Anche definito “morbo asiatico” a motivo della sua provenienza, il colera è causato da un bacillo (Vibrio cholerae), che si introduceva nell'organismo moltiplicandosi nell'apparato digerente.

Nel corso dell'Ottocento, a causa di movimenti militari e commerciali dell'Inghilterra nel continente indiano, e delle macchine a vapore che resero sempre più numerosi i viaggi, il colera cominciò a diffondersi su quasi tutto il globo.. L'Ottocento, infatti, rappresentò per l'Europa il secolo dello sviluppo industriale, che causò anche l'aumento demografico e l'accrescimento delle maggiori città che videro moltiplicare al loro interno rifiuti e germi, condizioni favorevoli per lo sviluppo di tale epidemia. Il colera dilagò in diverse città europee generando sette pandemie nel corso del XIX secolo. Sei di queste giunsero anche in Italia: 1835-1837, 1849, 1854-1855, 1865-1867, 1884-1886 e 1893..

La rivoluzione batteriologica di fine Ottocento porterà alla scoperta degli agenti eziologici di quasi tutte le malattie epidemiche, ma alla prima comparsa del colera in Europa erano del tutto sconosciute le cause di questa malattia. Le manifestazioni coleriche iniziavano con forte diarrea accompagnata da dolori addominali, le scariche si presentavano poltacee e miste a bile, per poi diventare liquide e incolori. Contemporaneamente si presentava anche il vomito e cessava l'emissione d'urina. Il corpo si disidratava e per il malato cominciava il tormento della sete. Il volto si presentava pallido e molto sudato, gli occhi incavati nelle orbite. Quando il malato provava un'intensa sensazione di freddo, nota come fase algida, la morte sopraggiungeva nel giro di poche ore..

Cause del contagio Nel 1817 il colera iniziò a propagarsi dal Bengala, dove scorre il Gange, verso l'Europa, la penisola scandinava, l'Africa e le due Americhe senza distinzioni tra Paesi modernizzati o in via di modernizzazione, mondi agricoli e preindustriali.. Il colera è definito malattia della “rivoluzione commerciale”,. non a caso la diffusione iniziò proprio a seguito della prima rivoluzione industriale che aveva favorito lo sviluppo della navigazione a vapore, una rete ferroviaria sempre più fitta, un maggior numero di mezzi di trasporto sia marittimi sia terrestri favorendo la circolazione di uomini, di idee, di mentalità ma anche di malattie. A seguito della rivoluzione commerciale e industriale non solo le persone e le merci riuscirono a diminuire la durata dei viaggi ma anche i microorganismi viaggiavano a velocità superiore rispetto a qualsiasi epoca del passato.

Le cause del contagio vanno attribuite anche alle vicende coloniali dell'India: col Charter Act del 1813 il Regno Unito aveva inaugurato i provvedimenti che aprivano la strada alla politica di esautoramento della Compagnia delle Indie, dando il via a un impegno diretto nell'espansione coloniale in India. Gli effetti furono la privatizzazione di terre, lo sconvolgimento delle forme produttive tradizionali, il tracollo dell'economia di villaggio che andavano a sommarsi agli effetti della carestia del 1816-17, che aveva interessato anche l'Europa. Tutti questi cambiamenti contribuirono al peggioramento delle condizioni igieniche e, probabilmente, alla diminuzione delle difese immunitarie delle popolazioni locali che fino a quel momento avevano convissuto con il vibrione colerico e con altri agenti eziologici ma che da quel momento furono infettate. Gli storici della medicina, infatti, concepiscono le grandi epidemie come fenomeni che vengono a innestarsi sullo stato morboso di una popolazione..

Diffusione del colera Nel maggio del 1817 il colera iniziò a serpeggiare in un vasto territorio a nord-est di Calcutta attaccando, a novembre, le truppe dell'esercito inglese provocando migliaia di morti. I sopravvissuti infetti furono vettori del morbo portandolo dal Bengala lungo le frontiere settentrionali. L'epidemia si estese in ogni direzione per tutto il 1818. A gennaio del 1819 giunse a Delhi, Lahore, in Birmania, in Thailandia e in Malaysia. Attraversò lo stretto passaggio tra l'oceano Indiano e l'oceano Pacifico colpendo le isole di Sumatra, Giava, Borneo, le Celebes, le Filippine, la Cocincina e la Cambogia. Intanto una nave proveniente da Calcutta aveva portato l'epidemia nell'isola di Mauritius e quindi sui litorali dell'Africa orientale. Nello stesso periodo arriva anche in Cina.. Nel luglio del 1821 passò nel Mar Arabico con una spedizione inglese inviata per soffocare la tratta degli schiavi, precisamente a Mascate, importante snodo del traffico marittimo sulle coste d'Arabia, dove l'elevato numero di morti rese impossibile il seppellimento nei cimiteri perciò migliaia di cadaveri furono affondati in alto mare. Nel mese di agosto dello stesso anno approdò in altre città delle coste arabe e del Golfo Persico. Dai porti persiani, punti nevralgici degli scambi commerciali tra la Persia e le Indie inglesi, l'epidemia serpeggiò nella primavera del 1822 verso il Tigri e l'Eufrate fino a Baghdad. Nel 1823 arrivò in Siria, in Anatolia, a Tripoli e verso il Libano.. L'infezione si bloccò sulle coste del Mar Caspio nel settembre del 1823 a causa delle rigidissime temperature facendo alimentare la speranza che il morbo asiatico, giunto dai caldi Paesi orientali, sarebbe stato incompatibile con le temperature occidentali..

In Europa, però, rispetto al resto del mondo, si contavano molte più città e la distanza tra una città e l'altra era minore, così come tra la popolazione rurale e la città. Nel 1829 il colera giunse a Orenburg, città della Russia situata al limite orientale della parte europea, dove rimase per circa due anni malgrado le temperature scendessero a 18-20 gradi sotto lo zero. Nell'ottobre del 1830 fu denunciata la presenza dell'epidemia anche a Mosca.. A luglio del 1830 era a Cracovia, in Germania e a Vienna, capitale dell'Impero austro-ungarico nelle cui campagne si contarono 250.000 morti. A metà di giugno del 1831 un nuovo focolaio epidemico fece la sua comparsa in altre città della Russia, il popolo timoroso di un avvelenamento dei pozzi o dei cibi distribuiti, si ribellò: furono distrutti numerosi ospedali e molti medici vennero uccisi. Nel 1832 una nave salpata dal Mar Baltico fece approdare il colera sulla costa orientale dell'Inghilterra da lì arrivò nelle maggiori città: Sunderland, Newcastle, Edimburgo, Dublino, Glasgow e Londra che era la più grande metropoli al mondo..

Nel mese di marzo del 1832 fu la volta di Parigi, le paure e il terrore che avevano accompagnato le pestilenze e l'impotenza della medicina di fronte al colera esasperò gli animi, furono saccheggiate farmacie, aggrediti medici e messi a soqquadro ospedali.. Parigi divenne fonte di propagazione per tutta la Francia: di 86 dipartimenti soltanto 35 si salvarono, quasi tutti nelle zone montuose. Il mese successivo fu dichiarata la presenza del morbo anche in Belgio, nei Paesi Bassi e in Prussia renana. Nel 1834 una nave con a bordo soldati inglesi infetti sbarcò nella foce del Douro, da qui estendendosi verso sud il colera arrivò a Porto, a Coimbra e a Lisbona. Proseguì in tutta la Spagna, la Catalogna e la Provenza. Alla fine del 1834 si insinuò nelle Fiandre, nella Germania settentrionale, ad Amburgo, in Norvegia e in Svezia. Nel luglio del 1835 furono colpite Marsiglia, Nizza, Villafranca. Da Nizza nel 1837 il colera invase tutti gli stati italiani dal Regno Lombardo-Veneto al Regno delle Due Sicilie.. Sei furono le epidemie che scoppiarono in Italia: 1835-37, 1849, 1854-55, 1865-67, 1884-86, 1893. L'epidemia che scoppiò tra gli anni 1884-86 flagellò soprattutto la città di Napoli..

Il contagio in Italia

Negli anni trenta dell'Ottocento, quando il colera iniziò ad aggirarsi per l'Europa, le autorità sanitarie e i governi degli Stati italiani cominciarono a tutelarsi. Gli Stati impegnati nei traffici commerciali con altre nazioni, come ad esempio il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie, istituirono cordoni sanitari marittimi e definirono i giorni di quarantena per le imbarcazioni provenienti da zone infette e sospette. Altri governi, come quello toscano, inviarono alcuni medici nei Paesi europei colpiti dall'epidemia per studiare il decorso della malattia e le misure da essi adottate.. I provvedimenti presi erano i buona sostanza quelli già sperimentati ai tempi della peste. Quando l'epidemia scoppiò in Francia, il ducato di Parma ordinò di disinfettare tutte le lettere e i pacchi che provenivano da essa.. Carlo Alberto ordinò alle truppe di stendere un cordone sanitario terrestre da Sanremo a Ventimiglia e da Cuneo a Nizza. Furono adottate leggi che punivano con la morte tutti coloro che violavano i cordoni marittimi e terrestri e che aggiravano le disposizioni sanitarie. Nel luglio del 1835 quando il colera era ormai al confine quasi tutti gli Stati, soprattutto quelli al nord, riorganizzarono il sistema di lazzaretti consapevoli che le misure adottate non sarebbero riuscite a risparmiare l'Italia dal colera.. Solo Genova, Livorno e Venezia esitarono a prendere provvedimenti poiché il blocco dei commerci marittimi avrebbe gravato sulla loro economia. Appoggiarono perciò teorie anticontagioniste che accusavano l'aria malsana, la sporcizia e la cattiva alimentazione piuttosto che il contatto..

La frammentazione politico-istituzionale italiana complicò la formazione dei cordoni sanitari; questi, inoltre, misero in difficoltà le esangui casse di qualche Stato e le piccole economie familiari. I cordoni portarono in rovina tutte quelle famiglie che si reggevano su lavori agricoli stagionali che comportavano lunghi spostamenti, o sui commerci di derrate trasportate dalle aree di produzione ai mercati di consumo e alle fiere. Per superare i cordoni marittimi le navi dovevano arrestarsi a distanza di sicurezza dal litorale, il responsabile dell'imbarcazione con una scialuppa si avvicinava alla costa per esibire la patente sanitaria al ministro della sanità e per giurare solennemente che nessuno a bordo fosse infetto. La patente veniva prelevata con una pinza e se ne verificava il contenuto: se il bastimento era ritenuto infetto o sospetto non veniva ammesso l'approdo pena la morte. Le lettere e i documenti venivano affumicati con un “suffumigio”, un fumo contenente zolfo, e poi immersi nell'aceto..