Il concerto per pianoforte e orchestra n. 24 in Do minore K 491 fu completato da Wolfgang Amadeus Mozart a Vienna il 24 marzo 1786. Stabilitosi nella capitale asburgica come compositore e pianista indipendente, Mozart organizzava periodicamente concerti destinati ai propri abbonati, riscuotendo notevole successo.
Storia Contesto Dopo essersi stabilito a Vienna nel 1781, Mozart intraprese l'attività di musicista indipendente, rinunciando a un impiego stabile presso una corte e, a metà degli anni '80, si trovava nel periodo di maggiore affermazione della propria carriera, sia come compositore che come pianista. Mozart sosteneva la propria attività attraverso diverse fonti di reddito, fra cui il mecenatismo, le commissioni operistiche, la pubblicazione delle proprie opere, l'insegnamento privato e l'organizzazione di concerti. Fra queste, le esecuzioni pubbliche dei suoi concerti per pianoforte rappresentavano la principale risorsa economica e uno dei mezzi più efficaci per consolidare la propria reputazione artistica.
Poiché durante la quaresima e l'avvento la programmazione operistica era ridotta, questi due periodi erano comunemente scelti dai compositori per presentare nuovi lavori strumentali. Mozart dunque organizzò, negli anni, una serie di accademie per sottoscrizione, cioè concerti su abbonamento destinati a raccogliere fondi a beneficio del compositore, esibendosi in numerose occasioni che contribuirono ad accrescere la sua notorietà presso il pubblico viennese e favorendo l'acquisizione di nuovi allievi e committenti. Complessivamente, Mozart tenne quattro concerti in abbonamento nel 1784 e dieci nel 1785. Inoltre, si esibì in salotti privati almeno diciotto volte nel 1784 e cinque volte nel 1785..
Il fatto di scrivere per sé come solista gli consentì di non dover adattare la parte pianistica alle caratteristiche tecniche di altri esecutori, come era invece avvenuto in diversi concerti risalenti agli anni del periodo salisburghese. Ne derivò una maggiore libertà compositiva, evidente sia nella scrittura pianistica, sia nell'organizzazione formale delle idee, che riflettono in modo diretto la concezione musicale del compositore.
Composizione, prima esecuzione e pubblicazione La data di completamento del concerto per pianoforte e orchestra n. 24 è nota con esattezza perché Mozart, durante gli anni della sua maturità, tenne un catalogo completo delle proprie opere, nel quale inserì questa composizione il 24 marzo 1786. Il concerto fu completato, dunque, nelle settimane che precedettero la prima rappresentazione dell'opera Le nozze di Figaro, andata in scena il 1º maggio 1786. La vicinanza cronologica fra le due composizioni è stata oggetto di interesse da parte dei musicologi: a differenza dell'opera, caratterizzata prevalentemente da un linguaggio brillante e da tonalità maggiori, il concerto è scritto in Do minore, una tonalità abbastanza rara nella produzione mozartiana, e presenta un carattere più drammatico e introspettivo. Robert David Levin ha osservato che i concerti composti da Mozart in questo periodo, fra i quali il n. 24 occupa una posizione particolarmente significativa, possono essere considerati anche come un ambito nel quale il compositore sviluppò aspetti espressivi più drammatici, in apparente contrasto con il carattere comico dell'opera alla quale stava contemporaneamente lavorando.
Il luogo della prima esecuzione non è chiaro. La tradizione sostiene che il concerto sia stato eseguito per la prima volta il 7 aprile 1786 al Burgtheater di Vienna, durante un'accademia per sottoscrizione organizzata da Mozart, con il compositore stesso al fortepiano in qualità di solista e di direttore. Tuttavia, ricerche documentarie recenti hanno messo in dubbio questa tesi, in quanto il programma del concerto del 7 aprile 1786 non è stato conservato, non esiste alcun documento contemporaneo che attesti esplicitamente l'esecuzione di questo concerto in quella data e il Burgtheater rimase chiuso per le prime cinque settimane della quaresima 1786, riaprendo solo l'8 aprile per un concerto della Tonkünstler-Societät, un'associazione musicale di beneficienza, che fece rappresentare l'oratorio Giobbe di Karl Ditters von Dittersdorf. Studi recenti sostengono che il concerto del 7 aprile si sarebbe invece svolto al Theater am Kärntnertor, e non al Burgtheater, come per lungo tempo si è erroneamente tramandato. Il musicologo Dexter Edge afferma che l'attribuzione del Burgtheater derivi da un errore storiografico ottocentesco, poi ripetuto da molti autori successivi.
Da una lettera di Leopold Mozart a sua figlia Maria Anna del 12 marzo 1785 si ricava che, in occasione di questi concerti, Wolfgang suonava il proprio fortepiano personale, che veniva trasportato di volta in volta dalla sua abitazione al luogo dell'esecuzione. La stessa lettera attesta inoltre che lo strumento era provvisto di una pedaliera separata, collocata sotto il fortepiano e presumibilmente impiegata per rinforzare la linea del basso: «Da quando sono qui, il fortepiano di tuo fratello è stato trasportato almeno dodici volte da casa a teatro o in un'altra abitazione. Si è fatto costruire una grande pedaliera per il fortepiano, che sta sotto lo strumento; è più lunga di tre spanne rispetto alla cassa ed è straordinariamente pesante. Ogni venerdì viene portata alla Mehlgrube ed è stata trasportata anche dal conte Cziczi e dal principe Kaunitz».
Non sono pervenute descrizioni dell'accoglienza riservata al concerto alla sua prima esecuzione. La tonalità di Do minore e la complessità della scrittura orchestrale e solistica, tuttavia, lo distinguevano sensibilmente dal repertorio più leggero allora diffuso. Alfred Einstein sottolineò proprio questo contrasto, interpretando il concerto come espressione di una dimensione particolarmente intensa e drammatica della produzione mozartiana. Nel manoscritto autografo la parte solistica non è sempre annotata in forma completamente sviluppata. Numerosi passaggi virtuosistici, in particolare scale e arpeggi, sono infatti indicati in forma abbreviata o solo parzialmente elaborata. Tale caratteristica è stata messa in relazione con la prassi esecutiva dell'epoca e con la consuetudine di Mozart di improvvisare la parte pianistica durante l'esecuzione.
Il manoscritto autografo venne venduto, insieme a circa 270 altri autografi, dalla vedova Constanze Mozart nel 1799 all'editore e compositore Johann Anton André di Offenbach sul Meno, che ne rimase in possesso fino alla morte, avvenuta nel 1842. Successivamente il manoscritto passò al genero di André, Johann Baptist Streicher, membro della famiglia di costruttori viennesi di pianoforti Streicher. Nel 1856 il concerto venne acquistato dal compositore, direttore d'orchestra e pianista Otto Goldschmidt. Quando Goldschmidt si trasferì in Inghilterra, nel 1858, portò con sé anche l'autografo. Nel 1894 il collezionista George Donaldson lo acquistò e lo donò al Royal College of Music di Londra, dove è tuttora conservato. La prima edizione a stampa fu pubblicata nel 1800 da Johann Anton André a Offenbach sul Meno.
Strumentazione La partitura è scritta per un'orchestra composta da:
Archi: violino 1° e 2°, viola, violoncello. Legni: un flauto, oboe 1° e 2°, clarinetto 1° e 2°, fagotto 1° e 2°. Ottoni: corno 1° e 2°, tromba 1° e 2°. Percussioni: timpani. Solisti: un pianoforte (originariamente un fortepiano).
Struttura e analisi
Il concerto è formato da tre movimenti:
Allegro, in Do minore, tempo 3/4. Larghetto, in Mi bemolle maggiore, tempo 2/2. Allegretto, in Do minore, tempo 4/4, con otto variazioni e coda in 6/8.
L'esecuzione integrale dura circa 30 minuti. Seguendo una prassi ampiamente diffusa nel XVIII secolo, il compositore era solito improvvisare parte della scrittura pianistica durante l'esecuzione. In questo concerto, infatti, Mozart non scrisse le due cadenze solistiche previste nel primo e nel terzo movimento, lasciando quindi all'interprete il compito di improvvisarle con arpeggi, scale e altri elementi di carattere virtuosistico. Inoltre, nel manoscritto autografo la parte pianistica è, in molti punti, volutamente incompleta, segno che l'autore, in concerto, improvvisasse molti dettagli della parte solistica, e non solo le cadenze. Proprio per l'assenza delle cadenze originali, nel corso degli anni numerosi compositori e pianisti hanno scritto le proprie, fra i quali: Johannes Brahms, Johann Nepomuk Hummel, Camille Saint-Saëns, Ferruccio Busoni, Gabriel Fauré e Al'fred Garrievič Šnitke.
Il manoscritto autografo è considerato uno dei più affascinanti di tutta la produzione mozartiana perché, a differenza della maggior parte degli autografi di Mozart, che si presentano come copie relativamente pulite, quello del concerto per pianoforte e orchestra n. 24 è straordinariamente ricco di ripensamenti, correzioni e persino disegni. Per questo motivo il musicologo Robert David Levin lo ha definito uno dei manoscritti più "disordinati" dell'intero catalogo mozartiano. Normalmente il compositore elaborava gli schizzi preparatori su fogli separati e, dopo, copiava la versione definitiva nella partitura. Nel caso di questo concerto, invece, gli schizzi preliminari sono confluiti direttamente nel manoscritto definitivo. Questo ha perciò prodotto cancellature con fitte sovrascritture, intere battute completamente riscritte, passaggi del pianoforte tracciati inizialmente come semplici schemi melodici e completati solo in un secondo momento e utilizzo di inchiostri diversi, che permettono agli studiosi di distinguere le varie fasi della composizione.
Levin osserva che, almeno in un caso (la seconda variazione del terzo movimento), le revisioni sono talmente estese da rendere impossibile individuare in maniera inequivocabile una versione definitiva. Per questo motivo il manoscritto rappresenta una fonte preziosa per comprendere come Mozart componesse, sfatando il mito di una scrittura sempre immediata e priva di esitazioni. Inoltre, il manoscritto presenta quattro caricature di un volto maschile, tracciate da Mozart verso la fine del primo movimento. Questi schizzi raffigurano la testa di un uomo vista da diverse angolazioni, sono eseguiti rapidamente, con pochi tratti di penna, e non sembrano avere alcun collegamento con la musica. La loro identità è sconosciuta: potrebbe trattarsi di una caricatura di fantasia, di qualcuno presente durante la scrittura o semplicemente di un passatempo mentre Mozart rifletteva sul lavoro. Non esistono testimonianze coeve che permettano di trarre ulteriori informazioni.
Nel pentagramma in chiave di basso del pianoforte Mozart inserì la dicitura ColB., cioè Col Basso, che designa la prassi, diffusa fino alla fine del Settecento, secondo cui il solista, durante i passaggi dell'intera orchestra, raddoppiava con la mano sinistra la linea del basso eseguita da violoncelli e contrabbassi. Tale indicazione riflette il tradizionale ruolo del pianista maestro al cembalo che, oltre a eseguire la propria parte solistica, partecipava al tutti orchestrale mediante la realizzazione del basso continuo. Con l'affermarsi della distinzione moderna tra le figure del direttore d'orchestra e del solista, all'inizio del XIX secolo, l'uso di raddoppiare con la mano sinistra la linea del basso cadde progressivamente in disuso e, nelle esecuzioni contemporanee, viene omessa. Inoltre, il suono del fortepiano si fondeva agevolmente con quello dell'orchestra, ma seguire questa prassi su pianoforti a coda moderni risulta inappropriato a causa della loro sonorità molto diversa rispetto agli strumenti del periodo di Mozart.