Il Sant'Artemio è il complesso edilizio che, nel corso del Novecento fino alla riforma psichiatrica sancita dalla legge Basaglia, è stato la sede dell'Ospedale Psichiatrico Provinciale di Treviso, e che dal 2007, dopo un importante intervento di riqualificazione, ospita i locali e gli uffici dell'ente Provincia di Treviso.

Origini del progetto

Nel corso dei secoli il modo di concepire la follia e di trattare terapeuticamente i malati mentali si è molto trasformato. Nella seconda metà dell'Ottocento, come si sa, si arriva a quello che è stato definito "il grande internamento manicomiale" che costituisce "la risposta moderna della società borghese […] nei confronti della follia e degli elementi di incertezza e di turbamento che essa apporta ad una ordinata e prevedibile gestione dei rapporti sociali"R. Canosa (1990) Storia del manicomio in Italia dall'unità a oggi, Feltrinelli, Milano, cit. in: L. Tosi – R. Frattini – P. Bruttocao (2004) p. 30.. Come in tutto il mondo occidentale, anche a Treviso quindi si comincia a sentire, in questo periodo, il bisogno di intervenire per far fronte alle problematiche poste dalla malattia mentale: i malati, a quel tempo, venivano concentrati in cinque Case di salute che avevano sede a Montebelluna, Crespano, Oderzo, Valdobbiadene e Serravalle (oggi quartiere nord di Vittorio Veneto). In queste case di salute erano ricoverati pazienti con le più eterogenee patologie. Verso la fine dell'Ottocento, però, ci fu un forte aumento dei ricoveri a causa dell'epidemia di pellagra – malattia che nella fase finale conduce alla follia – che allora stava flagellando il Veneto. Un'inchiesta promossa nel 1879 dalla Direzione dell'Agricoltura evidenziò, per il Veneto, 29.836 casi di pellagra su una popolazione agricola di 977.346 persone. "Il nesso tra pellagra e pazzia è testimoniato dal fatto che dei 663 maniaci ricoverati presso Case di salute e Istituti della provincia di Treviso, ben 310 risultano affetti dalla pellagra". Ancora "nel 1885 gli Ospedali del Veneto [ricoverarono] 954 maschi e 707 femmine affetti da pazzia pellagrosa"L. Tosi – R. Frattini – P. Bruttocao (2004) p. 37.. Ciò fu la causa di un sovraffollamento che il personale non riusciva a gestire: il problema nasceva soprattutto dal fatto che negli istituti erano ricoverati insieme malati più gravi ed agitati ed alienati cronici non pericolosi; per questo motivo si pensò di trasferire i malati più gravi nei manicomi di Venezia. A Venezia, però, si era preoccupati perché il numero dei malati era in continuo aumento e le strutture non riuscivano a contenerli. Fu creata, allora, nel novembre del 1901, una commissione di consiglieri provinciali veneziani, guidata dal direttore dell'ospedale psichiatrico di Padova, professor Belmondo, la quale fu incaricata di condurre un'ispezione nelle strutture psichiatriche venete e nei due manicomi veneziani – il San Clemente (femminile) e il San Servolo (maschile) – per stabilire quali ampliamenti erano necessari. Ora, "incaricata di svolgere riscontri squisitamente edilizi, la commissione invece [ritenne] proprio dovere interessarsi anche del modo in cui i malati venivano trattati"V. P. Babini (2009) p. 11.. Ovunque furono rilevati gravi deficienze nell'assistenza sanitaria e nelle condizioni igieniche ed eccessivo affollamento. Il culmine degli orrori fu trovato al San Servolo, dove gli infermieri erano manifestamente poco adatti alle esigenze del loro ruolo sanitario e avevano una cinica attitudine di carcerieri: i malati erano incatenati "colle catene e coi ceppi e le balze di ferro alle mani e ai piedi, sulle nude carni contuse, intormentite e sanguinose"A. Tamburini (1902) L'inchiesta sui manicomi nella provincia di Venezia e la legge sui manicomi, in Rivista sperimentale di Freniatria p. 724, cit. in: V. P. Babini (2009) p. 12. e tenuti in condizioni di prigionieri. Lo scandalo dei manicomi ebbe un effetto di ampia portata a causa di alcuni articoli apparsi sui giornali a partire dal quotidiano di Venezia L'Adriatico nel quale vennero pubblicati alcuni brani della relazione del professor Belmondo. Tornò sul caso il Corriere della Sera il 2 dicembre 1902, pubblicando un'intervista al direttore del San Servolo, padre Minoretti, nella quale si sollevava la questione dell'uso di quelle coercizioni da Medioevo nel manicomio da lui amministrato. In seguito, sempre sul Corriere della Sera apparve in prima pagina un articolo in cui lo scienziato e divulgatore vicentino Paolo Lioy definiva i manicomi “Case del dolore” a causa degli obbrobri che si consumavano in quei luoghi e sollevava il sospetto che situazioni come quelle emerse a Venezia fossero molto più diffuse in Italia di quello che si poteva immaginareCfr. V. P. Babini (2009) p. 13.. Dunque lo scandalo dei manicomi veneziani non rimase chiuso in ambito locale, ma divenne un caso nazionale. Grazie alla pressione dell'opinione pubblica, il 6 dicembre 1902 il ministro Giovanni Giolitti presentò un disegno di legge intitolato “Disposizione sui manicomi pubblici e privati”, quella che sarebbe diventata la legge n. 36 del 14 febbraio del 1904, istitutiva degli ospedali psichiatrici in Italia. Se questo accadeva a livello nazionale, a livello locale lo scandalo del San Servolo del 1902 stimolò la proposta di costruzione di un manicomio più moderno a Treviso, capace di accogliere parte dei malati ricoverati a Venezia alleggerendo così le difficoltà che l'inchiesta Belmondo aveva evidenziato. Nel 1904 questa idea si iniziò a concretizzare.

La costruzione e gli edifici L'11 maggio 1904, in effetti, il Consiglio di amministrazione degli Istituti Pii, Ospedale Civile e Casa degli Esposti di Treviso deliberò "la cessione di un'area di sua proprietà alla provincia di Treviso per la costruzione del Manicomio. L'area [era] quella compresa tra la Cal di Breda, il rio Piavon e le risorgive della Storga, un fiume di pianura che, dopo un paio di chilometri, affluisce nel Sile: [si trattava di] un terreno molto ampio e isolato posto a circa 3 chilometri a nord-est della città". Il 22 gennaio 1906 il Consiglio Provinciale di Treviso approvò il progetto di massima per la costruzione del manicomio e, contemporaneamente, deliberò l'acquisizione del terreno. Dopo le varie autorizzazioni e procedure burocratiche necessarie, il 12 giugno 1908 ebbero inizio i lavori di costruzione. Il 30 giugno 1911 la struttura iniziò a funzionare in modo parziale e, alla fine del 1913, raggiunse l'esercizio completo con 330 posti lettoV. Archivio Provincia di Treviso, Atti del Consiglio Provinciale di Treviso, 1914-1915, Treviso, 1915, cit. in: L. Tosi – R. Frattini – P. Bruttocao (2004) p. 38..

L'edificio ospedaliero si apriva con un cancello, che era rigorosamente chiuso sia alle persone esterne sia agli ospiti interni: era il simbolo della “restrizione”, dell'isolamento e della segregazione del malato. All'interno della recinzione l'Ospedale si sviluppava su un disegno simmetrico che prevedeva la separazione netta tra i vari padiglioni, ottenuta mediante viali alberati e spazi tenuti a giardino secondo geometrie tipiche di quel tempo che si ispiravano ai giardini all’italiana.

Maschi e femmine occupavano padiglioni separati e ognuna delle due sezioni comprendeva: un primo padiglione per l'osservazione-vigilanza con locali distinti per i malati in osservazione, per quelli pericolosi e per quelli in osservazione giudiziaria; un secondo padiglione con locali distinti per l'accettazione di malati tranquilli ed ambienti speciali ad uso infermeria; un terzo padiglione per alienati clamorosi a contegno disordinato; un ulteriore padiglione per malati dozzinanti (ossia quei malati che, potendosi permettere di pagare, erano trattati più favorevolmente sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista del vitto e dell'alloggio: le loro camere infatti potevano essere paragonabili a camere da letto di un albergo dell'epoca); un padiglione, infine, per lisolamento delle malattie infettive, dato che nella prima metà del secolo scorso i vaccini non erano ancora molto diffusi e la permanenza in ambienti affollati come il manicomio facilitava la contaminazione.

In ogni padiglione al piano terreno si trovavano i locali per il refettorio e il soggiorno. Nei refettori vi erano grandi tavoli in legno accostati al muro, con una lastra pesante sopra e imbullonati a terra; anche le panche erano fissate al pavimento. I pasti e le bevande venivano serviti in scodelle e bicchieri di alluminio. Le posate, nel padiglione degli agitati, consistevano nel solo cucchiaio: per loro non c'erano né forchette né tantomeno coltelli. Tutti gli angoli e spigoli dei mobili erano arrotondati. Le finestre senza inferriate erano apribili solo dal personale di vigilanza, il quale era, tra l'altro, l'unico a poter controllare l'accensione e lo spegnimento della luce elettrica.

Erano previsti, poi, altri edifici adibiti allo svolgimento dei servizi generali: una costruzione centrale per gli uffici di direzione (in cui il direttore svolgeva il suo ruolo fondamentale: era a lui che scrivevano i pazienti per presentare le loro richieste e i familiari per chiederne il ricovero; sempre suo era l'impegno di firmare tutti gli atti amministrativi, sempre lui a decidere sul personale e sulle attività riabilitative) e di economato, per la biblioteca e per gli alloggi del personale sanitario ed amministrativo; un edificio per la cucina, la dispensa, i magazzini, le cantine, per il pastificio, per il panificio e per gli alloggi del personale di vigilanza; un edificio per la lavanderia a vapore, con apposito locale di disinfezione; la casa del direttore (egli alloggiava in quella che oggi si chiama villa Sogliani, dal nome da uno degli ultimi direttori dell'Ospedale Psichiatrico); reparti idroterapici annessi ad ogni padiglione degli ammalati; reparto per il gabinetto elettroterapico e per i gabinetti forniti del materiale necessario allo studio, alla diagnosi e alla cura dei malati; un reparto speciale per le autopsie degli alienati e per il museo antropologico; un padiglione a servizio della colonia agricola e reparti per laboratori industriali; e infine la chiesa, che si trova tuttora alla fine del lungo viale di ingresso: costruita nel 1913, ma operante solo a partire dal 1920 (vi andava a celebrare la messa il pievano della parrocchia trevigiana di S. Maria del Rovere), fu dedicata a San Giovanni di Dio, il fondatore quattrocentesco dell'ordine religioso ospedaliero dei Fatebenefratelli (lo stesso ordine che a lungo aveva retto il manicomio veneziano di San Servolo)Cfr. su tutto questo: L. Tosi – R. Frattini – P. Bruttocao (2004) pp. 38-49..

Durante la guerra La prima guerra mondiale segnò un punto di svolta rispetto all'evoluzione del lavoro e della vita degli psichiatri italiani. Infatti, la ricerca – che fino a quel momento, nei manicomi (oltre che nelle sedi universitarie), si conduceva esclusivamente attraverso lo studio post mortem dei cervelli dei malati – fu spostata in trincea, dove la clinica ottenne una maggior importanza rispetto all'anatomia patologica. Infatti, il conflitto bellico si rivelò uno straordinario laboratorio, un'esperienza psichiatrica senza precedenti per cui per la prima volta i medici della mente vennero a contatto con una patologia che sembrava non avere origini organiche ma puramente psicologiche: una “strana malattia” che fu infine denominata nevrosi traumaticaCfr. V. P. Babini (2009) p. 51. ma alla quale all'inizio risultava complicato perfino dare un nome. Prima di arrivare, infatti, alla definizione finale, "nel nosocomio trevigiano [per esempio] furono usati una trentina di termini. Tra i più ricorrenti l'amenza […] nelle sue varie forme (apatica, allucinatoria, grave, lieve, in neuropatico) […], la demenza precoce (paranoica, ebefrenica, catatonica) […], le psicosi (alcolica, circolare, epilettica, di guerra, pellagrosa) […] e la malinconia"N. Bettiol (2008) p. 30..