Il lavoro carcerario (o penitenziario) comprende le attività lavorative svolte dalle persone private della libertà personale in conseguenza di una condanna penale o, in determinati ordinamenti, durante la detenzione. Esso costituisce uno degli elementi del trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati e svolge una funzione risocializzante e rieducativa, poiché: sottrae i detenuti alle conseguenze negative dell'ozio; favorisce il loro trattamento rieducativo; offre loro la possibilità di ricavare un guadagno, soddisfare le proprie necessità e contribuire al sostentamento della famiglia; favorisce l'acquisizione o il mantenimento di competenze professionali, utili una volta terminata la detenzione; aumenta il senso di responsabilità e di autonomia della persona detenuta, attraverso il rispetto di orari, regole e impegni lavorativi; favorisce il reinserimento sociale e lavorativo, riducendo le difficoltà nel trovare un'occupazione dopo la scarcerazione; rafforza l'autostima e la dignità personale, permettendo alla persona di sentirsi nuovamente utile e produttiva; favorisce la socializzazione, attraverso i rapporti con colleghi, educatori e altri soggetti coinvolti nelle attività lavorative; può contribuire a ridurre il rischio di recidiva, soprattutto quando il lavoro permette di acquisire competenze e prospettive concrete per il periodo successivo alla detenzione.
Storia
Antichità
Nelle società antiche la prigione non aveva generalmente la stessa funzione che avrebbe assunto nell'età moderna. La privazione della libertà veniva utilizzata soprattutto per custodire una persona in attesa del processo, della condanna o dell'esecuzione, mentre le pene vere e proprie comprendevano frequentemente la morte, le pene corporali, l'esilio, le multe e la riduzione in schiavitù. Il lavoro dei prigionieri era quindi inserito nel più ampio sistema della schiavitù e del lavoro coatto. I prigionieri di guerra potevano essere ridotti in schiavitù e impiegati nell'agricoltura, nelle costruzioni, nelle miniere o nelle attività domestiche. Nel mondo romano esistevano inoltre pene particolarmente dure che prevedevano l'invio dei condannati nelle miniere, secondo una pratica conosciuta come damnatio ad metalla. In questi casi il lavoro costituiva direttamente una componente della pena e le condizioni di vita potevano essere così dure da rendere la condanna spesso assimilabile a una pena capitale differita.
Medioevo Durante il Medioevo europeo la prigione continuò a essere un luogo di custodia piuttosto che una pena autonoma di lunga durata. Le autorità ricorrevano infatti soprattutto a pene corporali, pecuniarie, all'esilio e alla pena capitale. Il lavoro forzato, tuttavia, non scomparve e continuò a manifestarsi attraverso forme diverse di servitù, corvée, schiavitù e impiego dei prigionieri di guerra. In questo periodo non esisteva ancora un vero e proprio sistema penitenziario uniforme nel quale il lavoro fosse organizzato secondo criteri di rieducazione o reinserimento. Il rapporto tra detenzione e lavoro dipendeva fortemente dalle strutture politiche ed economiche locali e dalla condizione giuridica della persona sottoposta alla coercizioneThe medieval prison: a social history - Geltner Guy, 1974.
Età moderna
Tra il XVI e il XVIII secolo si verificò una trasformazione importante nel modo di concepire la povertà, la devianza e la punizione. In diverse parti d'Europa iniziarono a svilupparsi istituzioni destinate non soltanto ai criminali, ma anche a mendicanti, vagabondi, poveri e persone considerate socialmente indesiderabili. In queste strutture il lavoro assunse un'importanza crescente. Il principio alla base di molte di queste istituzioni era che il lavoro potesse correggere l'ozio e l'indisciplina. Le persone internate venivano quindi impiegate in attività come la filatura, la tessitura, l'artigianato e l'agricoltura. Il lavoro aveva contemporaneamente una funzione economica e disciplinare: permetteva di ottenere una produzione e, allo stesso tempo, di imporre una rigida organizzazione della giornata. Questa concezione contribuì progressivamente alla nascita del carcere moderno. Il lavoro cominciò infatti a essere considerato non soltanto come una punizione fisica, ma anche come uno strumento attraverso il quale trasformare il comportamento del condannato.
Le galere e i lavori forzati Una delle forme più conosciute di lavoro penale dell'Europa moderna fu quella dei galeotti. In diversi Stati europei i condannati venivano impiegati sulle galere come rematori oppure destinati ad altre attività connesse alle flotte militari. La condizione dei galeotti era estremamente dura e il lavoro rappresentava una parte essenziale della pena. Il principio secondo cui la condanna potesse comportare l'impiego obbligatorio della forza lavoro del condannato rimase tuttavia centrale. A seconda dello Stato e del periodo, i condannati potevano essere destinati alle miniere, alla costruzione di strade e fortificazioni, ad altri lavori pubblici oppure, in determinati contesti imperiali, essere deportati nelle colonie, dove potevano essere sottoposti a forme di lavoro coattoLuuk van Middelaar, The Galley Slaves: Penal Servitude in Early Modern EuropeMichel Foucault, Sorvegliare e punire, 1975.
XVIII secolo e nascita del carcere moderno Nel XVIII secolo le trasformazioni culturali dell'Illuminismo contribuirono a modificare profondamente il sistema penale. Pensatori come Cesare Beccaria criticarono l'arbitrarietà delle pene e l'uso eccessivo della violenza, sostenendo la necessità di un sistema fondato su leggi razionali e proporzionateCesare Beccaria, Dei delitti e delle pene (1764).
Contemporaneamente, riformatori come John Howard promossero una maggiore attenzione alle condizioni di vita all'interno delle prigioni. La detenzione iniziò così a essere concepita come una pena organizzata e regolata, piuttosto che come semplice custodiaJohn Howard, The State of the Prisons in England and Wales (1777)Randall McGowen, The Well-Ordered Prison: England, 1780–1865.
XIX secolo e industrializzazione del lavoro carcerario
Nel XIX secolo il lavoro carcerario raggiunse una dimensione particolarmente ampia, soprattutto nei paesi in cui si svilupparono sistemi penitenziari moderni e una crescente produzione industriale. Le prigioni iniziarono a essere organizzate secondo modelli rigorosi nei quali il lavoro occupava gran parte della giornata.
Negli Stati Uniti si affermarono in particolare due modelli. Il sistema della Pennsylvania prevedeva un forte isolamento individuale, nel quale il detenuto poteva comunque svolgere attività produttive all'interno della propria cella. Il sistema di Auburn, sviluppatosi nello Stato di New York, combinava invece il lavoro collettivo durante il giorno con l'isolamento notturno e un rigido obbligo di silenzioMichael Meranze, Laboratories of Virtue: Punishment, Revolution, and Authority in Philadelphia, 1760–1835Adam J. Hirsch, The Rise of the Penitentiary: Prisons and Punishment in Early America.
Questi sistemi erano basati sulla convinzione che disciplina e lavoro potessero riformare il comportamento del detenuto. Allo stesso tempo, però, la produzione penitenziaria poteva generare profitti e ridurre i costi della detenzione.
Colonialismo Il lavoro dei detenuti ebbe un'importanza significativa anche nell'espansione coloniale europea. Le potenze coloniali utilizzarono diverse forme di lavoro coatto e, in alcuni casi, deportarono i condannati verso territori lontani. Un esempio noto è quello dell'Australia, dove l'Impero britannico trasferì decine di migliaia di condannati tra la fine del XVIII e il XIX secolo. I detenuti furono impiegati nella costruzione di strade, edifici e infrastrutture, oltre che nell'agricoltura e in altre attività necessarie allo sviluppo delle colonie.
Il sistema australiano dimostra come la deportazione penale potesse assumere anche una funzione economica e coloniale. La pena non consisteva nella privazione della libertà, ma comportava anche l'utilizzazione della forza lavoro del condannato per contribuire alla costruzione della coloniaEmma Christopher e Hamish Maxwell-Stewart, Convict Transportation in Global Context, c. 1700–88.
Stati Uniti dopo l'abolizione della schiavitù
Il XIII emendamento della Costituzione, che abolì la schiavitù nel 1865, introdusse un'eccezione per il lavoro imposto come punizione per un reato. Questa disposizione contribuì allo sviluppo, soprattutto negli Stati meridionali, del cosiddetto convict leasing. Attraverso questo sistema, le autorità potevano affidare i detenuti a imprese private, che li impiegavano in miniere, piantagioni, costruzioni e altre attività. Le condizioni di lavoro erano spesso estremamente dure e la mortalità poteva essere elevata. Il sistema viene pertanto considerato dagli storici come uno degli elementi della trasformazione del lavoro coercitivo dopo l'abolizione della schiavitù.
XX secolo
Nel corso del XX secolo il lavoro carcerario iniziò progressivamente a essere reinterpretato. La nascita della criminologia moderna e delle concezioni rieducative della pena portò molti ordinamenti a considerare il lavoro come uno strumento di formazione professionale e reinserimento sociale.
Questa trasformazione, tuttavia, non fu uniforme. Accanto a sistemi nei quali il lavoro veniva presentato come strumento educativo continuarono a esistere forme estremamente dure di lavoro forzato. Il XX secolo è infatti caratterizzato da alcuni dei più grandi sistemi di lavoro penale della storia.
Tra gli esempi più importanti vi sono l'Unione Sovietica e la Germania nazista, dove il lavoro dei prigionieri raggiunse dimensioni completamente diverse rispetto al modello penitenziario riabilitativo sviluppatosi nei sistemi democratici.
Il sistema sovietico e i Gulag
Nell'Unione Sovietica il sistema dei campi di lavoro forzato, comunemente associato al termine Gulag, costituì uno degli esempi più vasti di utilizzazione economica del lavoro dei detenuti nel XX secolo. I prigionieri vennero impiegati in attività come il disboscamento, l'estrazione mineraria, la costruzione di canali, strade e ferrovie, l'edilizia, l'industria e l'agricoltura. Il lavoro era parte integrante dell'organizzazione dei campi e contribuiva alla realizzazione di grandi progetti economici dello Stato sovietico. Le condizioni erano spesso estremamente dure e caratterizzate da fame, freddo, malattie, violenza e sovraffaticamentoOleg V. Khlevniuk, The History of the Gulag: From Collectivization to the Great TerrorGulag. Storia dei campi di concentramento sovietici, Anne Applebaum, 2003Stephen A. Barnes, Death and Redemption: The Gulag and the Shaping of Soviet Society.
Il nazismo e il lavoro forzato
Durante il regime nazista il lavoro forzato venne utilizzato su una scala enorme. I prigionieri dei campi di concentramento e milioni di altri lavoratori sottoposti a coercizione furono impiegati nell'industria, nell'agricoltura, nelle miniere, nell'edilizia e soprattutto nella produzione legata alla guerra. Nei campi di concentramento il lavoro poteva essere organizzato deliberatamente in condizioni di estrema durezza. La fame, le malattie, le violenze e l'esaurimento fisico provocarono la morte di un numero molto alto di persone. Il sistema nazista costituisce pertanto un caso radicalmente diverso dal moderno concetto di lavoro penitenziario: il lavoro era inserito in un sistema di persecuzione, sfruttamento e, in molti casi, deliberata eliminazione delle persone.
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