L'ascetismo è uno stile di vita caratterizzato dall'astinenza dai piaceri sensuali, spesso allo scopo di perseguire obiettivi spirituali. L'ascetismo non è stato un tema dominante all'interno dell'ebraismo, ma hanno fatto parte della spiritualità ebraica tradizioni ascetiche tanto minori quanto significative.
Molte fonti ebraiche descrivono il mondo fisico come essenzialmente buono; il corpo umano come servitore dello spirito, e quindi non corrotto; l'essere umano dotato di dignità in quanto creato a immagine di Dio; e piaceri fisici come concessi da Dio e quindi da godere con gratitudine verso il donatore divino. Colui che rifiuta di partecipare al mondo materiale è stato persino descritto come un peccatore.
Allo stesso tempo, altre fonti raccomandano e addirittura richiedono agli ebrei di evitare un comportamento intemperante e stravagante, considerato l'anticamera a tratti caratteriali indesirabili e talvolta al peccato vero e proprio. Così agli ebrei veniva raccomandato di moderare il consumo di cibo e bevande e la propria condotta sessuale; a "santificare" il loro consumo materiale intendendo che il loro scopo ultimo fosse consentire il servizio di Dio piuttosto che il piacere egoistico; e, nel caso, creare ulteriori "paletti" attorno alla legge evitando attività specifiche che sembrano condurre al peccato. Nel complesso, l'ebraismo raccomanda la moderazione piuttosto che l'astinenza totale, un equilibrio forse meglio rappresentato dalla "via di mezzo d'oro" di Maimonide tra il lusso sensuale e la torturata privazione di sé.
Inoltre, molte fonti suggeriscono che i membri dell'élite spirituale beneficerebbero da un maggiore livello di ascetismo rispetto alle masse, comprese pratiche come il digiuno e l'astinenza sessuale, al fine di consentire loro di concentrarsi sullo studio della Torah o sulla contemplazione mistica. Sebbene tale comportamento fosse generalmente la scelta di individui devoti, in alcuni casi divenne il fulcro di diffusi movimenti comunitari, in particolare gli ashkenaziti chassidei e la cabala lurianica.
Ascetismo comparato Ascetismo deriva da "ascesi" (dal greco antico ἀσκέω e askesis) una parola che in origine significava "esercitarsi", esercizio, allenamento di un atleta per il superamento di una prova. Si diceva quindi che gli atleti intraprendessero esercizio ascetico e quindi fossero "asceti".In Enciclopedia Garzanti di Filosofia, ed. 1981, alla voce "Ascesi"
In questo uso si distingue chiaramente la duplice applicazione - al modo di vivere e ai risultati raggiunti - che segna l'implicazione teologica successiva del termine. Dall'arena delle gare fisiche la parola facilmente passò a quella delle lotte spirituali, e gli scrittori pre-cristiani parlano di "askesis" dell'anima o della virtù – la disciplina dell'anima, o l'esercizio della virtù . Ma l'idea fisica, non meno di quella morale, rimane alla base del significato del termine nel linguaggio cristiano medievale. Il monastero, come luogo in cui la necessaria vita di sobrietà è vissuta con regolamentazione e disciplina rigorose, diventa "asketerion", una parola che per il greco classico trasmetteva solo l'idea di un luogo riservato all'esercizio fisico, mentre i monaci erano gli "ascetikoi", gli asceti, che con disciplina raggiungevano la pratica perfetta.
L'ascesi è indigena delle religioni che pongono come fondamentale la malvagità di questa vita e la corruzione della carne nel peccato. Il Buddhismo pertanto, come anche il Cristianesimo, conduce a pratiche ascetiche. I monasteri sono istituzioni del Buddhismo tanto quanto quelle del Cattolicesimo. L'ipotesi, che si ritrova nei concetti dei Montanisti e di altri, che le concessioni fatte agli appetiti naturali possono essere perdonati a quelli che sono di un minor grado di santità, mentre il perfettamente santo si rifiuterà sempre di cedere ai bisogni e ai desideri carnali, è facilmente rilevabile anche in alcuni degli insegnamenti di Gautama Buddha. L'ideale di santità sia del buddista che del santo cristiano culmina nella povertà e castità, cioè nel celibato. Si ricorre al digiuno e ad altri metodi disciplinari per frenare la "debolezza" della carne.
In base ad una rigorosa costruzione del significato di "ascesi", è un errore pensare che la sua storia possa essere estesa ad abbracciare anche certi riti in voga tra i devoti del feticismo e del culto della Natura. Mutilazioni, il sacrificio dei capelli, osservanze e proibizioni dietetiche, che abbondano in tutte le forme di religione a un certo stadio di sviluppo, non nascono dalla nozione della peccaminosità degli istinti naturali e della vita. Né è il sistema sacrificale in un qualche modo connesso all'ascetismo. L'idea di privazione ne è estranea. Se l'offerta era un dono alla divinità e come tale comportava all'offerente di separarsi da qualcosa di valore, l'aspettativa che l'animava era invariabilmente quella di ricevere ricche ricompense. Ma qualunque teoria si debba accettare per la spiegazione dei vari riti di mutilazione e del rituale sacrificale, è certo che l'Ebraismo sin dall'inizio si impostò severamente contro l'uno e materialmente limitò l'altro. Mutilazioni a qualsiasi titolo e di qualsiasi natura erano assolutamente proibite. Efferatezze e superstizioni funebri non erano tollerate. Il codice levitico limitava i sacrifici ad un solo luogo. I sacerdoti erano gli unici a cui era affidata la liturgia dell'altare. Bisogna inoltre aggiungere che, se i profeti erano i maggiori rappresentanti e veri esegeti degli ideali e delle idee della religione di Israele, anche il sistema sacrificale e sacerdotale, con le sue implicazioni di purezza straordinaria e precauzionale nonché di grande sobrietà fisica, era di poca entità vitale.
Digiuno
Il digiuno, che svolge una parte così essenziale nelle pratiche ascetiche, riscontravano un riconoscimento ufficiale solo nell'osservanza dello Yom Kippur (Giorno dell'Espiazione). I Profeti, ancora una volta, avevano poca tolleranza del digiuno. Ci sono alcune oscure allusioni ai giorni di digiuno nell'osservanza popolare, ma i Profeti dell'era dell'Esilio e post-Esilio insistono sulla futilità di questa usanza. , mentre fa appello ad una carità più ampia e ad un più profondo senso di giustizia, sostiene che questi sentimenti e non il digiuno, sono l'espressione di una volontà santificata in Dio. È caratteristico dell'atteggiamento dell'Ebraismo successivo che questo capitolo sia stato assegnato alla Haftarah del Giorno dell'Espiazione, giorno di digiuno penitenziale della sinagoga.Questa sezione si basa su informazioni estratte dalla Jewish Encyclopedia, agli articoli "Ascetismo" & "Ascetica", autori loc. cit. - cfr. coll. esterni.
Tuttavia il digiuno tra gli ebrei veniva praticato nei momenti di grande angoscia e sofferenza. Il Libro di Ester, di tarda data, illustra ciò nel periodo compreso dal canone biblico. Fonti rabbiniche dimostrano la crescente tendenza ad astenersi da bere e mangiare ogni volta che ricorrenze di disastri segnavano i giorni del calendario sinagogale, o un pericolo immediato minacciava la comunità. Nello schema della sinagoga l'unico giorno di digiuno presente nella Bibbia ne riceveva non meno di ventidue come associati (cfr. Digiuni ebraici).
Comunque è dubbio se questo moltiplicarsi di digiuni possa essere preso come segno di una maggiore tendenza all'ascetismo. Probabilmente la teoria dell'etnografo William Robertson Smith ( La religione dei semiti, p. 413) è tuttora valida a spiegare gran parte delle osservanze di digiuno seguite dall'Ebraismo nei tempi più recenti, come senza dubbio è valida per i digiuni volontari e occasionali menzionati nei libri storici della Bibbia, cioè che il digiuno orientale è solo una preparazione per il consumo del pasto sacrificale. L'ingiunzione rabbinica, di non consumare troppo tardi il pasto alla vigilia dello Shabbat, in modo da goderlo ancor più di Shabbat, tende ad avvalorare la teoria. Forse ciò è anche alla base dell'affermazione rabbinica che alcuni esempi di pietà rabbinica digiunassero ogni venerdì (in preparazione per lo Shabbat).
Ascetica nel Talmud Tra i rabbini alcuni sono citati come grandi e persistenti digiunatori. Soprattutto Rabbi Zeira (IV secolo) è ricordato per la sua passione di questa forma di pietà. Tuttavia considerarlo un asceta sarebbe trascendere i limiti della verità. Digiunava per non dimenticarsi del suo metodo di insegnamento babilonese prima di emigrare in Palestina (Bava Metzia 85a). La storia narra che si astenesse dal bere e dal cibo per un periodo di 100 giorni, in modo che il fuoco dell'inferno non avesse poi nessun potere su di lui. Shimon bar Yohai è raffigurato come un asceta nelle tradizioni conservate nella letteratura rabbinica. Poiché esposto a persecuzioni sotto il crudele regno di Adriano, e spesso in pericolo di vita, tutta la sua mente era di natura eccezionalmente cupa per un insegnante ebreo. Inoltre, le sue pratiche ascetiche non erano ispirate da una consapevolezza della futilità di questa vita e della sua peccaminosità, ma dall'ansia di adempiere alla lettera la legge, di "riflettere sulla Torah giorno e notte". Egli si lamentava delle ore necessarie alla cura del corpo perché rubavano tanti momenti preziosi allo studio della Legge santa. Invidiava la generazione del deserto che era stato nutrita dalla manna celeste ed erano quindi assolti dalle preoccupazioni di procurarsi il pane quotidiano; un'eco di questo sentimento può essere rilevata nella petizione di Gesù per il pane quotidiano.Su Shimon bar Yohai cfr. Wilhelm Bacher, Ag. Tan. ii. 70-149.
Pur tuttavia, nonostante tutte queste tendenze ad una condotta ascetica, questi rabbini non incoraggiavano il digiuno individuale. La comunità in difficoltà effettivamente proclamava un digiuno pubblico, ed era compito del membro leale di partecipare, poiché chi non voleva condividere la sofferenza non avrebbe condiviso la consolazione del popolo (Ta'anit 11a). Il digiunatore abituale era chiamato peccatore (ibid.). Questo giudizio veniva proclamato in base ad un riferimento al testo biblico in connessione con il sacrificio espiatorio del nazireo (). Rabbi Zeira non permetteva ai suoi discepoli di indulgere in pratiche straordinarie di autocontrollo, se in tal modo si riflettevano sulla pietà di altri più sani di loro. Il titolo applicato a colui che esercitava tali pratiche sante è caratteristicamente di biasimo per il suo atteggiamento mentale: la sua condotta veniva reputata un affronto di presunzione, se non di ipocrisia (Yerushalmi Ber. ii. 5d).
È stato fatto un tentativo di spiegare i Nazirei biblici quali precursori degli ordini monastici dediti all'osservanza della disciplina ascetica. La legge pentateuca in merito dimostra che invece veniva appena tollerata. La critica moderna spiega la loro peculiarità come derivanti da motivazioni diverse da quelle che determinano il comportamento degli asceti. I Nazirei biblici, precursori dei Nevi'im (Profeti), protestavano contro l'adozione dei costumi e dei riti religiosi dei Cananei. Negli indumenti e nel modo di vita enfatizzavano la loro fedeltà a YHVH, in trono sul monte del deserto. Il vino e la corona di capelli erano sacri agli dei del posto. Il loro aspetto sottolineava quindi il rifiuto delle nuove divinità. In tempi successivi il numero di coloro che prendevano il voto di Nazireo era estremamente esiguo. Si è portati a credere che nessun caso si verificasse in cui le disposizioni pentateuche entrassero in vigore.
Ascetismo negli Esseni