Lutilitarismo (dal latino utilis, utile) è una dottrina filosofica di natura etica secondo la quale il bene si identifica con l'utile. Indica anche una particolare corrente fondata da Jeremy Bentham, il quale pensa che un'azione sia buona, cioè utile, se produce il più alto grado di felicità per il maggior numero possibile di esseri senzienti, dove per "felicità" si intende la presenza di piacere e l'assenza di dolore.

Generalità

Nel pensiero greco sono considerati utilitaristici filosofi come Protagora e, per certi versi, Epicuro, successivamente posizioni simili furono sviluppate dall'abate Galiani, da David Hume e Helvétius.

L'utilitarismo trova una formulazione compiuta nel XVIII secolo a opera di Jeremy Bentham, il quale definì l'utilità come ciò che produce vantaggio rendendo minimo il dolore e massimo il piacere. Egli fa dell'etica una scienza quantificabile introducendo il concetto di algebra morale o “calcolo felicifico”.

Il suo pensiero fu ripreso da John Stuart Mill, che nella sua opera intitolata Utilitarismo, del 1861Utilitarianism, London, J. Fraser, 1861., relativizza la quantità di piacere al grado di raffinatezza dell'individuo.

Mantenendo l'analisi al livello individuale, un agente posto di fronte a una scelta tra N alternative sarà portato a scegliere quella che ne massimizza la felicità (utilità).

L'analisi, però, si può estendere a livello complessivo. Nella formulazione originaria, infatti, l'utilità è una misura cardinale (o additiva) della felicità; essa è perciò aggregabile mediante l'operazione di somma. È quindi possibile misurare il "benessere sociale", definendolo come somma delle singole utilità degli individui appartenenti alla società.

L'utilità diventa perciò il perno del ragionamento etico, e la sua diretta applicazione è che diversi stati sociali (nel senso di welfare state) risultano comparabili a seconda del livello di utilità globale da essi generati, intesi come aggregazione del grado di utilità raggiunto dai singoli.

Finalità della giustizia è la massimizzazione del benessere sociale, quindi la massimizzazione della somma delle utilità dei singoli, secondo il noto motto benthamiano: "Il massimo della felicità per il massimo numero di persone."

L'utilitarismo è quindi una teoria della giustizia secondo la quale è "giusto" compiere l'atto che, tra le alternative, massimizza la felicità complessiva, misurata tramite l'utilità.

Non hanno rilevanza invece considerazioni riguardo alla moralità dell'atto, o alla doverosità, né l'etica supererogatoria. Non vi è alcun giudizio morale aprioristico. Si prenda ad esempio l'omicidio: questo atto può essere considerato "giusto" allorquando comporti come conseguenza uno stato sociale con maggiore utilità totale. Difatti potrebbe succedere che un solo individuo perda utilità dalla propria morte, allorché gli altri membri della comunità guadagnino in utilità dalla sua scomparsa.

Per tale ragione, si attribuisce all'utilitarismo una visione della giustizia di tipo consequenzialistico (altrimenti detto end-state oriented, o non aprioristico): la giustificazione di una scelta dipende dal risultato (in termini di utilità-felicità) che comporta per gli esseri sensibili.

L'unico presupposto aprioristico dell'utilitarismo è l'imparzialità: le varie utilità di ciascun individuo sono sommate, per formare l'utilità dello stato sociale, senza pesi di ponderazione; in altri termini ogni situazione contingente, ogni punto di vista ha eguale valore nella funzione di aggregazione del benessere sociale.

Avendo definito giusto ciò che massimizza l'utilità, ne deriva una visione di giustizia di tipo allocativo, dove la giustizia è definita come la gestione efficiente dell'utilità sociale.

L'utilitarismo è una dottrina dell'obbligo morale (perché, di fronte a diverse prospettive d'azione, impone la scelta di quella che produce più benessere), del valore morale (un atto ha valore morale se produce benessere), è prescrittiva (perché indica agli uomini quel che essi devono fare) ma può essere altresì descrittiva (perché cerca di indicare le motivazioni interiori che spingono gli uomini ad agire: la ricerca del benessere o felicità). In chiave contemporanea, l'utilitarismo è in genere caratterizzato dal consequenzialismo, dal welfarismo, dall'assioma dell'ordinamento-somma (secondo il quale va massimizzata la somma totale delle utilità individuali dei soggetti coinvolti) e si distingue per il suo carattere universale (poiché l'utilità massimizzata deve andare a vantaggio del maggior numero possibile di individui). Infine, l'utilitarismo è una dottrina monistica, in quanto indica un unico criterio (la promozione dell'utile) quale motivazione dell'azione. Uno dei precursori dell'utilitarismo, Francis Hutcheson, nell'opera An Inquiry Concerning Moral Good and Evil (1725), nel cap. III § 8, afferma infatti che "la migliore azione possibile è quella che procura la maggiore felicità per il maggior numero; e la peggiore quella che, similmente, genera la miseria".

Utilitarismo classico

Sin dalla fine del XVIII secolo, l'utilitarismo ha avuto ampia diffusione perché ha notevolmente semplificato le modalità di valutazione delle azioni: infatti, nei primi utilitaristi come Jeremy Bentham (1749-1832) e John Stuart Mill (1806-1873), la valutazione morale di un atto è ricondotta alla sua capacità di produrre felicità o piacere, senza alcun riferimento a leggi divine o a presupposti metafisici cui esso avrebbe dovuto conformarsi. Infatti, entrambi gli autori, seppure in modi diversi, sostengono che la ricerca dell'azione più utile può essere oggetto di un vero e proprio calcolo matematico, poiché l'utilità è una grandezza oggettiva e misurabile. Per di più, in questi autori l'utilitarismo, proprio per la sua agevole applicazione, diventa un principio guida della condotta anche per l'economia, il diritto e la politica.

Il principio guida dell'utilitarismo ottocentesco, definito classico, è ledonismo psicologico, ossia l'idea per cui ciò che va massimizzato è il piacere degli individui, dato che regola la condotta e la produzione di stati interiori piacevoli:

Va aggiunto tuttavia che Mill, rispetto a Bentham, opera tre cambiamenti significativi: sostituisce alla nozione di "piacere" quella di "felicità" (dato che il piacere sarebbe una nozione riduttiva e non in grado di restituire l'ampiezza e la varietà dei comportamenti individuali); sostiene la distinzione qualitativa dei piaceri; fonda il principio di utilità sul sentimento di giustizia. Per quel che riguarda il punto 2, va detto che per Bentham i piaceri si distinguevano in base all'intensità, alla durata, ma non vi era a priori un piacere migliore di un altro; Mill pensa invece che

Di conseguenza, coloro che sono avvezzi a sperimentare i piaceri più elevati sono gli individui più qualificati per stabilire quali piaceri possono contribuire al meglio alla promozione della felicità generale e all'educazione degli altri individui. Infine (punto 3), Mill, a differenza di Bentham, non è ottimisticamente convinto che gli individui, una volta compresi i vantaggi del principio di utilità, lo seguirebbero fedelmente, diventando capaci di comprendere quando è doveroso anteporre il benessere della comunità al proprio piacere personale. Egli non pensa che sia sempre vero che gli individui sono al fondo ben disposti alla benevolenza. Per questo, Mill ritiene che il principio di utilità, benché non bisognoso di dimostrazione, necessiti comunque di una fondazione, secondo lui garantita dal comune sentimento di giustizia, un sentimento in parte innato negli uomini e in parte rafforzabile attraverso l'educazione, operata dagli altri individui e dalle istituzioni della società.

Riflessione di Sidgwick

L'opera The Methods of Ethics (1874) di Henry Sidgwick (1838-1900) mette in discussione l'utilitarismo classico, aprendo le porte al successivo ripensamento di questa dottrina. Sidgwick pensa infatti che l'edonismo psicologico non possa essere un principio morale in grado di prescrivere le azioni giacché si limita solo a descrivere quel che di fatto gli individui desiderano, ma non dice quel che essi devono desiderare. Sidgwick sostiene invece l'''edonismo etico, il quale non fa alcuna ipotesi su cosa effettivamente gli uomini ricercano, ma afferma che è bene ciò che è piacevole e male ciò che non lo è. Si è detto inoltre che gli utilitaristi classici sostenevano che il principio di utilità fosse basato su una motivazione interiore (la ricerca della felicità) connaturata alla nostra indole da non avere bisogno di alcuna compiuta dimostrazione; Sidgwick invece pensa che tale dimostrazione vada operata, riconoscendo che il principio di utilità è un principio etico (e non psicologico) che indica una procedura razionale diretta a un fine intuitivamente chiaro (la felicità generale).

Più in particolare, analizzando quelli che lui ritiene i tre metodi dell'etica più significativi (edonismo egoistico, intuizionismo e utilitarismo o edonismo universalistico), Sidgwick sostiene che l'utilitarismo definito da Bentham e Mill non può porsi come il supremo principio morale. Infatti, a un'approfondita analisi filosofica, risulta evidente l'impossibilità di dimostrare che l'utilitarismo debba sempre sopravanzare l'egoismo. Quest'ultimo, se inteso come self-love (amore di sé), risulta un principio morale legittimo in gran parte dei casi. Infatti, se l'egoista afferma che è per lui ragionevole promuovere il proprio bene, senza pretendere che tutti gli altri debbano fare la stessa cosa, egli sostiene una cosa legittima e difficilmente contestabile. L'utilitarismo invece ha una tendenza universalistica, in quanto intende stabilire che tutti dovrebbero cercare di promuovere la felicità generale: ed è più difficile mostrare la fondatezza di un principio morale che si voglia fare valere per tutti (la felicità generale), piuttosto che di un principio (la felicità personale) che valga per un solo individuo. D'altra parte, se permane tale contraddizione (contraddizione che nell'etica di Sidgwick sembra peraltro insanabile, v. dualismo della ragion pratica) tra egoismo e utilitarismo, l'etica si mostrerà non pienamente razionale. Sidgwick invece vorrebbe costruire un sistema etico perfettamente coerente nei suoi principi di base: la razionalità di un sistema morale è infatti per lui sinonimo di coerenza piena tra, e con, i suoi principi di base. Per superare questa contraddizione, l'autore afferma che l'utilitarismo dovrebbe integrarsi con il terzo metodo dell'etica, ossia con l'intuizionismo, acquisendo perciò i caratteri di una teoria etica fondata su principi autoevidenti, ossia veri di per sé, non retti da altri principi e che non incontrano limitazioni nella propria applicazione pratica. Va detto che l'espressione "etica intuizionista" è genericamente impiegata da Sidgwick per indicare quelle dottrine etiche che postulano l'esistenza di principi validi a priori, e che vanno attuati incondizionatamente, senza considerare i loro effetti: un esempio di dottrina intuizionista è rappresentato dalla morale di senso comune.