La Repubblica () è un'opera filosofica in forma di dialogo, scritta approssimativamente tra il 380 e il 370 a.C. dal filosofo greco Platone, la quale ha avuto enorme influenza nella storia del pensiero occidentale. Il titolo originale dell'opera è la parola greca : il termine "repubblica", che è la traduzione tradizionale del titolo, è un po' fuorviante, in quanto derivata dal latino, e in particolare da Cicerone; una traduzione più precisa potrebbe essere La CostituzioneCome del resto ammette il Vocabolario Greco-Italiano di Lorenzo Rocci (1989, trentaquattresima edizione), alla voce πολιτεία, 3b) governo democratico; costituzione dem.; repubblica, pag. 1526.. È composta da un totale di 10 libri: il primo tratta il tema della giustizia e funge da introduzione per i due libri successivi, in cui Platone espone la sua teoria di "Stato ideale". Quarto e quinto libro si occupano del rapporto tra cose e idee, tra mondo sensibile e sovrasensibile (Iperuranio). Sesto e settimo libro descrivono la teoria della conoscenza, ottavo e nono dello Stato e della famiglia e infine il decimo dell'immortalità dell'anima con il Mito di Er.
L'opera ruota intorno al tema della giustizia, sebbene il testo contenga anche moltissime altre teorie platoniche, come il mito allegorico della caverna, la dottrina delle idee, la concezione della filosofia come dialettica, una versione della teoria dell'anima differente rispetto a quella già trattata nel Fedone e il progetto di una città ideale, governata in base a principi filosofici. Quest'ultima è l'esempio più celebre di quelle teorie politiche che col passare dei secoli prenderanno il nome di utopie. Scritta in forma dialogica, La Repubblica riguarda ciò che viene detto ("filosofia delle cose umane"), e coinvolge argomenti e discipline come l'ontologia, la gnoseologia, la filosofia politica, l'economia, l'etica medica e l'etica in generale.
La Repubblica si presenta come un'opera organica, enciclopedica e circolare, concernente, più in generale, il rapporto tra universale e particolare. L'opera è strutturata in dieci libri e ha per protagonista Socrate, ma un Socrate che, come molti studiosi hanno ben visto, è decisamente diverso da quello degli altri dialoghi, e che in più punti va modificandosi, a poco a poco, in un processo di katábasis, indicato nella frase iniziale del dialogo: «Ieri scesi al Pireo…».M. Vegetti, Introduzione a Platone, La Repubblica, BUR, Milano 2007, pp. 39-42. Questo processo di purificazione porta Socrate ad abbracciare a poco a poco delle tesi che non sono sue, bensì appaiono di natura piuttosto platonica, e legate soprattutto al momento storico che Platone viveva dopo la guerra del Peloponneso: la presa della città ad opera di Crizia, il quale instaurò il governo dei Trenta Tiranni, la caduta del governo oligarchico, la restaurazione della democrazia ateniese, e nel 399 a. C. il processo e la condanna a morte del maestro Socrate.M. Vegetti, Introduzione a Platone, La Repubblica, BUR, Milano 2007, pp. 12-13. Vediamo quindi il vecchio filosofo esporre teorie che vanno dalla parità dei sessi, alla condivisione delle proprietà private, alla scomparsa della famiglia, e all'obbligo, per coloro che fossero destinati a essere i phylakes ("guardiani") a non avere nessun guadagno dal loro lavoro ed essere mantenuti a spese dei cittadini.
Personaggi Socrate: filosofo, maestro di Platone, che inizia a introdurre, e poi ad approfondire, il tema della città ideale; Trasimaco: sofista, che avvia la discussione, inizialmente sostenendo che la giustizia sia l'"utile del più forte"; Cefalo: anziano proprietario della casa dove si svolge il dialogo, felice d'aver accumulato beni materiali, sostiene che in ciò consistano giustizia e felicità nella vita; Glaucone: allievo di Socrate che lo accompagna da Cefalo; Polemarco: allievo di Socrate; Adimanto: allievo di Socrate e fratello di Platone.
Contenuto
Libro I: Socrate giunge in casa di Cefalo, dopo aver assistito alle feste Bendidie di Atene. Cefalo si dimostra felice per essere riuscito a recuperare i beni perduti dal padre, offrendo il proprio modello di felicità e giustizia. Polemarco, figlio di Cefalo, dice la sua sulla giustizia, ossia fare il bene agli amici e il male ai nemici. Infine parla l'irruente Trasimaco, sostenendo che la giustizia è l'utile di chi è più forte. Socrate interviene una prima volta, dicendo che se i più forti al potere fossero tiranni, potrebbero fare il male di tutti. Socrate lo contraddice ancora, arrivando alla conclusione che l'ingiustizia vuole predominare sia sull'ingiusto che sul giusto, perché molto facilmente con l'ingiustizia si ha il controllo. La giustizia allora sarebbe qualcosa all'infuori delle umane capacità. Infatti la giustizia è virtù dell'anima, come dice Socrate, al contrario di Trasimaco, che vede l'ingiustizia una virtù. Libro II: Intervento di Glaucone su tre tipologie di beni: i beni desiderabili solo per sè, i beni desiderabili per sè e per gli effetti che procurano e i beni apprezzabili solo per i loro effetti. Anche per Glaucone la giustizia dell'uomo consiste nel trarre vantaggi propri, anche se Socrate sostiene che il vero bene sarebbe la perpetuazione della seconda categoria. Per Glaucone insomma c'è il timore di una ingiustizia impunita, e che dunque necessiti la forza del potere. Visto che la vera giustizia per l'uomo comune sarebbe una "ingiustizia mascherata", per mantenere l'equilibrio cittadino, Socrate allora propone l'analisi della giustizia in una "Città Ideale", partendo dalle origini, dal nucleo primitivo.
La città è un semplice villaggio di contadini con precisi compiti, poi si amplia, e necessita un corpo di guardia, e successivamente una coscienza del popolo, che consiste nell'educazione e nello studio del sapere. Socrate dunque espone i vari compiti di ogni cittadino, dalle guardie allo studio della conoscenza. Libro III: le guardie della città rivestono un ruolo speciale, dunque devono pensare solamente al loro dovere, senza la corruzione dei pensieri dalla poesia e dalla letteratura. Socrate distingue tre tipologie di poesia: imitativa, narrativa e mista. Le guardie non devono ispirarsi all'imitazione, se non per azioni virtuose. Le successive educazioni riguardano l'attività ginnica e medica, nonché giuridica, dato che ogni componente principale della città deve mantenere un corpo sano e un'anima pura. Libro IV: Adimanto chiede se i guardiani, con le loro limitazioni, siano felici, e Socrate obietta che nella città ogni individuo è per natura felicissimo del proprio compito assegnatogli. La presenza della giustizia nella città infatti è data da tre virtù: sapienza, coraggio, temperanza. Successivamente Socrate analizza i due tipi dell'anima, concupiscibile e irascibile, paragonandola ai cavalli della città, il nero e il bianco, guidati da un cocchiere moderatore, ossia l'uomo. Libro V: Successivamente Socrate passa alla descrizione del rapporto familiare nella città, basato sulla comunanza di donne e figli. I matrimoni, celebrati tra cittadini "migliori", favoriscono il bene della città, e i figli debbono trovarsi in comunanza con tutti gli altri cittadini, poiché le attitudini sono di tutti. Infatti nessuno, per Socrate, in qualità di cittadino, se "migliore", è diverso dall'altro. Socrate per questo deplora le varie lotte tra poleis della Grecia, sostenendo la fratellanza comune.
Di seguito prosegue con l'elevazione dell'attività filosofica, di estrema importanza per la politica. Il filosofo deve praticare la ricerca ossessiva della verità, e dunque per amore di conoscenza, non è portato a compiere correzioni e danni, dunque il miglior rappresentante di politica per la città ideale. Libro VI: Il filosofo è il solo conoscitore della verità, dunque ancora più portato a governare saggiamente. Socrate traccia uno spaccato della multiforme politica greca, composta da aristocrazia, oligarchia e democrazia. Necessita che il filosofo puro comandi, poiché ogni forma di governo dell'uomo, da un inizio positivo, cade nella corruzione. Tali governi inoltre hanno sempre disprezzato il filosofo, ponendo il volgo ignorante a odiarlo e sbeffeggiarlo, preferendo la schiavitù. Tali principi sono esposti da Socrate nell'"allegoria della nave", in cui il nocchiero è un vecchio cieco, saggio, e il timone è costantemente conteso tra gli uomini di bordo che vogliono governare.
Socrate descrive l'idea di Bene: è come un sole che nella sua perfezione illumina di saggezza; successivamente traccia una linea in quattro segmenti: immagini sensibili, oggetti sensibili, enti matematici e Idee, conoscibili attraverso, rispettivamente, l'immaginazione (εἰκασία), la credenza (πίστις), la ragione discorsiva (διάνοια) e l'intellezione (νόησις).
Libro VII: Socrate traccia il "mito della caverna", per fare capire la profondità oscurantista di ignoranza in cui l'uomo si trova, da dove deve riuscire a liberarsi per trovare la vera "luce" di sapienza. Dopo la presa di coscienza dell'esistenza di un altro mondo migliore e veritiero, Socrate prescrive per l'individuo lo studio delle principali arti, ossia la matematica, la geometria e la dialettica. Libro VIII: Passo indietro di Socrate, ossia l'analisi più approfondita della felicità del Giusto e dell'Ingiusto. Socrate tratta delle principali forme di governo, come aristocrazia (che Platone predilige), oligarchia e democrazia. che, da un buon inizio, col tempo si corrompono e sconfinano nelle forme peggiori di governo, come timocrazia, oligarchia, demagogia e tirannide. A causa del "numero nuziale", che si ripete a causa dell'impulsività dell'animo umano e delle sue corruttele, è necessario l'intervento del filosofo. Libro IX: Socrate si sofferma sulla forma peggiore di governo, la tirannide, da contrapporre al buon governo filosofico. Il tiranno, benché abbia il controllo mediante la paura, è lui stesso schiavo delle proprie passioni. Passando allo stato ideale, Socrate elenca i giusti piaceri del filosofo, ossia quelli razionali, superiori alle due parti irrazionali dell'anima. Successivamente Socrate passa all'esame metafisico dei piaceri, calcolando in 729 anni la separazione tra il filosofo governante e il tiranno, poi alla ripartizione dell'anima in un mostro policefalo, un leone e infine un uomo. L'uomo grazie al leone domina il mostro, garantendo la giustizia. Libro X: La discussione riguarda la poesia e l'imitazione. Chi imita non ha scienza retta di ciò che esegue, come il poeta che imita gli oggetti sensibili. L'arte, dunque, genera per Socrate un'illusione nell'anima, facendo leva sulle passioni nascoste; in ciò mostra disprezzo verso la commozione che scaturisce dalla tragedia greca. Perciò è necessario il bando dalla città ideale per Omero e gli altri poeti. Terminando il discorso, in contrapposizione ai miti poetici relativi alle ricompense dopo la morte, Socrate espone il "mito di Er", dopo aver ribadito la dimostrazione dell'immortalità dell'anima. La purezza dell'anima, infatti, si può ottenere solo dopo che si è affrancata dalle limitazioni del corpo umano, meritevole dunque del premio concesso dopo la morte, ossia la vita eterna nella contemplazione della verità.
I temi della Repubblica La Repubblica risale al periodo cosiddetto della maturità di Platone, e l'interpretazione tradizionale la considera come un nuovo tentativo di dare una risposta soddisfacente alle obiezioni avanzate in precedenza da Callicle nel Gorgia, secondo cui la virtù e le leggi della polis sono un trucco escogitato da una massa di deboli per irretire la brama di potere degli individui migliori, pochi di numero ma portati per natura a governare.Gorgia 482c-486d. A questo proposito, si noti la vicinanza tra le tesi di Callicle e quelle di Trasimaco nel Libro I.F. de Luise, G. Farinetti, L'infelicità del giusto e la crisi del socratismo platonico, in Platone, La Repubblica, a cura di M. Vegetti, Bibliopolis, Napoli 1998-2007, vol. 2, pp. 202 sgg.