pose le basi del movimento spazialista. Nei primi anni 50 realizzò tele con buchi a cui fecero seguito i celebri "tagli". Nelle sue realizzazioni artistiche utilizzò numerose tecniche, sia in pittura che in scultura che nella ceramica. Il taglio di Fontana, dopo le primissime sperimentazioni, trova il suo completamento con una garza nera, posta dietro, in modo che l'osservatore non guardi il muro, ma si perda nel vuoto 'cosmico'.
Nel 1968 il critico d'arte Oreste Del Buono in un articolo affermò: «Nelle pieghe del dibattito che divide l'arte italiana del Dopoguerra, tra richiami all'ordine togliattiani, assecondati dal neorealismo figurativo di Renato Guttuso, e provocazioni concettuali (Piero Manzoni che inscatola e numera la Merda d'artista), s'impone un artista che mira a un'immagine pura, aerea, assoluta. Già alla Biennale di Venezia del 1949 Fontana attira la perplessità dei critici e il dileggio del pubblico con le tele bucate che chiama Concetti spaziali».Oreste Del Buono, Il pittore dei buchi, sta in L'Europeo n. 38, 1968, vedi L'Europeo, anno XII, n.7, Luglio 2013.
Nel 1966, Fontana e l'architetto veneziano Carlo Scarpa ricevono il premio per la migliore sala Biennale realizzata. Si tratta di una sala con un ingresso ovale, simbolo di fine, ma anche di nascita, che ospitava otto tele bianche con taglio centrale, che lui stesso denominava 'Attese' (come se fossero manifestazione immediata di qualcosa). Concepiva la forma ovale come immateriale, sospesa nel vuoto e galleggiante nel buio.
Le tele bianche, monocrome, segnano un'unica traccia di una trascendenza, rispetto alla fisicità, diventando quasi uno spettacolo. L'ultima sua opera, invece, è un percorso labirintico che, alla fine, presenta un unico taglio bianco sulla parete centrale, come fosse una rivelazione improvvisa. Il significato attribuito da Fontana era simbolico, dal momento in cui l'osservatore si avvicina e trova delle corrispondenze con suoi pensieri e teorie. Il taglio diagonale, frequente nelle sue opere, trova un'assonanza con un'opera di Piero Della Francesca, in cui, la diagonale nella veste blu della madonna richiama la funzione materna e, simbolicamente, passa da una dimensione descrittiva a una spirituale e universale. E' rilevante notare che, prima che Fontana facesse un buco in una tavola, Filippo Brunelleschi aveva compiuto il medesimo gesto, per capire e rappresentare la prospettiva .
Biografia Lucio nasce a Rosario da una relazione fra Lucia Bottini, figlia dell’incisore svizzero Jean e che poi sposerà Juan Pablo Maroni, e il padre italiano Luigi Fontana (1865-1946)Sarah Whitfield, Lucio Fontana, University of California Press, 2000, p68. , scultore, che terrà con sé il figlio e sposerà successivamente Anita Campiglio, considerata sempre da Lucio come una vera mamma. La famiglia Fontana era abbastanza agiata, quindi il giovane Lucio viene mandato in Italia a studiare prima in importanti collegi e poi all’Istituto tecnico Carlo Cattaneo e al liceo artistico di Brera.
Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, si arruola volontario nel Regio esercito.Paolo Campiglio, Fontana, Giunti, 2008 Fontana aderì precocemente al movimento fascista ed è documentato come membro dei Fasci di Combattimento già nel 1920.Jan Hendrik Geschke: Die Ekstasen der Gewalt, S. 68. Nel 1921, ottenuto il diploma di perito edile fa ritorno in Argentina. Nel 1924 dopo aver lavorato con il padre apre il suo studio a Rosario abbandonando lo stile realistico del padre e guardando invece i modi cubisti di Aleksandr Archipenko come in Nudo (1926) e in La mujer y la balde (1927). Nella prima opera si notano influenze di Alexander Archipenko e del secessionismo, mentre nella seconda opera si nota la lezione di Aristide Maillol.
Nel 1927 torna a Milano e si iscrive all’Accademia di Brera, diplomandosi nel 1930. Subisce l'influenza del suo professore Adolfo Wildt.Paolo Campiglio, Fontana, Giunti, 2008
Dirà nel 1963 “Avevo per guida un grande maestro: Wildt, ero considerato l’allievo migliore del corso. E Wildt, anzi, mi aveva espresso più volte che io diventassi continuatore della sua arte. Invece, appena uscito dall’Accademia, ho preso una massa di gesso, le ho dato una struttura approssimativamente figurativa di un uomo seduto e le ho gettato addosso del catrame. Così, per una reazione violenta. Wildt si è lamentato, e cosa potevo dirgli? Avevo una grande stima di lui, gli ero riconoscente, ma a me interessava trovare una nuova strada, una strada che fosse tutta mia.”B.Rossi, Dialogo con Lucio Fontana, in "Settimo giorno", 22 gennaio 1963 È nata così una delle opere più importanti del primo periodo di Lucio Fontana: L’uomo nero (1930- oggi perduta). Ricordando opere di Archipenko e Zadkine cerca un ritorno alle origini della forma. Il catrame nero e la massa quasi informe, sono in contrasto con il recupero delle forme romane ed etrusche di Arturo Martini e Marino Marini. Insieme a Renato Birolli e Aligi Sassu ritiene l’espressionismo una alternativa alla moda del Novecento come in Campione olimpico (o Campione in attesa) (1932).
Realizza anche numerose ceramiche dai colori vivaci. Conosce le avanguardie architettoniche milanesi: Figini e Pollini e il gruppo BBPR cioè: Belgioioso, Banfi, Peressutti, Rogers. Ha acquisito la lezione di Le Corbusier. La vicinanza all’architettura è visibile chiaramente nel monumento a Giuseppe Grandi (Il grande scultore della "Scapigliatura" lombarda) purtroppo mai realizzato (1931) e progettato insieme con il cugino architetto Bruno Fontana e l’ingegnere Alcide Rizzardi. Il progetto prevede un cono rovesciato e dei cristalli. Si nota la derivazione dalle opere costruttiviste e razionaliste: vedi Melnikov (Faro di Colombo 1929) e Tatlin (monumento alla III Internazionale). Negli anni trenta Fontana è sempre in bilico tra figurazione espressionista e rarefazione della forma e bidimensionalità. Vedi Il fiocinatore (1934) o Scultura astratta (1934).Paolo Campiglio, cit. Nel 1930 tenne la sua prima mostra personale alla Galleria del Milione di Milano e partecipò alla XVII Biennale di Venezia con la scultura Vittoria fascista.Lucio Fontana: Vittoria fascista. Giardino, 17. Esposizione Biennale Internazionale d'Arte (1930).
Nello stesso anno realizzò un primo busto di Benito Mussolini. Nel 1933 seguirono il busto Attesa, un giovane eroe nudo con il fazzoletto dell’organizzazione giovanile del Partito Nazionale Fascista, e la statua Vincitrice destinata all’Aeronautica, che tuttavia ne rifiutò l’acquisto nel 1934.
Nel 1936 il gruppo scultoreo Gruppo della Vittoria fu esposto nella Sala d’Onore della Triennale di Milano, ribattezzata “Sala del Trionfo” in occasione dell’invasione fascista dell’Etiopia. Un busto di Fontana destinato ad Addis Abeba e previsto dal Ministero della Propaganda non venne mai realizzato. Sempre nel 1936, il nuovo quartier generale della Federazione dei Fasci Milanesi fu decorato con il più grande bassorilievo d’Italia. Sul soffitto volano cinque Vittorie alate armate, cariche di bottino di guerra. Questo cosiddetto “Sacrario dei Martiri Fascisti” fu destinato, dopo la fine della guerra, a sede dell’Arma dei Carabinieri.[Geschke: Die Ekstasen der Gewalt, S. 68.
Nel 1937 si reca a Parigi per l’Esposizione universale. Conosce Tristan Tzara e Costantin Brancusi e vede le opere di Picasso. Visita i laboratori di ceramica di Sèvres e realizza nuove ceramiche. Nel 1939 realizza per la Casa del Fascio di Milano i bassorilievi "Volo di Vittorie".
Dal 1940 al 1947 vive ancora in Argentina e insieme con altri artisti astratti scrive il Manifiesto blanco: Si richiede un cambiamento nell'essenza e nella forma. Si richiede il superamento della pittura, della scultura, della poesia e della musica. È necessaria un'arte maggiore in accordo con le esigenze dello spirito nuovo. Durante la seconda guerra mondiale il suo laboratorio di Milano con tutte le opere di Fontana fu distrutto dai bombardamenti.didascalia con relativa fotografia
Nel 1947 insieme con Beniamino Joppolo, Giorgio Kaisserlian, Milena Milani fonda lo Spazialismo, movimento artistico che viene sostenuto dalla Galleria del Cavallino di Venezia, e scrive il Primo Manifesto dello Spazialismo: "È impossibile che l'uomo dalla tela, dal bronzo, dal gesso, dalla plastilina non passi alla pura immagine aerea, universale, sospesa, come fu impossibile che dalla grafite non passasse alla tela, al bronzo, al gesso, alla plastilina, senza per nulla negare la validità eterna delle immagini create attraverso grafite, bronzo, tela, gesso, plastilina"http://www.giacomobelloni.com/styled-57/styled-15/ consultato il 24 agosto 2018. Seguito poi dal Manifesto tecnico dello spazialismo nel 1951 ("La prima forma spaziale costruita dall'uomo è l'aereostato. Col dominio dello spazio l'uomo costruisce la prima architettura dell'Era Spaziale- l'aeroplano. A queste architetture spaziali in movimento trasmetteranno le nuove fantasie dell'arte. Si va formando una nuova estetica, forme luminose attraverso gli spazi. Movimento, colore, tempo, e spazio i concetti della nuova arte".). Alla fine degli anni quaranta, collabora con la Fontana Arte alla realizzazione di basi in ceramica per tavoli e tavolini (su disegno dell'architetto Roberto Menghi), e con la ditta Borsani.
Nel 1952 segue il Manifesto del movimento spaziale per la televisione: "Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d'arte, basate sui concetti dello spazio, visto sotto un duplice aspetto: il primo quello degli spazi, una volta considerati misteriosi ed ormai noti e sondati, e quindi da noi usati come materia plastica; il secondo quello degli spazi ancora ignoti del cosmo, che vogliamo affrontare come dati di intuizione e di mistero, dati tipici dell'arte come divinazione. La televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti. Siamo lieti che dall'Italia venga trasmessa questa nostra manifestazione spaziale, destinata a rinnovare i campi dell'arte".http://www.hackerart.com consultato il 24 agosto 2018
Le sue tele monocrome, spesso dipinte a spruzzo, portano impresso il segno dei gesti precisi, sicuri dell'artista che, lasciati i pennelli, maneggia lame di rasoio, coltelli e seghe. Tutto è giocato sulle ombre con cui la luce radente sottolinea le soluzioni di continuità.
L'opera Il fiore (o Concetto spaziale) del 1952 introduce il movimento: un fiore costituito da lamelle di ferro verniciato di giallo con una serie di buchi ordinati e in movimento tra di loro. Ma forse l'opera più interessante di questo periodo è la Struttura al neon per la IX Triennale di Milano del 1951. Un neon continuo che si intreccia più volte appeso a un soffitto colorato di blu (progettato insieme con gli architetti Baldessari e Grisotti) e sembra cristallizzare il movimento di una torcia elettrica oppure il movimento di uno schizzo su carta (come si può vedere dagli schizzi preparatori) simile ai tracciati spiraliformi di Hans Hartung. Nei successivi anni '50 realizzerà una serie di opere sempre più rappresentative del pensiero informale. La serie delle Pietre, la serie dei barocchi e quella dei gessi. Conosce Yves Klein, che a sua volta lo ammira. Fontana apre un varco verso una ricerca di infinito, di spazio, di spiritualità. La stessa ricerca di spiritualità operata da Kandinskij, Pollock, Yves Klein e da Rothko.