La Repubblica Ligure, in taluni documenti citata come Repubblica democratica ligure, è il nome che ha connotato lo Stato ligure tra il 1797 e il 1805 durante il periodo napoleonico; comprendeva il territorio della ex Repubblica di Genova, vale a dire la Liguria con l'Oltregiogo, più Oneglia e i feudi imperiali ricevuti in cambio della Capraia.

Fu una delle cosiddette repubbliche sorelle, ossia uno stato fantoccio della Francia rivoluzionaria, ed ebbe due costituzioni, una giacobina e una moderata.

Capitale La capitale continuava ad essere Genova, che all'epoca contava abitanti, mentre l'intera Repubblica ne contava 600.000. La Repubblica Ligure usò la tradizionale bandiera genovese, una croce rossa in campo bianco.

Confini Al momento della sua costituzione la Repubblica Ligure confinava a nord con il Regno di Sardegna, a est col Ducato di Parma e Piacenza, a sud-est con la Repubblica Cisalpina, e a sud era bagnata dal Mar Ligure. Parte dei Feudi imperiali fu annessa nel settembre 1797.

Storia Le idee democratiche si erano ampiamente diffuse in Liguria dalla vicina Francia rivoluzionaria, anche grazia all'opera di propaganda di Filippo Buonarroti e altri esuli, negli anni 1794-1795, avendo come base la cittadina di Oneglia. Le nuove idee liberali avevano trovato terreno fertile nel territorio di una repubblica oligarchica e aristocratica, che teneva ai margini del potere politico un'ampia fetta della società, i cosiddetti "nobili poveri". A Genova, per poter aspirare a posti di governo, era necessario "un certo censo", vale a dire una data disponibilità di denaro, il che spingeva le famiglie nobili a concentrare tutte le ricchezze nelle mani del primogenito. Questa norma faceva dei figli cadetti dei diseredati, riducendoli, in qualche caso, in condizioni economiche molto modeste. Di pari passo era decaduto il ruolo del Maggior Consiglio, assemblea di cui questi patrizi (in numero di quattrocento circa) facevano parte. Il potere era andato così interamente ai duecento membri del Minor Consiglio, formato dai ricchi eredi delle grandi casate che lo gestivano con criteri privatistici, attenti unicamente a tener buono il popolo, convinti com'erano che i restanti genovesi, anche se poveri, mai si sarebbero schierati contro il governo.

Nel 1794, venne alla luce una cospirazione antioligarchica: un movimento d'opposizione, compreso ancora entro l'ambito parlamentare, con cui un gruppo di "nobili poveri" intendeva imporre una riforma degli organismi di governo, ridistribuendo il potere secondo i dettami della Costituzione del 1576. La cospirazione fu repressa dalle autorità, i principali esponenti arrestati o costretti all'esilio e tutto rimase come prima, anche se le riforme sollecitate avrebbero potuto forse salvare l'aristocrazia dagli eventi futuri.

La Liguria non poteva tuttavia resistere a lungo agli sconvolgimenti politici europei in atto. Gli eserciti in guerra non ebbero riguardo alcuno per una repubblica di vecchio stile, e il piano dell’Armata d'Italia di Napoleone vide nella Riviera di Ponente il teatro di una decisiva variante strategica per superare lo stallo pluriennale creatosi nella valle della Roia. Con i soldati francesi sul suolo ligure, e alla notizia della caduta della omologa repubblica veneziana, la situazione precipitò.

Il segnale d'inizio di quella che fu chiamata la Rivoluzione di Genova fu, la mattina del 22 maggio 1797, la fanfara del reggimento dei Cadetti. Mentre questo reparto d'élite si avviava a rilevare la guardia a Ponte Reale (la stazione marittima d'allora) a un cenno del comandante Falco, trombe e tamburi intonarono le note di Ah! ça ira, inno rivoluzionario proibito a Genova per i suoi accesi significati antiaristocratici. A quelle note sbucarono, dalle strade circostanti, squadre di giacobini armati che subito si unirono ai cadetti nell'occupazione del varco portuale e quindi si sparsero per la città. Mentre i nobili si rifugiavano nei loro palazzi e le botteghe chiudevano i battenti, gli insorti presidiarono le Porte delle Mura, saccheggiarono i depositi di armi, liberarono i detenuti della Malapaga e i galeotti. Un comitato rivoluzionario, destinato a guidare l'insurrezione, si installò nella Loggia di Banchi: ne facevano parte Felice Morando, Filippo Doria, l'abate Cuneo, Valentino Lodi, Andrea Vitaliani, il monaco Alessandro Ricolfi detto Bernardone. Furono subito avviati contatti con il governo cui gli insorti chiesero le dimissioni immediate.

Il doge Giacomo Maria Brignole e i pochi senatori che erano riusciti ad arrivare a Palazzo Ducale stavano per accettare quando, sobillati da qualche patrizio, da Portoria, l'inquieto quartiere di Balilla, mosse una folla di popolani che gridando «viva il nostro Principe», «viva Maria» penetrò nella pubblica armeria asportandone 14 000 fucili. Questi uomini cominciarono a dare la caccia ai giacobini e ai francesi: le strade della città divennero in breve un campo di battaglia. Due giorni durarono gli scontri con morti e feriti. Lo stesso Filippo Doria cadde colpito a morte sugli scalini di Ponte Reale. Le celle di Palazzo Ducale si riempirono di democratici arrestati dai "viva Maria" e, non bastando queste, fu adattata a prigione anche la vicina chiesa di Sant'Ambrogio.

L'intervento del popolo in difesa del "vecchio principe", se aveva dato al governo un buon motivo per rifiutare di dimettersi, con le sue violenze, specie nei confronti dei cittadini francesi, diede anche al generale Faipoult, l'occasione per ricorrere a Bonaparte. Questi inviò a Genova l'aiutante di campo La Vallette con una lettera per il ministro e una per il Doge, durissime entrambe. Nella prima il generale accusava Faipoult di aver impedito l'ingresso delle navi francesi nel porto e di aver agito con eccessiva debolezza. Lo invitava quindi a lasciare la città nel caso che il governo genovese non avesse ottemperato a quanto richiesto nella lettera al Doge. In quest'ultima Bonaparte chiedeva che fossero messi in libertà tutti i francesi detenuti, che fossero arrestati i nobili che avevano sobillato i "viva Maria" e disarmato il popolo. «Se entro 24 ore dopo ricevuta la presente lettera non avrete ottemperato a quanto richiesto - intimava il generale - il ministro della Repubblica Francese sortirà da Genova e l'aristocrazia avrà esistito».

I Magnifici compresero che non restava loro altra scelta che accettare il diktat di Bonaparte. Si affrettarono i tempi. Partì per Milano Faipoult, partì una delegazione genovese composta dall'ex doge Michelangelo Cambiaso, dal giurista Luigi Carbonara e da Girolamo Serra per concordare con Bonaparte, in quei giorni nella villa di Mombello, il cambio di governo.

Bonaparte, tra il 5 e il 6 giugno, con l'aiuto di Faipoult, stese il testo di una Convenzione che prese il nome di "Convenzione di Mombello", con cui si sanciva la fine della Repubblica di Genova, oligarchica e aristocratica, e la nascita della Repubblica Ligure democratica. Al testo dell'accordo, che fu poi approvato a Genova il 9 giugno, Bonaparte unì una lista di 22 persone designate a formare il nuovo governo, tra cui figuravano alcuni nobili, compreso il marchese Giacomo Maria Brignole. Tale governo, detto provvisorio, fu insediato il 13 giugno con a capo lo stesso Giacomo Brignole che, in tal modo, cambiava soltanto carica: da doge diventava presidente.

Il passaggio dei feudi imperiali a Genova Il 17 ottobre 1797 con il Trattato di Campoformio, l'imperatore d'Austria Francesco II rinunciava ai feudi Imperiali liguri accettando la loro unione alla Repubblica Ligure.

I feudi imperiali costituivano una fascia territoriale che occupava l'immediato Oltregiogo, circondando i pochi accessi viari tenuti da Genova, lungo la strada della Bocchetta sino a Novi: erano feudi imperiali i piccoli centri a levante e a ponente di questa, come Busalla, Ronco, Arquata, ecc. Al momento questi passavano pertanto alla Repubblica Ligure.

La Costituente e la Controrivoluzione Il governo provvisorio che doveva guidare la neonata repubblica in attesa della redazione e dell'approvazione della nuova Costituzione, non costituì una completa rottura con il passato. Alcuni suoi membri, scelti in parte dai delegati genovesi e in parte dal governo francese, ma tutti previo esame e approvazione dello stesso Napoleone, erano rappresentanti dell'appena deposto regime oligarchico.

La redazione del testo costituzionale si presentò subito problematica e suscitò accesi dibattiti soprattutto su alcuni temi, quali l'espropriazione dei beni feudali dell'entroterra ligure, e i rapporti della nuova repubblica con la Chiesa cattolica e le autorità ecclesiastiche, e l'incameramento dei beni di loro proprietà.

Ancora una volta, proprio nel timore di veder cancellati i propri privilegi, i feudatari e gli ecclesiastici più influenti fecero uso del potere di cui godevano presso il popolo minuto delle campagne circostanti Genova, per fomentare disordini.

Il 3 settembre 1797, su istigazione del parroco, insorse Albaro, piccolo borgo alle porte della città, dove la popolazione doveva la sua sussistenza al servizio presso le ville di campagna delle più ricche famiglie genovesi. Ma gli insorti furono dispersi entro breve tempo dalle truppe francesi guidate dal generale Duphot.

Il giorno successivo, però, anche le popolazioni contadine della val Polcevera si sollevarono e approfittando dell'attenzione del governo verso i fatti di Albaro, si impadronirono dei forti Sperone e Tenaglia e attaccarono le fortificazioni di San Benigno. Una delegazione composta anche dall'Arcivescovo di Genova, parlamentò con i rivoltosi e si raggiunse un accordo di fermare la rivolta in cambio della promessa che la repubblica non avrebbe compromesso la religione cattolica. L'accordo però venne disatteso dagli stessi insorti che ripresero le armi, ma ancora una volta la rivolta finì nel sangue ad opera dei francesi.

Sempre il 4 settembre si sollevarono i contadini della val Fontanabuona, i quali calarono sulle cittadine costiere, dove però suscitarono pochi entusiasmi, per poi marciare verso le porte occidentali di Genova, con l'intento di dare man forte agli insorti della val Polcevera. Ma alla notizia della sconfitta di questi ultimi, le loro file, assottigliate dalle defezioni, furono facilmente disperse.

Il progetto di Costituzione, alla luce di questi eventi, fu pertanto sottoposto a forti pressioni da parte dei francesi, che ne volevano l'approvazione prima possibile. Il risultato fu che i costituenti, per affrettare i tempi, dovettero attingere a piene mani dalla traduzione italiana del testo della Costituzione francese del 1795, e solo in parte poterono adattarla alla realtà ligure.

La Costituzione del Popolo Ligure venne infine approvata il 2 dicembre del 1797 dai comizi popolari. Ecco qui di seguito un estratto dei primi sette articoli:

Art. 1 - La Repubblica Ligure è una e indivisibile. Art. 2 - L'universalità dei cittadini liguri è il sovrano. Art. 3 - La libertà e l'eguaglianza sono la base della repubblica. Art. 4 - La Repubblica Ligure conserva intatta la religione cristiana-cattolica, che professa da secoli. Art. 5 - Accorda una speciale protezione all'industria, al commercio alle arti e alle scienze. Art. 6 - Difende tutte le proprietà, e assicura le giuste indennizzazioni di quelle, delle quali la pubblica necessità, legalmente provata, esige il sacrifizio. Art. 7 - Conserva e tramanda a' posteri sentimenti di riconoscenza per la repubblica francese, e si dichiara naturale alleata di tutti i popoli liberi.

Secondo la nuova Costituzione, il potere legislativo era attribuito a due assemblee, il Consiglio dei Giuniori (o dei Sessanta, in quanto composto da 60 membri) e il Consiglio dei Senatori (30 membri). I due consigli eleggevano un Direttorio di 5 membri, detentore del potere esecutivo. Il Direttorio svolgeva le proprie funzioni attraverso un segretario generale e un certo numero di ministri.