La Curtis Accilionis (anche Serre de Azilioni o Terre dell'Agiglionis) è un territorio a cavallo dei comuni di Sassoferrato (AN) e Arcevia (AN) già costituito da numerose proprietà fondiarie, oggi riscontrabili (con discreta approssimazione) almeno in quella parte del Comune di Sassoferrato che comprende il territorio di Camarano, Caparucci, Capoggi e San Giovanni nella Serra di Pila, nei dintorni della chiesa rurale di San Tizio e dei resti dell'abitato di Alba Gallica preromana (ora Civitalba di Arcevia), scomparsa a seguito della battaglia di Sentinum del 295 a.C..

La denominazione Curtis Accilionis, riportata intorno all'anno mille nella trascrizione di assegnazioni di unità poderali (e accordi confinari) in prossimità dei castelli del contornato (Cavallo Albo, Rotondo e Castagna) e delle chiesette di Capoggi e San Lorenzino di Colle Alto (appartenuta alla comunità monastica di Fonte Avellana e ancora contenente un'apprezzabile pala di altare), deriverebbe dall'appellativo della ‘gens romana Acilia' (che anticamente aveva avuto, secondo alcuni studiosi, possedimenti nella zona), oppure dal nome longobardico Zillo o Gillo (probabilmente un dignitario del luogo).

Storia

Era attraversata, nell'antichità, dalla strada umbro gallica (Protoflaminia)Protoflaminia: strada che attraversava la zona in epoca preromana. che collegava i territori dell'entroterra italico a Suasa e al mare Adriatico. Alcuni tratti terrosi dell'antico percorso stradale sono tuttora percorribili e riscontrabili sulle mappe catastali.

I terreni, mediamente intorno ai 450 metri sul livello del mare, sono prevalentemente destinati alla coltivazione di foraggi e granaglie; i boschi cedui coprono le aree più impervie.

Un documento (n. 413-Nonantola), conservato nell'Archivio segreto vaticano, identifica nella parrocchia di Sancti Petri de Agillon i ‘resti di insediamenti risalenti all'alto medioevo o a periodi più antichi'. I ruderi sono verosimilmente riferibili a una prima comunità organizzata, stanziata in questa parte del comprensorio sentinate già appartenuta ai Longobardi del Ducato di Spoleto, all'augusta Abbazia di Nonantola e, ecclesiasticamente, alla vastissima diocesi di Nocera Umbra (comprensiva di circoscrizioni religiose, dopo il 1861, in quattro province di due regioni dello Stato italiano).

Entro il perimetro di Alba Gallica sorse (tra il X e l’XI secolo) il considerevole castello di Cavallo Albo, per iniziativa di una consorteria alemanna di probabile estrazione militare. Nel 1024 un certo Ottaviano di Giuseppe (di stirpe longobarda) donò parte del maniero e della sua corte ai monaci dell'abbazia di Farfa, distrutta dai saraceni nell'anno 898 e ricostruita nel 913 sotto la guida dell'abate Ratfredo. Alcuni testimoni, intervenuti a un ‘processo in Cavallalbo’ nel 1246, provenivano dalla vicina parrocchia di San Paterniano, la cui chiesa (annessa alla balya di Doglio e scomparsa intorno al XVI secolo) dipendeva dall'Abbazia di Sitria.

Il castello (confermato da Enrico V di Franconia, imperatore del Sacro Romano Impero, alla badia laziale nel 1118) fu, nel XIII secolo, oggetto di contesa tra i comuni di Rocca Contrada e Sassoferrato che si divisero il territorio adiacente trasferendo gli abitanti nei rispettivi capoluoghi. Cavallo Albo fu abbandonato, ma in occasione di una confinazione tra Arcevia e Sassoferrato nel 1373, sono menzionati un ‘trivium’ e il castellare ‘civite Cavalalbi’, riferibili ai resti dell'abitato romano e del castello medievale. Una 'cartula donationes pro anima' (datata marzo 1078) citava i fondi agresti di Inferno, Cordenase e Rotondo presso la contrada Doglio, nel comitato diocesano di Nocera nell'Umbria

San Pietro (de Giglionis: oppure de Agillon, de Giglionibus, de Agiglioni o 'le Ginestrelle'; poi annessa al priorato sassoferratese dedicato a S. Michele Arcangelo, patrono del popolo longobardo) è tra le chiese confermate a Nonantola, nel giugno del 1191, dal neoeletto Papa Celestino IIIAl secolo Giacinto di Pietro di Bobone,:

Nei primi mesi del 1200, don Rainj (curato di Sancti Petri de Giglionis) e don Johannis (proveniente dal convento di Valfabbrica) rappresentavano, con altri religiosi, l'abbazia di Nonantola (detentrice di gran parte delle terre sassoferratesi, già ottenute da donazioni di maggiorenti del ducato spoletino) nella formale e sostanziale costituzione della Comunantia de Saxiferrati.

La chiesa di S. Lorenzo di Colle Alto (il rettore aveva il titolo di abate), nei cui pressi si svolse (nei secoli) una fiera rurale, veniva confermata (tra il 1187 e il 1218) al monastero di Fonte Avellana dai papi Innocenzo II (Gregorio Papareschi), Gregorio VIII (Alberto di Morra), Innocenzo III (Lotario de Segni) e Onorio III (Cencio dei Savelli).

San Nicolò e il beato Pietro, seguaci di S. Francesco di Assisi e originari delle campagne tra Capoggi, San Pòlo (già S. Apollonio) e Sassoferrato, subiscono il martirio in terra di missione nella penisola iberica: il primo a Cetua nel 1227 e l’altro a Valenza nel 1231.

San Pietro de Giglionis (Sancti Petri de Giglionis), San Tizio (Sancti Eutitij) e San Lorenzo di Colle Alto (Sancti Laurentij de Collis Alti) sono tra le chiese che hanno pagato la 'decima papale' nell'anno 1333Rationes Decimarum Umbria - nn. 3883, 4085 e 3871; nello stesso periodo l'abate Niccolò de' Baratti cedeva (ad altri enti religiosi o a famiglie facoltose) la gran parte delle proprietà di Nonantola nel sassoferratese.

Con la bolla 'Vox in excelso' del 1312, papa Clemente V (Bertrand de Got) scioglieva l'Ordine Templare, fondatore di molteplici ricoveri per l'ospitalità e l'assistenza delle 'genti erranti'; nel 1347 l'economo di Nonantola concedeva una terra in 'fundo Hospitalis nella Villae di San Pietro de Giglionis', ad uso dell'attiguo alloggio per viandanti e pellegrini lungo la strada di transito e collegamento.

Nel 1342, a seguito delle reiterate incomprensioni (presumibilmente per contesa di giurisdizione) tra la curia nocerina e la badia nonantolana, il vescovo di Nocera Umbra (frate Alexander de Vincioljs) scomunicava alcuni monaci benedettini, rettori delle chiese di Nonantola nel territorio di Sassoferrato. Essendo la diocesi di Nocera e il priorato di S. Michele Arcangelo immediatamente soggetti alla Santa Sede, Papa Clemente VI (Pierre Roger) incaricò l'arcivescovo di Bologna (Beltramino Parravicini) di ricomporre la situazione.

Con atto notarile del marzo 1371, un abitante di ‘Villae de Malem’ disponeva la sua sepoltura nella vicina chiesa di S. Lorenzino, e un lascito alla locale ‘confraternita’ al fine di distribuire un denaro per ogni povero di quelle contrade. Nel settembre dello stesso anno, il nobile Bonaccorso (di Cicco fu Bonaccorso e fratello di Bartolo) ordinava che fosse eseguita (a sue spese) una pittura sul muro esterno della chiesa di S. Donato de Maranis (Camarano), raffigurante la Crocifissione con S. Lorenzo, S. Donato e l’apparizione delle stimmate del beato Francesco. Nel maggio 1373 il priore don Agostino (fu Nino) concedeva, in enfiteusi (atto notaro Angelo di Paoluccio), un terreno appartenente al cenobio di Colle Alto; nei cui paraggi, i comuni di Sassoferrato e Rocca Contrada, si erano impegnati a non costruire fortificazioni. Nei pressi esistevano (almeno fino al 1500) la chiesa di S. Paterniano, il castello di Poggio delle Cerase e la chiesetta di S. Maria (forse inglobata nelle mura del maniero); il territorio confinante era una delle ‘circoscrizioni comunali’ nelle quali era consentito l'allevamento delle capre.

Nel 1449 moriva Gian Galeazzo Pepoli, l’abbazia nonantolana fu concessa in commenda a Gurone d'Este e nel 1514 vi subentrarono i padri cistercensi. I monaci benedettini, officianti nel sassoferratese, furono conseguentemente sostituiti da presbiteri secolari.

Nella visita apostolica dell'ottobre 1573 (a seguito delle disposizioni del Concilio di Trento) il vescovo ispettore, mons. Camaiani da Ascoli Piceno, invitava il rettore don Ottavio ad apportare delle migliorie, chiedendo di risistemare (in particolare) le lastre di copertura dei quattro sepolcreti sotterranei nella chiesa di San Pietro di Capoggi; già abbellita, all'incirca un secolo prima, dagli affreschi (su muro e su tela, ormai quasi completamente perduti) attribuiti all'insigne pittore Pietro Paolo Agabiti.

Nei primi anni del 1600 il territorio settentrionale sentinate risultava incorporato nella Baylia (o balìa) di Doglio. La parrocchia di Camarano (con le chiese di S. Donato, S. Lorenzino e l'oratorio di S. Belardino in Campi Gresta) veniva assorbita da quella di Cabernardi, di recente costituzione; le vicine cappellanie di Cozze Alte e Cozze Basse rimanevano alla vasta pievania di Castagna, detentrice di una decina di edifici di culto (nei comuni di Rocca Contrada, Pergola e Sassoferrato) e confinante con le diocesi di Gubbio e di Fossombrone.

La chiesa abbaziale di S. Lorenzino di Colle Alto (già concessa in 'commenda' al cardinale Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III), proprietaria di un cospicuo patrimonio terriero, nell'anno 1717 pagava (con quella di S. Donato) tredici scudi di ‘tassa del milione’, istituita da papa Clemente XI (Giovanni Francesco Albani) per far fronte alle spese sostenute dallo Stato Pontificio durante il passaggio delle truppe tedesche, mobilitate per la guerra di successione spagnola del 1702-1714; da un documento dell’ottobre 1772 (conservato in Nocera Umbra) apprendiamo che possedeva terre arative, vigne e boschi per una rendita di circa trentacinque scudi. Nell'agosto dello stesso anno era stato concesso in locazione, con il consenso della ‘Delegazione pontificia’ di Perugia, un terreno presso la chiesa di S. Pietro de Agillon in Capoggi.

Dopo la morte di Pietro Paolo Ciaruffoli (nel dicembre del 1718), superiore del priorato di San Michele arcangelo (o S. Angelo), si rinverdivano i secolari dissapori tra Nocera Umbra e Nonantola per la gestione del cenobio nel rione Castello di Sassoferrato (e delle chiese da esso dipendenti). Nell'estate successiva il cardinale Sebastiano Tanara (abate commendatario di Nonantola) e il vescovo nocerino Alessandro Borgia arrivavano ad un accordo (a Roma), consentendo a Paride Vimercati di essere nominato nuovo priore di Sant'Angelo in Sassoferrato.

Con l'invasione francese del 1797 iniziò la crisi dell'abbazia territoriale di Nonantola che fu spogliata di tutti i suoi beni e, il concordato tra il governo napoleonico e Papa Pio VII del 1803, ne sancì la soppressione; dopo il decesso del rettore Ugo Milani venne abolito (nell'agosto del 1824, essendo papa Annibale della Genga e vescovo diocesano Francesco Luigi Piervissani) anche il priorato sassoferratese (di Sant'Angelo) titolare, nei secoli, di particolari diritti (amministrativi e di cura d'anime) specialmente sulle significative comunità ecclesiali di Venatura, di Caboccolino e di Capoggi (con le chiese di S. Venanzio, dei SS. Damiano e Cosmo e di S. Pietro delle Ginestrelle).

Nel ‘periodo napoleonico’ il priorato di Sant’Angelo, l’abbazia di Sitria e il canonicato di San Tizio detenevano ancora degli esigui possedimenti in contrada Caparucci dove, qualche decennio prima, era stato edificato (dai possidenti Sabbatucci, con il permesso della curia vescovile) un oratorio dedicato alla Madonna della Mercede (patrona dei cristiani in schiavitù); poi crollato per carenza di manutenzione, nell’adiacente orto della famiglia Contardi-Bruni, circa centocinquant’anni dopo.