Tra gli anni settanta, quando era un giovane militante di Lotta Continua, e gli anni novanta fu protagonista di un noto caso giudiziario di cronaca nera: fu accusato di aver ucciso con 59 coltellate la 24enne Margherita Magello. Condannato dopo una lunga serie di processi a 16 anni di reclusione, fu graziato dopo sei anni di carcere dal presidente Oscar Luigi Scalfaro.
Carlotto è stato definito come uno dei migliori scrittori di noir e hard boiled a livello internazionale.Josh Bazell, Woody Allen è tramontato. Oggi un ebreo deve combattere, Corriere della sera, 31 luglio 2009
Biografia Il "caso Carlotto" Nativo di Padova, figlio di Oscar (1919-2009), dirigente d'azienda, e di Rosa "Lella" Villani (1920-2016), e fratello di Antonella e Alvaro, Massimo Carlotto sale alla ribalta delle cronache per un caso giudiziario di omicidio.
Tutto comincia a Padova il 20 gennaio 1976 quando, Carlotto, 19 anni, militante di Lotta Continua, si trova a passare in bicicletta davanti alla casa della sorella, mentre svolge, su incarico dell'organizzazione, una sorta di indagine sullo spaccio di eroina nel quartiere. Antonella Carlotto è assente, ma vive lì col marito, il tenente dell'aeronautica Paolo Cesare Cagni, che sarà colui che chiamerà i soccorsi in seguito. Carlotto, secondo il suo racconto, avrebbe sentito delle grida che invocavano aiuto: entra nell'appartamento della villetta bifamiliare (l'altro appartamento era quello affittato dalla sorella), che ha la porta aperta, e trova la giovane Margherita Magello, 24 anni, che egli conosce solo superficialmente, seminuda (poiché aggredita all'uscita dalla doccia) e coperta di sangue, ormai agonizzante e colpita con circa 59 coltellate (come appurato dall'autopsia). Massimo - questa la sua versione - cerca di soccorrere la vittima e si sporca di sangue, ma poi, anziché avvertire la polizia, spaventato, fugge.
È solo dopo aver raccontato l'episodio a due amici e ad un avvocato, che Massimo si presenta spontaneamente ai Carabinieri assieme al legale; racconta di aver trovato la vittima ancora viva, e di aver sentito le sue ultime parole. Questa affermazione sarà contestata, poiché secondo alcuni periti la ragazza era morta dopo poche coltellate, cosa però smentita dai paramedici soccorritori che la portarono in ospedale dove verrà dichiarata morta. Infatti la vittima, che venne trovata dentro una cabina-armadio e non più dove la aveva vista Carlotto, secondo gli infermieri respirava ancora. Carlotto disse che la giovane ripeteva la frase "ti ho dato tutto" e poi "Massimo, Massimo". Il suo ruolo di testimone (nonostante si sia presentato volontariamente) dura appena cinque minuti: i militari prima lo trattano come il principale sospettato, infine gli contestano l'accusa di omicidio volontario aggravato e per lui si spalancano le porte del carcere.
Viene accusato perché sporco di sangue (indossa ancora gli stessi vestiti quando si presenta dai carabinieri come testimone), ma non presenta copiose tracce sugli abiti, almeno quanto dovrebbe averne addosso l'aggressore o un primo soccorritore (i carabinieri e l'accusa ritengono quindi che si è cambiato dopo aver accoltellato la vittima mentre lui affermerà di essersi sporcato minimamente). Si dichiarerà sempre innocente, pur accusandosi di omissione di soccorso per non aver dato subito l'allarme. Un'amica della vittima riferirà che era al telefono con lei e interruppe la telefonata per parlare con un uomo sconosciuto a cui dava del lei, mentre a Carlotto, che era più giovane, dava del tu. Non era quindi un delitto di impeto.
Carlotto, secondo la maggioranza dei testimoni, non aveva con la ragazza, essendo un semplice conoscente, una confidenza tale da farsi aprire e rimanere in casa mentre lei andava a farsi la doccia, dopo aver discusso; non c'erano inoltre segni di effrazione sulla porta, il che faceva pensare che Margherita avesse aperto all'aggressore prima di andare in bagno, e ipotizzare quindi che si trattasse di una persona che conosceva e di cui forse si fidava. Secondo la difesa di Carlotto, l'assassino poteva essere un conoscente stretto, dato che non c'erano segni di aggressione sessuale. Lei era quasi nuda, e uscita dalla vasca da bagno dove aveva fatto una doccia, mentre il killer probabilmente aspettava in salotto. C'era tuttavia una camicetta strappata sul letto.Il caso Carlotto - Massimo Carlotto intervistato da Paolo Petroni, Art. 643 - ASSOCIAZIONE NAZIONALE VITTIME ERRORI GIUDIZIARI
Per la difesa, Carlotto ha interrotto l'aggressore, che si sarebbe nascosto nell'armadio, dietro i vestiti, lasciando la ragazza ferita; dal canto suo Carlotto giurò di aver visto solo 6 o 7 pugnalate, non 59; sempre secondo gli avvocati, fuggito Carlotto, l'assassino sarebbe fuoriuscito per dare i colpi restanti. Né Carlotto avrebbe premeditato un delitto, come riteneva l'accusa, poiché sapeva benissimo l'ora in cui rincasava il cognato, che difatti pochi minuti dopo giunse assieme alla madre della Magello.
In carcere, dove restò inizialmente per un anno, Carlotto si diplomerà e sosterrà poi i primi esami di laurea in scienze politiche.
Nel primo processo (1977) viene assolto per insufficienza di proveLa cosiddetta "formula dubitativa" era consentita nelle sentenze assolutorie dell'epoca, ma successivamente depennata dalla procedura penale italiana. dalla Corte d'assise di Padova e quindi scarcerato, ma viene condannato a 18 anni di reclusione (con la concessione delle attenuanti generiche) dalla Corte d'Assise d'appello di Venezia, con la pena che viene confermata dalla Corte di cassazione, nel 1982.
Venne ventilata anche un'ipotesi di persecuzione legata alle sue idee politiche, a causa della sua appartenenza alla sinistra extraparlamentare nel pieno degli anni di piombo, e dell'estrazione "borghese" della vittima.Massimo Carlotto: il mio film per tutti i fuggiaschi del mondo Massimo Carlotto, professione scrittore
Poco prima della condanna definitiva, su consiglio del legale, Carlotto fugge prima in Francia, dove grazie alla dottrina Mitterrand erano presenti alcuni latitanti senza possibilità di estradizione; ben presto deve andarsene poiché a rischio di espulsione, in quanto considerato colpevole di un delitto "comune" e non "politico". Gli viene quindi negata dopo brevissimo tempo la protezione accordata ad altriWu Ming 1, Cesare Battisti e le libertà in Italia, e scappa quindi in Messico passando per la Spagna. Qui vive sotto pseudonimo e conosce diverse persone, tra cui esuli per motivi politici e latitanti, che più tardi forniranno lo spunto per molti dei personaggi dei suoi libri. Questo periodo della sua vita verrà descritto dettagliatamente nella sua opera prima, l'autobiografia Il fuggiasco.
Dopo tre anni di latitanza viene fermato dalla polizia messicana che gli contesta la mancanza del visto di residenza, ed espulso verso l'Italia; decide di costituirsi alla dogana di Linate, benché su di lui non ci sia nemmeno più un mandato di cattura vigente. Intanto i suoi avvocati hanno raccolto documenti per chiedere la riapertura del caso. Nel corso dello stesso anno nasce il Comitato Internazionale Giustizia per Massimo Carlotto, che organizza una campagna di informazione e una raccolta di firme a favore della revisione del processo.
Il primo firmatario in Italia è l'ex presidente della Corte Costituzionale Ettore Gallo. Lo scrittore Jorge Amado nel giugno 1986, con altri intellettuali, lancia dalle pagine di Le Monde un appello per la revisione del processo. Tra i firmatari, Nilde Iotti, Norberto Bobbio, Giandomenico Pisapia e Ferdinando Imposimato, per un totale di 15.000 firme. Aderisce anche la Fédération internationale des droits de l'Homme. Nel frattempo Carlotto si ammala gravemente in carcere a causa dello stress, soffrendo già di bulimia, anoressia nervosa e dismetabolismo organico (la malattia gli provoca, non venendo trattata continuamente e adeguatamente, una forma di obesità patologica fino ad arrivare a pesare 140 kg, arteriosclerosi precoce, artrite gottosa, ipertensione, sindrome ansioso-depressiva, insonnia e attacchi cardiaci di angina pectoris); suo padre subisce intanto tre infarti per lo stress familiare, e Massimo e i suoi avvocati iniziano una nuova campagna al fine di ottenere la scarcerazione e il differimento della pena per motivi umanitari, ottenuta con pronunciamento del tribunale nel 1987.
La revisione La corte d'appello concede la possibilità di riesame nel 1986 e nel 1989 la Cassazione, nella sezione presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annulla la condanna del 1982 e ordina la revisione del processo sulla base di tre nuove prove (impronta dimenticata di una persona estranea con la diversità degli scarponcini che calzava, che avevano le suole lisce, e non corrispondevano affatto all'impronta rimasta sul piede della vittima; la nuova perizia sui vestiti di Carlotto, che confermerebbe il racconto di Carlotto stesso; i guanti indossati da Carlotto).
Carlotto denuncia però lo smarrimento di due prove a suo favore: un fustino con tracce di sangue identificate dal gruppo sanguigno, all'epoca, come non sue né della vittima, né dei familiari, e un capello di un colore diverso da quello di Carlotto, ritrovato tra le unghie di Margherita Magello e con tutta probabilità appartenente all'aggressore. Inoltre non sono state rilevate completamente le impronte digitali nell'ambiente. L'impronta di scarpa in particolare viene accolta come prova fondamentale per la revisione, anche se viene definito il principio giurisprudenziale che come nuova prova si può intendere anche una prova già esaminata, ma interpretata in diverso modo. Vengono individuati errori nelle piantine della casa presentate e la presenza di vie di fuga alternative per l'assassino, non considerate dai carabinieri.
La Cassazione rinvia gli atti alla Corte di Appello di Venezia, per approfondire i punti che avevano formato oggetto della revisione, e che il 22 dicembre 1990, nel dispositivo di sentenza, emette un'ordinanza di sospensione della causa con rinvio alla Corte costituzionale, per decidere se Carlotto dovesse essere giudicato secondo il vecchio Codice di procedura penale o secondo il nuovo, entrato da poco in vigore, affermando, nelle motivazioni, che la soluzione più adatta sarebbe l'assoluzione per insufficienza di prove. La sentenza afferma la Anche se il codice abrogato richiedeva la piena assoluzione nelle revisioni, il giudice ritenne di non poter confermare la condanna, ma che solo l'assoluzione, seppur per insufficienza, fosse la giusta soluzione. Quindi non emise direttamente l'assoluzione per insufficienza né quella piena.
Secondo l'interpretazione ritenuta più attendibile dalla giurisprudenza secondo la Corte costituzionale, si trattava di decidere se Carlotto dovesse essere assolto con formula piena o dubitativa, dato che quest'ultima formula era stata eliminata dal nuovo Codice (per la sentenza di condanna non esisteva infatti differenza); la sentenza della Corte Costituzionale arriva il 5 luglio 1991: la Corte risolse il quesito nel senso che dovesse trovare applicazione il nuovo Codice, legittimando così la convinzione dei difensori che il loro assistito avrebbe dovuto essere senz'altro assolto con la formula più ampia ("per non aver commesso il fatto").Ettore Gallo, Tra vecchio e nuovo codice, ecco perché andava assolto
Per la stessa Corte costituzionale che ribadisce la sentenza d'appello
Problemi giuridici L'iter giudiziario prevedeva, a questo punto, che gli stessi giurati popolari e il Presidente togato che aveva chiesto il giudizio costituzionale si riunissero in camera di consiglio ed emettessero il verdetto di assoluzione con formula piena, citando la "mancanza di prove" solo come motivo.