Biografia Secondogenito del Principe di Moliterno e Marsiconuovo, studiò a Torino, dove suo padre era ambasciatore di re Ferdinando IV di Napoli; la madre, Giulia Pescara, era sorella di Vittoria Pescara, a sua volta madre di Francesco Caracciolo. Dopo che l'esercito francese aggredì il Regno di Sardegna (1792) Girolamo Pignatelli si arruolò nell'esercito sabaudo e aveva combattuto contro i francesi col grado di capitano di cavalleria. Fu fatto prigioniero dei francesi nella battaglia di Gilette (19 ottobre 1793) e fu scambiato con il generale francese CasablancaEnciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, cit.. Fu ferito a Fombio (8 maggio 1796) e perse l'occhio destro; più tardi, nel gennaio 1799, la plebe napoletana lo insulterà chiamandolo "cecato fauzo"Benedetto Croce et al., Albo pubblicato nella ricorrenza del I centenario della Repubblica napoletana, op. cit., p. 32 (finto cieco). Quando le truppe guidate da Championnet invasero il Regno di Napoli (1798), Girolamo Pignatelli cercò di opporvisi arruolando a sue spese a Gaeta due reggimenti di cavalleria.
Conosciute le clausole del gravoso armistizio di Sparanise sottoscritto l'11 gennaio 1799 con lo Championnet dal Vicario generaleMario Battaglini (a cura di), Atti, leggi, proclami ed altre carte della Repubblica Napoletana: 1798-1799, Salerno: Società Editrice Meridionale, Vol. I, pp. 244-45, il popolo napoletano decise di difendersi da solo e nominò suoi comandanti Girolamo Pignatelli e il duca di Roccaromana Lucio CaraccioloAnna Maria Rao, La Repubblica napoletana del 1799, Roma: Newton & Compton editori, II ediz. febbraio 1999, p. 16, ISBN 88-8183-608-4. I due non riuscirono tuttavia a controllare la reazione popolare, e mentre la città era in preda all'anarchia, Pignatelli si rifugiò nel forte di Sant'Elmo che i patrioti avevano conquistato nella notte tra il 19 e il 20 gennaioVincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799; con introduzione, note e appendici di N. Cortese, Firenze: Vallecchi, 1926, pp. 109 e 106 con l'aiuto di Pignatelli e di CaraccioloHarold Acton, I Borboni di Napoli: 1734-1825, Firenze: Giunti, 1997, pp. 363-65, ISBN 88-09-21079-4 (Google libri). Pignatelli trattò con lo Championnet; il 15 febbraio 1799, divenuto ex-nobile, entrò nel governo repubblicanoAnna Maria Rao, La Repubblica napoletana del 1799, cit,, pp. 29-30 e, pochi giorni dopo fu inviato dal Governo provvisorio della Repubblica Napoletana a Parigi per ottenere il riconoscimento dell'indipendenza della stessa Repubblica; ma il Direttorio si rifiutò ripetutamente di ricevere la deputazione napoletana e non ratificò il trattato. Moliterno, di cui in Francia si diffidò sempre, fu sottoposto al confino e a stretta sorveglianza.
A Parigi difese l'onore dell'esercito napoletano contro il generale Mack. Mack sfidò dapprima Pignatelli a duello; ma poi si ritirò "per viltà", a giudizio del Cuoco«Il disfidare non è, a creder mio, un'azione di valore: forse sarà un'azione d'imprudenza: ma il disfidare e poi ricusar di battersi è un'azione che riunisce l'imprudenza alla viltà. Traspariva l'uomo, che, prigioniero e libero sulla sua parola di onore, sarebbe fuggito.» (Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, Napoli: Lombardi, 1861, p. 71 n. 2 (Google libri). Sebbene Pignatelli fosse partigiano dei Borboni, fu escluso dall'amnistia che seguì la Pace di Firenze (28 marzo 1801). Restò a Parigi, dove fu coinvolto in una congiura; dopo un periodo trascorso a Berlino (1805), nel settembre 1806 raggiunse in Sicilia e si pose al servizio dei Borboni. Nel 1808 organizzò delle bande armate antifrancesi in Calabria e nel 1813 organizzò tentativi di reazione armata contro Gioacchino Murat nelle Marche e negli Abruzzi. Rientrò a Napoli solo nel 1820 e da allora visse in ristrettezze economiche.
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