Fresagrandinaria (Fròišǝ in dialetto locale) è un comune italiano di abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. È dominato da un borgo fortificato di pietra risalente al IX secolo.
Geografia fisica Il centro storico del paese è situato su un colle a ridosso della vallata del Trigno, distante circa 13 km dalla costa adriatica. Il nord del comune è attraversato, nella frazione di Guardiola, dal fiume Treste.
Storia
Evo antico In base a casuali ritrovamenti archeologici si può ipotizzare la presenza umana continuativa da oltre un migliaio d'anni prima di Cristo, nelle alture. «La frequentazione del territorio di Fresagrandinaria risale almeno all'età del Bronzo Finale (XI-X secolo avanti Cristo) epoca in cui si data una tazza d'impasto con ansa verticale a nastro ad apici rilevati» (Amalia Faustoferri, Oltre Histonium..., 1996). Uno strìgile metallico, due dischi in bronzo decorato sono riferibili al V secolo a.C.; così come alcuni tipi di fibule in bronzo tra cui due dette "a tre bottoni"; e anche pezzetti di metallo pesante (aes rude) che erano delle premonete consistenti in lingotti irregolari privi di qualsiasi iscrizione: essi furono in uso per gli scambi tra gli antichi popoli dell'Italia centrale fino al III secolo avanti Cristo. Alcune figuline votive risalgono al II-I secolo a.C. circa.
Verso il 1840 venne rinvenuta un'iscrizione graffita su un coccio con cui si menzionava in lingua osca (parlata dai popoli italici) il termine heirenem (forse il fabbricante Erennia). Essa fu oggetto di studio di molti studiosi tra i quali il Mommsen, il Vetter e il Conway.
In località Guardiola sono stati ritrovati diversi reperti. Nelle varie contrade con esposizione est/nord est sono state rinvenute delle tombe a cappuccina e a pozzetto con corredi funebri, armille bronzee a spirale del IX secolo a C, lucerne in terracotta, spade, cuspidi di lancia, punte di giavellotto (pilum), alcuni bronzetti di Ercole, elmi, vasellame, pesi da telaio e da bilancia, scorie di ferro e tanti, tanti cocci. Fu territorio dei Frentani e, al tempo dei romani, fu parte integrante della Regio IV Samnium. Appartenne al Municipio di Histonium.
Le monete qui rinvenute risalgono alla seconda guerra punica (218/204 a.C.), un semisse con l'effigie della testa di Saturno e prua di galea con rostro), a Druso minore (21 d.C.), agli imperatori Antonino Pio (138/161 d.C.), Marco Aurelio (170-180 d.C.), Commodo (177-192 d. C.), a Filippo l'Arabo (245 d.C.); vi sono alcune di non accertata datazione. Di altre ancora, rinvenute nel 1845, e di quelle vendute da un privato ad un orefice nel 1929, si ignora sia la datazione che la destinazione.
Il territorio fu invaso dai longobardi i quali si stabilirono nelle adiacenze dei fiumi Trigno e Treste. Nei pressi del fiume, come risulta dai libretti di terraggio, esisteva appunto una contrada chiamata "Fara". La storia parla del popolo longobardo e generalizza: è accertato che questo popolo era costituito anche da altre etnie come a dire Sassoni, Bulgari, Gepidi, Frisoni, etc.che il duca provvide a ricompensare con delle cessioni di territori.
Fresa (Frisia, Frisa) appartenne inizialmente al ducato di Benevento, ma, dopo l'arrivo dei Franchi e la guerra tra Guinigiso e Grimoaldo III (verso l'803), con l'Abruzzo fu annessa al ducato Franco di Spoleto.
Medio evo La fondazione del centro abitato viene fatta risalire al principio del IX secolo, al tempo della lotta tra Guinigiso di Spoleto e Grimoaldo di Benevento. Nell'anno 812 vi fu l'accordo di pace tra Franchi e Longobardi in base al quale l'Abruzzo, fino al Trigno, fu tolto ai Longobardi. Gli abitanti di agglomerati rurali sparsi nelle campagne circostanti si riunirono costruendo le loro casette attorno alla rocca eretta sul Morgione, dominante la vallata del Trigno. Si trattò di sinecismo. Da un privilegio di papa Leone IX del 9 novembre 1053, riportato da Concetta Delle Donne Marangione, si apprende la conferma all'abate Guisenolfo (del Monastero benedettino di S. Maria Di Tremiti) il possesso «in comitatu Teatino ecclesiam Sancte Marie ad Fresa». Ed è la prima volta nella storia in cui si nomina Fresa. Quella chiesa, più volte rimaneggiata, esiste ancora ed è intitolata a S. Maria delle Grazie.
Nel IX secolo il tenimento fresano fu frequentato dai monaci benedettini che eressero anche la chiesa di san Germano di Capua sulla sponda sinistra del Trigno e fondarono il monastero di sant'Angelo in Cornacchiano sui ruderi della vecchia chiesa di san Martino sul Treste – menzionata con altre chiese della zona nel Chronicon farfense,Ivi, p. 194. nell'829 – a sua volta sorta sui resti di un antico tempio pagano dedicato alle dee Cibele, Venere e probabilmente anche Ercole.P. Giangiacomo, idem.
Nel 1060 fu occupato dai normanni, i quali poi lo cedettero in suffeudo, unitamente ad altri castelli della zona, ai baroni Grandinato anch'essi di origine nordica. Tale casata signoreggiò per secoli non solo su Fresa, ma anche su Dogliola, Lentella, Furci, Palmoli, Celenza sul Trigno, Montenero di Bisaccia e altrove come risulta nel Catalogus baronum. La prima menzione dei Grandinato, lo si trova in un atto rogato a Fresa il 1º maggio 1115 con il quale Ugone di Grandinato concesse all'abate Giovanni di San Angelo in Cornacchiano il castello e l'intero territorio di Dogliola.
Il borgo, tassato per 2 militi, fu feudo dei Grandinato fin verso il 1330 quando tale casato si estinse. Passò in dominio dei Di Sangro e fu parte della baronìa di Monteferrante. Nel 1443 ne fu investito Paolo di Sangro, "capitano di gente d'arme". Nel 1447 si censirono 65 fuochi con 415 persone.
Il secondogenito di Paolo, Alfonso ne ereditò il titolo ed il possesso intorno al 1455. Questi fu il capostipite del ramo di Sangro Signori di Fresa signoreggianti anche a Dogliola e Palmoli.
Rinascimento ed età moderna Nel 1583 fu acquistato da Giulio Gesualdo, principe di Venosa, la cui vedova Laura Caracciolo di Casalbore lo cedette ai Chierici regolari teatini. Nel corso del primo ventennio del 1600 subentrarono i Caracciolo i quali vivevano a Napoli. Costoro, del ramo dei principi di Santobono, avevano potere soltanto su una parte del territorio fresano. Al riguardo vi furono secolari liti tra il signore e i "particulari", cioè i piccoli proprietari liberi.
Nel 1687, unitamente agli altri centri facenti parte del feudo, Fresa ottenne da Marino Caracciolo il rinnovo delle cosiddette Capitolazioni cioè uno statuto con cui si mettevano per iscritto diritti e doveri dei cittadini. Ma con i successori di Marino tali norme rimasero sulla carta. Tanto che nel 1787 il popolo insorse e si riprese gli oggetti sequestrati, incendiando la casa dell'erario, con le bastonature e ferimento degli sgherri, con sparatorie e minacce al governatore il quale riuscì nottetempo a fuggire.
I fresani si affrancarono dal giogo feudale con uno "strumento d'accomodo" nel 1804 ma sottoponendosi a forti spese annuali le quali finirono per motivare lunghe dispute legali, trascinate fino agli anni 1930.
Dapprima chiamato "Terra", successivamente "Università" rappresentato dal "Camerlengo" eletto annualmente nel corso del "Parlamento generale" dei capifamiglia tenuto in chiesa nella giornata del 29 giugno, il paese assunse l'appellativo di "Comune" nel periodo napoleonico. Il consiglio comunale di allora era chiamato "decurionato", composto da dieci membri, (i " decurioni") e il sindaco aveva carica annuale, rieleggibile.
La principale fonte di reddito era costituita dall'allevamento del bestiame ovino, caprino, suino, bovino e dalle coltivazioni agricole praticate con mezzi antiquati.
In seguito all'unità italiana, il fenomeno brigantesco fu particolarmente intenso in questo territorio, sia nel periodo napoleonico che in quello post unitario tanto che lo Stato dovette acquartierarvi per diverso tempo e a più riprese interi reparti dell'esercito per contrastare il fenomeno. Simboli Lo stemma comunale, ricavato da un'impronta del 1682, viene così descritto:
Il gonfalone è un drappo partito di rosso e di bianco.
Monumenti e luoghi d'interesse Borgo fortificato Il primo impianto risale, come precedentemente accennato, al IX secolo, attorno a una rocca fatta costruire dai conti di Chieti su un costone di roccia gessosa su cui si domina la vallata del Trigno. Successivamente è stato trasformato e ampliato fino al XVIII secolo. Nel borgo spiccano una porta urbana e delle case-mura con alcuni archi e sottoportici. Il nucleo originario del paese ha una direzione est-ovest chiusa a nord dalla chiesa e dal castello-palazzo Grandinati/di Sangro sito nell'attuale area della casa ex D'Aloisio-Lalla. Il castello-palazzo fu demolito in seguito alla eversione della feudalità, oggi ne restano alcune tracce. Nel centro urbano vi sono numerose grotte artificiali e cavità realizzate, secondo una diceria locale, per creare degli ambienti abitativi, delle stalle ed aumentare le zone edificabili.Pierino Giangiacomo, idem.
Chiesa del Santissimo Salvatore È sita in Salita Cavour. L'impianto originario risale al sorgere del borgo ed in seguito trasformato nel XIX secolo. Le vicende storiche dell'edificio religioso sono correlate al castello ed al borgo fortificato visto che è sito nel punto più alto del paese. È menzionata nelle decime del 1324-25 come dipendenza dell'Abbazia di sant'Angelo in Cornacchiano. Agli inizi dell'800 ne fece una sommaria descrizione il prete Amico Fedele De Lellis ed era fatiscente. Del 1818 e del 1828 vi sono dei progetti preliminari di ricostruzione curati dall'architetto Michelangelo Jaita. In seguito l'ingegnere Carlo Luigi Dau progetterà un progetto a tre navate ma mai realizzato. I lavori di ammodernamento vennero affidati a Gabriele e Basilio Fagnani, di Pescopennataro che, dopo lunghi anni e sacrifici, realizzarono in pietra la parte grezza. L'edificio fu riaperto al culto nel 1858, mentre i lavori furono ultimati nel 1859. Del 1870 sono gli stucchi realizzati a spese dell'agrimensore Giuseppe Longhi. Del 1883 è una citazione della chiesa come ancora pericolante. La facciata, in stile ottocentesco con forme classiche, è divisa in tre parti da paraste con trabeazione e frontone. Il portale è in pietra scolpita.
La torre campanaria presenta una base quadrata: essa fu ultimata soltanto nel 1926 in mattoni. L'interno è a navata unica con soffitto a volta a botte e lunette. Le cappelle laterali sono otto: quattro a destra e quattro a sinistra. Sull'altar maggiore vi è la statua del Cristo ascendente opera del 1858 dell'atessano Falcucci. Ai lati del presbiterio due tele settecentesche forse del Gamba o, comunque, della scuola napoletana: quella a destra di chi entra raffigura l'Addolorata, Sant'Agostino e, si pensa, il Beato Angelo da Furci; quella a sinistra San Carlo Borromeo, San Gaetano da Thiene e Sant'Antonio di Padova, tutti in adorazione.
All'interno si conservano un Crocifisso ligneo di arte paesana del XVI secolo e una pila in pietra per l'acqua santa datata 1663; inoltre antiche statue lignee policrome di san Nicola di Bari, san Pietro apostolo e san Sebastiano martire.
Fin dal 1600, probabilmente anche da prima, non esistendo ancora il Cimitero vero e proprio (fino al 1869) tale chiesa fu adibita anche a camposanto. I morti erano seppelliti, a pagamento, in delle fosse, scavate nel pavimento e chiuse con una lastra, gestite da apposite corporazioni religiose. Nel primo decennio del 1700 tali enti erano quattro: Corpo di Cristo; Santissimo Rosario; San Donato; Santissimo Sacramento. I bambini e i preti erano seppelliti in fosse distinte. I suddetti sodalizi disponevano di terreni e case, di bestiame, sementi, denaro liquido da prestare o affittare alla popolazione. Venivano amministrati da persone regolarmente elette anno per anno e la cui gestione era soggetta alla revisione dei conti e alla supervisione dell'arciprete. Dai documenti del tempo risulta che i fresani usufruirono ben volentieri di questi istituti di credito ante litteram.