La grande bellezza è un film del 2013 co-scritto e diretto da Paolo Sorrentino.
Interpretato da Toni Servillo alla sua quarta collaborazione con Sorrentino, insieme a Carlo Verdone, Sabrina Ferilli e Isabella Ferrari, è una commedia drammatica ambientata a Roma, incentrata sulla figura di Jep Gambardella, scrittore e giornalista mondano che, dopo un solo romanzo di successo giovanile, riflette sulla propria vita tra ricordi, incontri e disincanto. Le riprese si sono svolte prevalentemente nella capitale, con numerose location che includono monumenti e luoghi simbolici, molti dei quali normalmente non accessibili al pubblico.
Prodotto da Indigo Film, in coproduzione con Medusa Film e la francese Babe Films, con il contributo di Pathé e France 2 Cinéma, è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2013.Il precedente premio Oscar per il miglior film straniero assegnato alla cinematografia italiana risale al 1999 per La vita è bella di Roberto Benigni che fu premiato anche come miglior attore protagonista. Il film ricevette un terzo premio Oscar per la migliore colonna sonora. Nel 2014 ha vinto il Premio Oscar come miglior film in lingua straniera, Golden Globe e il BAFTA nella stessa categoria, quattro European Film Awards, nove David di Donatello (su 18 candidature), cinque Nastro d'argento e numerosi altri premi internazionali.
Trama
Jep Gambardella è un navigato giornalista di costume e critico teatrale, uomo affascinante, impegnato per lo più a vagare tra gli eventi mondani di una Roma immersa nella bellezza della sua storia e nello squallore e superficialità dei suoi abitanti d'oggi, in un contrasto impietoso. Cimentatosi in gioventù anche nella scrittura creativa, è autore di una sola opera, L'apparato umano. Nonostante gli apprezzamenti e i premi ricevuti,Durante una conversazione con Romano, Jep cita, quasi schermendosi, un "Premio Bancarella" che il libro avrebbe ricevuto. Jep non ha più scritto altri libri, non solo per pigrizia, ma soprattutto per un blocco creativo dal quale non riesce a uscire.Lo affermano Paolo Sorrentino e Toni Servillo in un'intervista rilasciata a Lilli Gruber il 7 giugno 2013, durante la trasmissione "Otto e mezzo". Con il tempo, lo scopo della sua esistenza è diventato quello di trasformarsi in un "mondano". Jep partecipa ogni notte a un teatrino confuso e annoiato di amici intimi e compagni di sventure, tra i quali: Romano, scrittore teatrale mai realizzato e perennemente al guinzaglio di una giovane donna che lo sfrutta senza ricambiare il suo sentimento; Lello, ricco venditore all'ingrosso di giocattoli dalla parlantina sciolta e marito infedele di Trumeau; Viola, facoltosa borghese e madre di un ragazzo affetto da gravi problemi psichici di nome Andrea; Stefania, egocentrica scrittrice radical chic; Dadina, la direttrice nana del giornale per il quale Jep scrive.
Anche la vita culturale non è più in grado di fornirgli stimoli, come quando assiste alla performance di un'osannata artista concettualechiaramente ispirata a una performance di Marina Abramović del 1977, e poi in un'intervista ne smaschera l'inconsistenza intellettuale.
Una mattina, tornando da uno di quegli insipidi salotti, Jep incontra sul pianerottolo di casa il marito di Elisa, donna che un tempo era stata il suo primo (e probabilmente unico) vero amore: l'uomo, in lacrime, gli comunica che Elisa è morta lasciando dietro di sé solo un diario chiuso da un lucchetto, che l'uomo ha violato e in cui la donna narra dell'amore mai sopito verso Jep. Il marito ha scoperto così di essere stato, per 35 anni, nient'altro che "un buon compagno". Il vedovo, ora afflitto, tuttavia ben presto troverà consolazione nell'accoglienza affettuosa della sua domestica straniera. L'episodio, unito al compimento del suo 65º compleanno, spinge Jep a una profonda e malinconica rivisitazione della sua vita, a una lunga meditazione su se stesso e sul mondo che lo circonda, e soprattutto innesca in lui un pensiero che, probabilmente, albergava nascosto in lui da molto tempo, quello di cimentarsi ancora nella scrittura.
Roma diventa così teatro onirico di feste, vignette, presagi e incontri casuali: da Ramona, avvenente spogliarellista figlia di un suo vecchio amico, al cardinale Bellucci, in cui è più viva la passione per la cucina che per la fede cattolica; ma soprattutto la città diventa il vero palcoscenico di Jep stesso, sempre più convinto della futilità e dell'inutilità della sua esistenza. Il sogno di recuperare la sua identità di scrittore e letterato, di ritornare a quell'innocente bellezza del primo amore adolescenziale, sembrano infrangersi di fronte allo spettacolo squallido e miserabile con cui ogni sera egli deve e al contempo vuole confrontarsi.
Ben presto anche il giro di frequentazioni di Jep si riduce: Ramona, con cui aveva instaurato un rapporto casto e profondo, muore per un male inguaribile che era anche la causa inconfessata del suo continuo bisogno di denaro, lamentato dal padre; Romano, ormai deluso dall'ingannevole fascino di Roma, lascia la città salutando solo lui; Stefania, umiliata da Jep che le aveva rivelato in faccia i suoi scheletri nell'armadio e le sue menzogne, abbandona il circolo mondano dello scrittore, rincontrandolo solo in seguito e mostrandosi cambiata; Andrea, il figlio di Viola, si suicida schiantandosi volontariamente con l'auto e dopo la sua morte la madre dona tutti i suoi beni alla Chiesa cattolica e diventa missionaria in Africa.
La povertà di contenuti che egli continua a scorgere nelle feste trash e volgari cui malgrado tutto partecipa lo induce intanto, in un momento di ebbrezza, a un'amara confessione a cuore aperto sull'incapacità di adattarsi al mondo circostante.
Si direbbe il segno di un fallimento durato un'intera vita, ma, proprio nel momento in cui le speranze sembrano abbandonarlo definitivamente, ecco che l'illuminazione arriva: dopo aver ospitato a cena una ultracentenaria missionaria cattolica nel terzo mondo in "odore di santità" – incontro combinato da Dadina nella vana speranza di fargliela intervistare – Jep si reca all'Isola del Giglio per un reportage sul naufragio della Costa Concordia,La grande bellezza vince l'Oscar: c'è anche un po' di Toscana, Il Tirreno, Grosseto, 3 marzo 2014 che la stessa Dadina da tempo gli chiedeva. Lì rivive in un flashback la sua prima volta con Elisa e in lui si riaccende un barlume di speranza: egli è finalmente pronto per scrivere il suo nuovo romanzo. Lo sguardo finalmente sereno di Jep che osserva sorridente l'alba romana chiude il film, sulle note di The Beatitudes di Vladimir Martynov, suonato dal Kronos Quartet.
Produzione Sviluppo
L'idea per La grande bellezza nacque da un lungo e stratificato processo creativo che Paolo Sorrentino avviò molti anni prima della realizzazione effettiva del film. Il regista napoletano ha raccontato di aver iniziato a raccogliere impressioni, nomi, frammenti di conversazioni e osservazioni sulla città di Roma fin dal suo primo soggiorno nella capitale. Questi appunti, accumulati nell'arco di circa vent'anni, divennero progressivamente il nucleo ispiratore dell'immaginario narrativo e visivo che avrebbe poi animato l'opera.
Agli occhi di Sorrentino, Roma si delineava come un universo molteplice e contraddittorio, un microcosmo dove convivono mondanità, religione, politica, arte e spettacolo: elementi che, intrecciandosi tra loro, danno forma a un ritratto sfaccettato e spesso grottesco della società contemporanea. L'intenzione del regista non era semplicemente quella di descrivere la città, ma di catturarne l'anima impalpabile, oscillante tra sublime e farsa.
Regia Lo stile registico di Sorrentino per questo film è stato frequentemente accostato a quello di Federico Fellini, in particolare a La dolce vita (1960), pur mantenendo un'impronta personale. L'unica citazione diretta e consapevole dichiarata dal regista riguarda una scena girata in Via Veneto, mentre l'influenza felliniana complessiva è da lui stesso definita indiretta, derivante dalla visione giovanile delle opere del maestro riminese.
In un'intervista video per Internazionale, Sorrentino descrive la scena iniziale come essenziale per trasmettere l'impatto travolgente della città sull'individuo, Roma viene immaginata come una bellezza tanto potente da risultare "distruttiva".
Sceneggiatura La sceneggiatura fu scritta a quattro mani da Sorrentino e dallo sceneggiatore Umberto Contarello. I due adottarono un metodo di lavoro iterativo, procedendo per successive riscritture e scambiandosi continuamente bozze, appunti e riflessioni. Contarello ha rivelato che il copione fu oggetto di modifiche costanti, sino alla vigilia dell'inizio delle riprese, quando venne ultimata l'ultima versione definitiva.
Al centro del film si staglia la figura di Jep Gambardella, giornalista e scrittore disilluso, testimone ironico e malinconico di un mondo in decadenza. Attraverso i suoi occhi, Sorrentino costruisce una narrazione che è al tempo stesso contemplazione estetica e critica sociale. Molti dei personaggi che popolano il film – così come i loro nomi – sono ispirati a figure reali incontrate dal regista nell'ambiente romano, conferendo al racconto un tono sospeso tra il verosimile e il caricaturale, tra il documentario e la satira.
Il titolo La grande bellezza era stato ideato da Roberto De Francesco, attore che aveva lavorato con Sorrentino ne L'uomo in più (2001), per un progetto cinematografico mai portato a termine. Fu lo stesso De Francesco a cedere il titolo al regista, che lo adottò per la sua potenza evocativa e per la capacità di sintetizzare, in una sola espressione, il cuore tematico del film.
Sorrentino ha più volte sottolineato come il percorso creativo dell'opera sia stato attraversato da una profonda riflessione sul tempo, sull'immaginazione, sull'irresistibile attrazione esercitata dalla malinconia. Al centro del film si staglia la tensione irrisolta tra bellezza e decadenza, tra apparenza e vuoto: un'indagine poetica che prosegue coerentemente le traiettorie già tracciate nelle sue precedenti opere.
Pre-produzione La fase di pre-produzione ebbe inizio nel corso del 2011, subito dopo il completamento della sceneggiatura definitiva. I produttori Nicola Giuliano e Francesca Cima, per conto di Indigo Film, avviarono la pianificazione operativa del film in sinergia con Medusa Film e con il contributo delle case di produzione internazionali Babe Films, Pathé e France 2 Cinéma.
In questa fase iniziale vennero definiti sia il cast tecnico che quello artistico. Per il ruolo del protagonista, Jep Gambardella, fu scelto Toni Servillo, attore feticcio di Sorrentino, già interprete principale in Le conseguenze dell'amore (2004) e Il divo (2008). Accanto a lui furono selezionati numerosi interpreti del panorama cinematografico italiano, tra cui Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Galatea Ranzi, Iaia Forte, Pamela Villoresi e Isabella Ferrari.
Un ruolo centrale nella pre-produzione fu occupato dal meticoloso lavoro di location scouting nella città di Roma. La capitale non fu concepita come semplice sfondo, ma come un vero e proprio personaggio, dotato di identità narrativa e carica simbolica. Furono selezionati decine di luoghi iconici, tra palazzi nobiliari, chiese, terrazze, giardini e monumenti — alcuni dei quali raramente concessi alle produzioni cinematografiche. Tra questi si annoverano la Fontana dell'Acqua Paola, il Parco degli Acquedotti, Palazzo Spada e il Giardino degli Aranci.